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3 comportamenti per diventare un punto di riferimento sul lavoro

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Lavori per una azienda e a un certo punto ti senti felice e coinvolto nel lavoro. Vorresti dare di più. Cosa fai? Altro scenario: sei insofferente, la vita dell’ufficio ti inizia ad andare stretta vedi le persone con una maggiore anzianità crogiolarsi nelle posizioni acquisite e tu ancora arranchi. Qual è la soluzione? Dipende tutto da quanto ami il lavoro che fai. Sei pronto per impegnarti e fare la differenza? Il primo passo allora è conoscere l’ambiente di lavoro e capire come affrontare la sfida che hai di fronte.

Nel mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti spiego quali sono gli stadi di vita di una azienda. Lo stadio ottimale si chiama “Prime”. Gli altri stadi che attraversa l’azienda iniziano con il “corteggiamento”, cioè dall’idea dell’imprenditore. Poi se l’azienda nasce, si passa all’”infanzia”, con la crescita si attraversano gli stadi “Toddler”, o “Go-go”, nel quale l’azienda inizia a gattonare e muovere i primi, scoordinati, passi. Se tutto va bene, l’azienda arriva a una fase di “adolescenza”. Periodo difficile, si sa.

Con la necessaria maturità, ci si porta nel Prime. Questo stadio ottimale è dove ogni azienda dovrebbe trovarsi (e rimanere) per ottenere i migliori risultati. Senza un cambio generazionale che favorisce il ricambio di idee ed energie da qui la situazione si deteriora. Arriva la “Stabilità”. Per non rischiare si mantiene lo status quo. “Squadra che vince non si cambia” e infatti si inizia a perdere. Se non arriva qualcuno da fuori a dare una scrollata arriva l’”Aristocrazia”, il management si focalizza su sé stesso, i senatori preferiscono i privilegi alle vittorie. Da qui si va verso la “Burocrazia”. E dopo c’è solo la fine.

Per diventare un punto di riferimento sul lavoro, portare nuove energie alla tua azienda e dare nuovo impulso al rinnovamento ci sono 3 comportamenti che puoi mettere in pratica semplicemente:

Fornisci la visione. Qual è lo scopo di un leader? Credo che ogni leader abbia il compito di trovare le risorse. Non necessariamente in prima persona, anche mostrando la via o aiutando le persone a trovarle per conto proprio. Le persone vogliono sapere qual è la direzione e come arrivarci. Diventa la persona che dà forma e significato a questo bisogno e diventerai automaticamente il punto di riferimento per le persone che hai attorno. Più sei in grado di farlo in modo semplice e sarai importante per gli altri.

Parla meno e ascolta di più. Le persone tendono ad essere più felici e produttive quando si sentono libere di contribuire con nuove idee e dare spunti per migliorare il lavoro. Per farlo hanno bisogno di ascolto e fiducia. I migliori leader trascorrono molto tempo ad ascoltare idee, proposte, bisogni. Pongono obiettivi, sfide e problemi, quindi fanno domande per coinvolgere l’intero team nella generazione di soluzioni. Premia l’iniziativa e incoraggia tutti i membri del gruppo a fare lo stesso e soprattutto fai in modo di mettere in pratica ciò che viene proposto.

Guarda il potenziale. I grandi leader incoraggiano attivamente i propri collaboratori, mostrano la visione in cui il successo è un fatto compiuto, ascoltano idee e proposte. Alla fine, scelgono il tipo di persona che, in quella realtà futura, avrà espresso il suo potenziale. In ogni obiettivo il risultato è fondamentale ma il vero valore si crea quando le persone crescono e con esse il gruppo. Guardare al potenziale prima ancora che al risultato è una strategia, guardare solo al risultato è tattica.

3 semplici modi per superare le incertezze di fronte a un cambiamento lavorativo importante

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Ognuno dovrebbe sempre avere a portata di mano dei piani di riserva – anche solo delle bozze – dai quali partire in caso di necessità o meglio ancora da poter utilizzare quando vuole passare da un lavoro (ad esempio da dipendente) a un altro (magari da libero professionista) che gli permetta di essere indipendente lavorativamente ed economicamente, da subito. L’estate è il momento migliore per iniziare a pianificare il tuo piano B e in questo post ti racconterò 3 semplici modi per superare le incertezze quando si pianifica un cambiamento lavorativo importante.

Quando poi arriva l’autunno bisogna iniziare a dare una forma a questa pianificazione e il modo migliore per farlo è a “Obiettivi! Special Online Edition” che quest’anno straordinariamente si svolgerà online per permettere al gran numero di partecipanti di poter vivere questa esperienza fondamentale. Infatti, di anno in anno sono tante le persone, uomini e donne, che scelgono di tornare a questo workshop per definire il loro futuro e tante più quelle che scelgono di aggiungersi per scoprire come fare la differenza nella propria vita.

A “Obiettivi! Special Online Edition” avrai la possibilità di trasformare un sogno o un’idea in un piano. Qual è la differenza? Un piano prevede delle tappe, delle fasi di sviluppo da un punto iniziale fino a un punto d’arrivo. Con “Obiettivi! Special Online Edition costruisci i presupposti di motivazione e pianificazione che ti servono a rendere reale il tuo piano e realizzarlo attraverso tutte le incertezze che ci aspettano per i mesi a venire.

Iniziamo subito a vedere quali sono 3 semplici modi per superare le incertezze quando si pianifica un cambiamento lavorativo importante:

Pianificazione: pianificare è utilissimo, se sai come farlo. A “Obiettivi! Special Online Edition” non solo pianificherai ciò che hai in mente ma imparerai ad applicare il metodo in autonomia. Pianifica con cura i passi che ti porteranno verso l’indipendenza economica, il lavoro in proprio, la creazione della tua azienda. E ricorda il segreto di ogni buon piano è che può essere sempre modificato, soprattutto se hai il vantaggio di non esserci dentro al 100%.

Comunicazione: definisci e impara a comunicare i tuoi punti di forza. Ai clienti piace sapere che sei abbastanza stabile da produrre prodotti o servizi validi e affidabili. Ma questa prova è difficile da fornire quando non puoi stimare completamente quanto lavorerai. Impara a valorizzare bene tutto ciò che hai a disposizione: prima fra tutte l’esperienza, le soluzioni che offri, i problemi che risolvi (tu nello specifico o il tuo servizio, il tuo metodo, il tuo prodotto).

Azione: il bello dei piani B è che possono essere messi in pratica in piccolo, in ambiente controllato, puoi testare soluzioni differenti prima di fare il grande salto. Puoi utilizzare la fase di start up per farti conoscere e creare un giro di clienti fidelizzati e farti recensire da loro. Il passaparola resta ad oggi uno degli strumenti migliori per far crescere un’impresa e farla andare arrivare al punto che desideri, al punto in cui non sarà più un piano B ma diventerà il tuo piano A.

Le 3 frasi fondamentali che fanno notare la tua leadership

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La scorsa settimana ti ho parlato delle frasi che dovresti evitare sul lavoro per non apparire poco professionale. Come ti ho spiegato, non si tratta solo di parole. Si tratta proprio di mentalità. Non sono le frasi in sé il problema: è ciò che significa pronunciarle in un determinato contesto. E se sei uno Junior sul lavoro, è bene che tu sappia sia cosa è meglio non dire sia cosa è meglio dire perché le tue parole riflettono i tuoi pensieri e i tuoi pensieri trasmettono la tua essenza.

La domanda chiave qui è: chi vuoi essere nel tuo lavoro? Ciascuno di noi dovrebbe tendere sempre verso la leadership, che non significa comandare o essere il capo, ma essere consapevoli, responsabili, capaci di dare risposte, d’esempio per gli altri.

Per questa ragione è importante avere la piena consapevolezza della persona che si vuole essere. Vediamo come fare e con quali parole:

“Dimmi di cosa si tratta”: prendi sempre piena consapevolezza di ciò che ti viene proposto. Spesso e volentieri ti capiterà nella tua vita lavorativa che altre persone ti vogliano dare un lavoro per pigrizia o per mancanza di competenze. Fare domande aiuta gli uni e gli altri: attraverso domande mirate facilmente emergono le soluzioni. Essere leader non significa avere tutte le risposte. Un leader risponde più spesso di quello che pensi “non lo so”. Essere leader significa impegnarsi per trovare risposte e soluzioni.

“Mi dispiace”: quando si sbaglia si chiede scusa e non si cercano scuse. In modo semplice. Scusarsi significa mettere un punto a una situazione e aprire un nuovo capitolo. Quando si ammette l’errore si offre la possibilità al prossimo e a sé stessi di andare avanti. È molto diverso da “Mi dispiace, ma…” che abbiamo visto in precedenza. Qui emerge il senso di responsabilità del leader e la tua volontà di migliorare.

“Sì, grazie” e “No, grazie”: sul lavoro – e in generale nella vita – è fondamentale sapere cosa si vuole e da cosa ci si vuole tenere lontani. Cosa si accoglie, con gratitudine, è segno partecipazione. Cosa si rifiuta è segno di amor proprio. Ci vuole pratica per imparare a dire sì solo quando si intende sì e in che modo dire no con una gentile fermezza. I leader sanno stabilire in modo chiaro questi confini perché hanno chiari i loro valori.

Dalla soddisfazione al burnout: 6 domande per capire il tuo lavoro

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Qualche tempo fa ti ho parlato dei rischi di burnout che si hanno in molte realtà aziendali. Ho ricevuto molti feedback sull’importanza del parlare di questo argomento e ho deciso di proseguire, elaborando una guida all’individuazione dei principali meccanismi che portano allo stato di burnout.

Lo stadio di sviluppo dell’azienda certamente è importante per determinare questo rischio: una azienda nel “Prime” è molto meno a rischio di avere collaboratori in burnout di quanto non lo sia una azienda in uno stadio più avanzato. Per questo puoi leggere il mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni per comprendere meglio la situazione complessiva della tua azienda.

E per analizzare la tua situazione specifica puoi iniziare da qui:

La sicurezza del lavoro. Partiamo dal fatto che nessun lavoro è sicuro al 100%, la domanda che ti puoi porre è: sono consapevole del livello di sicurezza che del mio lavoro e sono in grado di gestirlo? Ogni lavoro ha dei rischi che possono essere fisici, economici o sociali. Lavorare in una acciaieria è certamente diverso che lavorare in un ufficio. Allo stesso tempo, lavorare in una settore in crisi è più rischioso che lavorare in un settore in pieno sviluppo. Infine, lavorare dalle 9 alle 17 dal lunedì al venerdì offre possibilità sociali diverse da lavorare con i turni o a partita iva.

Il carico di lavoro. Per mantenere il carico di lavoro in un range salutare tieni d’occhio la quantità, la difficoltà e il fattore emotivo del tuo lavoro. La domanda che ti puoi porre è: qual è il carico di lavoro che posso efficacemente gestire? Concentrati sulla quantità di lavoro che hai in gestione, sulla difficoltà (hai gli strumenti per farlo?) e sulla qualità delle tue emozioni (come ti fa sentire ciò che fai e le persone con le quali collabori). Infine: il lavoro che svolgi è ripetitivo o è vario? Di cosa hai bisogno, tu?

Il valore del tuo lavoro. Prima di concentrarci sul gruppo di lavoro, partiamo da te. La domanda qui è: ciò che faccio è apprezzato e valorizzato? La strada del burnout è lastricata di frustrazione. Quando il datore di lavoro comunica quanto ti apprezza attraverso lo fa principalmente attraverso la valorizzazione del tuo lavoro. Ci sono aziende e capi che non sono bravi comunicatori ma nelle quali è evidente l’apprezzamento per il lavoro dei dipendenti. Quando in azienda sono diffusi esempi di disuguaglianza nel carico di lavoro o nella retribuzione, nelle valutazioni o in avanzamenti di carriera poco trasparenti la strada del burnout è aperta.

Senso del gruppo. In Extraordinary la specialista della gestione dei gruppi è Laura Salimbeni, coordinatrice anche della Extraordinary Coaching School, ha dedicato a questo tema numerosi articoli, post, ebook e seminari online. La domanda da porsi in questo ambito è: mi sento parte del gruppo? Si lavora sempre meglio quando si ha la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande. Far parte o meglio sentirsi parte del team significa sentire che puoi parlare con qualcuno se incontri difficoltà nel lavoro o nella vita e che sei pronto a fare lo stesso per gli altri.

Possibilità di avanzamento e crescita. Una vita lavorativa piatta e monotona è molto spesso una ragione per cambiare lavoro o per una perdita di interesse per il lavoro che si svolge. Qui la domanda da porsi è: cosa posso fare per sentire che sto crescendo? In molti casi, soprattutto quando le aziende sono poco strutturate, è facile che ci si debba organizzare per conto proprio per organizzare la propria crescita. Per evitare il burnout è importante dedicare tempo e risorse a questa attività.

Sintonia con l’azienda. Quando i tuoi valori, i tuoi obiettivi e il tuo scopo sono allineati con quelli dell’azienda vivi una esperienza lavorativa straordinaria. La domanda da porsi qui è: sono orgoglioso dell’azienda per la quale lavoro? Stabilire se si è a rischio di burnout richiede anche questo tipo di valutazione. I valori della tua azienda sono in linea con i tuoi? Sentirsi in sintonia o in contrasto con ciò che l’azienda rappresenta cambia radicalmente il modo in cui si vive il lavoro.

Cosa fa un Coach?

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Ho iniziato a fare il Coach negli anni ’90 del ‘900. Sono trascorsi quasi trenta anni da allora e oggi la professione del Coach è largamente diffusa e conosciuta. I primi tempi invece era difficile spiegare chi ero e cosa facevo. Lo era persino negli Stati Uniti dove è nata questa professione per come la conosciamo oggi, figurarsi in Italia.

Non a caso sono stato definito un pioniere del Coaching: ho iniziato questa professione quando non esisteva, tra diffidenza e incredulità. E oggi che molte persone hanno sentito parlare del Coaching, c’è più confusione che mai su cosa sia realmente!

Partiamo da cosa fa il Coach: aiuta il cliente – attraverso un processo di crescita – a diventare la persona che desidera per raggiungere il risultato che ha in mente. Nel Coaching, un cliente lavora con un Coach per definire obiettivi e identificare ostacoli e comportamenti inefficaci al fine di creare uno o più piani d’azione e crescita per ottenere i risultati desiderati. Il processo di Coaching ha innanzitutto la finalità di trasformare la persona: dalla persona che è all’inizio alla persona in grado di conseguire gli obiettivi che ha in mente.

Bello vero? Straordinario, dico io. Il Coach è una professione meravigliosa che mette a contatto persone con un potenziale enorme e offre al Coach stesso la possibilità di essere l’agente dell’espressione completa di questo potenziale.

Se ti piace ciò che fa il Coach e vuoi diventare anche tu un Coach, ti consiglio di fare un giro prima a “Il Coaching secondo Claudio Belotti. Questo corso è quello che amo più di tutti, è un momento di crescita e incontro. Io ti metto a disposizione trenta anni di esperienze, di errori e dritte utili per diventare la persona che desideri, il Coach che vuoi essere. A “Il Coaching secondo Claudio Belotti” infatti hai la possibilità – l’unica – di sottoporre la tua candidatura alla Extraordinary Coaching School. E non lo fai a scatola chiusa: hai quattro giorni per conoscermi, per conoscere il mio modo di pensare e di interpretare il Coaching: una professione seria che va svolta con competenza e integrità.

Se ti piace ciò che fa un Coach e pensi ti possa essere utile ti posso dare le informazioni necessarie. Qui trovi tutto quello che è necessario sapere per scegliere un Extraordinary Coach e un percorso condiviso nel quale potrai ad esempio:

Definire e stabilire come raggiungere obiettivi personali e professionali

Lavorare su di te per migliorare le tue abilità comunicative

Raggiungere un equilibrio lavoro/vita definendo le tue priorità

Individuare come far crescere la tua attività professionale, artigianale o commerciale

Ricorda: la prima sessione, la cosiddetta intake session, è sempre gratuita e in questa sessione si stabilisce come cliente e Coach possono lavorare insieme per ottenere i risultati che da cliente desideri.

Dal problema all’opportunità

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Un’emergenza improvvisa cambia i tuoi i piani. È facile immaginarlo di questi tempi. Mesi di stop significano un fatturato che non tornerà, significano obiettivi che non raggiungerai nei tempi previsti, significano difficoltà – mascherine, distanziamento sociale, norme sanitarie – che prima non c’erano.

Cosa fare?

Bene partiamo da qui: questa è l’ultima domanda da farsi. La prima domanda è: che significato voglio dare? Innanzitutto, stabilisci cosa significa per te ciò che sta succedendo. Questo è molto importante perché è la storia che ti racconti e una delle più importanti capacità di leadership è quella di dare un senso alla realtà, alla tua e a quella degli altri.

Una volta che hai stabilito il senso, puoi passare all’azione. Chi si muove attraverso il proprio senso della vita, vive in modo più pieno l’esistenza: quando hai già pensato a “La vita come TU la vuoihai molte più possibilità di realizzare il tuo progetto più bello: te stesso.

Per trovare un nuovo equilibrio dopo l’emergenza, fai queste tre cose:

Muoviti! L’equilibrio della vita è sempre dinamico. Come diceva il fisico premio Nobel Albert Einstein “la vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Letteralmente: muoviti, cammina, corri, vai in bici. Consuma calorie e stress, brucia la tensione, metti in circolo il sangue.

Rivedi gli obiettivi. Può sembrare scontato ma non lo è. Fissato il tuo scopo, i passi per raggiungerlo possono essere lunghi o corti, lenti, veloci. Trova il passo più utile per ottenere ciò che hai in mente. Non conta infatti ciò che credi sia possibile, conta ciò che fai per renderlo tale. E anche se può essere dura rimettere tutto in discussione, questa flessibilità ti rende inarrestabile.

Sii grato. In questa crisi ognuno di noi ha potuto apprezzare qualcosa che aveva dimenticato. La casa accogliente, la tecnologia che ci ha permesso di stare più vicini, di lavorare e guadagnare qualcosa, comunque. Porta a letto con te le cose per le quali sei grato: prima di dormire fanne l’elenco, magari con un diario. E la mattina al risveglio medita su ciò che sarà la tua giornata su ciò che potrà offrirti per vivere bene.

Muoversi, rivedere gli obiettivi ed essere grato in realtà sono passi di un cammino più ampio che ti porta dal problema, dall’emergenza, dal contrattempo all’opportunità che si nasconde dietro. Ricorda: quando si rimescolano le carte, il loro numero nel mazzo rimane esattamente lo stesso.

Come puoi aiutare i tuoi figli a costruire la fiducia in loro stessi?

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Partiamo da una questione basilare: i bambini non nascono con le paure. Come dice il mio maestro Richard Bandler, fondatore della PNL insieme a John Grinder e Frank Pucelik, le uniche paure con le quali nasciamo sono quella di cadere e quella dei rumori forti: tutte le altre sono acquisite.

Quindi, quando parliamo di fiducia, parliamo innanzitutto di rinforzare un talento innato. La fiducia in sé stessi infatti è ciò che permette a un bambino di alzarsi in piedi e camminare dopo essere caduto decine di volte nel tentativo. I bambini infatti non nascono con fobie sociali come la paura di fare brutte figure in pubblico. 

Ed è proprio per questa ragione che i bambini crescono e imparano con una rapidità che noi adulti abbiamo quasi completamente dimenticato. Poi ad un certo punto questo meccanismo inizia a incepparsi, inizia la preoccupazione per quello che pensano gli altri. Questo meccanismo appartiene a tutti e come genitori possiamo intervenire per bilanciarlo con una adeguata dose di fiducia.

E come sia aiutano i propri figli a creare questa fiducia? Vediamo insieme:

Esprimere fiducia crea fiducia: questa è la regola di base. La migliore forma di fiducia che si può esprimere è quella nelle risorse del bambino. Incoraggiarlo a trovare la soluzione e rincuorarlo sul fatto che può cercare le risorse per risolvere il problema. Non è detto che le abbia tutte a disposizione nel momento in cui si presente il problema, infatti. Questo ad esempio ce lo insegnano le Dinamiche a Spirale: l’insegnamento più importante è che crescere è la soluzione.

Si migliora con la pratica: incoraggia l’impegno e la pratica. I bambini non vanno premiati per i risultati ma per l’impegno che mettono in ciò che fanno. Non porre troppa attenzione al “come”, lascia che il bambino cresca e sviluppi competenze e fiducia contemporaneamente in una condizione di totale supporto.

Non fare lo spazzaneve e offrigli nuove sfide: i genitori spazzaneve sono quelli che lavorano al posto dei figli nel raggiungimento degli obiettivi. E questo toglie tutto il gusto della sfida, la ricchezza dell’apprendimento con l’esperienza e distrugge il valore di ciò che possono ottenere con l’impegno. Offrire ai bambini sfide adeguate alla loro età li aiuta a comprendere il valore dell’errore come una bella (e inevitabile) parte del processo di crescita.

Cosa rende speciale una azienda performante

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Il mio lavoro di Business Coach mi porta spesso in realtà aziendali super performanti. Per quale ragione? Questo accade perché le aziende che sono in crisi e in difficoltà spesso sono sopraffatte non tanto dal mercato quanto dalle proprie convinzioni limitanti. Convinzioni limitanti quali “è colpa del mercato se fatturiamo meno” o “è colpa delle pretese dei clienti” o ancora “non abbiamo bisogno di aiuto perché il Coaching o la consulenza è solo fuffa”. Le aziende che performano, invece, vogliono rimanere tali e investono per farlo.

Nel mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti offro una analisi molto dettagliata dei principali indicatori che consentono di stabilire in quale stadio evolutivo si trova un’azienda o, nel caso di aziende molto grandi, in quale stadio evolutivo si trovano i diversi rami d’azienda. Questa informazione è fondamentale per comprendere come agire sui singoli collaboratori e sull’intera organizzazione per consentirle di tornare o arrivare rapidamente allo stadio di eccellenza denominato Prime.

Quando entro in contatto con queste aziende super performanti noto spesso che ci sono alcune tipologie di collaboratori e di manager che contribuiscono a renderle così speciali. Sono quelle persone che amano il proprio lavoro e la propria azienda e ci mettono passione. Di solito queste persone hanno almeno una di queste caratteristiche:

Leadership naturale: ci sono i leader scelti dalle aziende. E poi ci sono i leader naturali. Di solito sono le persone che lanciano il cuore oltre l’ostacolo che non temono di sbagliare quando agiscono perché sono consapevoli di agire per il bene dell’azienda e lo mettono al primo posto: preferiscono chiedere scusa che chiedere il permesso e attraggono le altre persone che si sentono incoraggiate a lavorare meglio perché sanno di essere sempre protette e guidate. Queste persone vanno tutelate e formate. Più strumenti hanno per prendere decisioni migliori, maggiore sarà il numero di decisioni ottime che prenderanno.

Pensiero fuori dagli schemi: sono quelli che non fanno mai (o quasi mai) quello che gli si dice. Ma non lo fanno per partito preso, lo fanno perché spesso hanno la capacità di apportare migliorie. Le regole gli stanno strette e fanno di tutto per allargare costantemente le maglie del controllo di gestione per non rimanere ingessati in regole e protocolli. Per i manager sono un vero incubo. Si può scegliere di punirli. Oppure si può decide che il loro pensiero laterale può essere messo a frutto per testare la propria gestione. Con loro l’innovazione è garantita e una volta inquadrati possono essere risorse preziosissime.

Conoscenza del mercato: i propri collaboratori, quelli che hanno una passione enorme per il lavoro che svolgono sono anche quelli più attenti alle evoluzioni del mercato. Guardano i prodotti dei concorrenti e vogliono fare meglio. Spesso sono gli stessi che sono a contatto con clienti e fornitori e riescono a percepire prima di qualsiasi indagine di mercato quale è l’aria che tira e in quale direzione. A volte non hanno la visione d’insieme che può avere un manager ma possono offrire allo stesso un punto di vista interessante, capace di cambiare davvero le cose.

Nel dubbio, fai la cosa più difficile: scegli di essere di più

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A volte è solo una questione pratica: salita o discesa? Cibo sano o junk food? Interessarsi o fregarsene? Smartphone o libro? Sono piccole scelte che facciamo tutti i giorni, ogni ora, ogni momento. Quelle scelte plasmano la nostra vita. A volte è un bisogno irrinunciabile quello del comfort, per riposare e recuperare energie. A volte la scelta del comfort, del fare la cosa facile, è solo una scusa.

Quando una scusa viene utilizzata troppe volte succedono due cose: o si finisce col crederla vera o non ci si crede più del tutto. In entrambi i casi ci si allontana da quello che si desidera veramente e si rinuncia alla possibilità di essere felici e soddisfatti. La ragione è semplice: la via più semplice ti porta dove sei già stato, in luoghi che hai visto e rivisto e spesso proprio per questo sono anche luoghi noiosi, monotoni, poco interessanti.

Nel momento in cui invece decidi di crescere e migliorare, scegli di fare la cosa più difficile e hai la possibilità di sperimentare qualcosa di nuovo, di andare oltre i tuoi limiti. Spesso quei limiti sono barriere sottilissime che ti separano da soddisfazioni enormi, da conquiste che sogni fin da quando sei piccolo. Come ti racconto nel mio libro “Prendi in mano la TUA felicità” questa felicità è quella che incontri quando vai nella direzione del tuo scopo.

Per scegliere di fare la cosa più difficile il modo migliore è desiderare di essere di più. Quando desideri essere di più, ti viene naturale andare a cercare altre difficoltà, nuove sfide, problemi diversi, migliori. Lo ha spiegato molto bene in un post Richard Branson qualche anno fa:

Ai bambini viene spesso chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?”

Il mondo si aspetta grandi aspirazioni: “Voglio fare lo scrittore, il dottore, il primo ministro”. Gli viene detto: vai a scuola, vai al college, trova un lavoro, sposati e poi sarai felice. Ma si tratta solo di fare, non di essere – e mentre ti procurerai momenti di gioia, non ti ricompenserà necessariamente con una felicità duratura.

Fermati e respira. Mantieniti sano. Stai con i tuoi amici e familiari. Sii presente per qualcuno e lascia che qualcuno sia presente per te. Sii audace. Anche solo per un minuto.

Come garantire un futuro di successo ai propri figli?

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La domanda risponde all’amore e alla preoccupazione che provano tutti i genitori di fronte ai propri figli. Crescere dei bambini infatti porta molte coppie a proiettare su di essi aspettative, timori e spesso anche il desiderio che abbiano ciò che loro non hanno avuto o la voglia di evitare che vivano le stesse esperienze negative. Questo è comprensibile e allo stesso tempo rischia di diventare un boomerang.

Partiamo dal concetto che limitare le difficoltà e cercare di spianare la strada più possibile ai propri figli non è mai una buona idea. Ogni persona ha bisogno di confrontarsi con difficoltà – possibilmente di qualità crescente – che creino esperienza. Proteggere i propri figli dalle difficoltà significa impedire loro di crescere pienamente e di prendersi la piena responsabilità della propria vita. Quindi? Se proprio vuoi dare qualcosa di utile ai tuoi figli dai loro amore, supporto e un buon esempio.

Attraverso l’amore infatti trasmetti loro la sicurezza di un legame forte, con il supporto garantisci loro la possibilità di seguire le passioni che sentono di avere. Per quanto riguarda il buon esempio ci sono tre cose che puoi fare tu prima di tutto:

  • Agire: l’azione trasforma il potenziale in reale. Quando pensi troppo a quello che devi fare tendi a concentrarti su aspetti specifici della questione e ingigantirli. Nel bene o nel male. Soprattutto nel male, questo significa amplificare ansie e preoccupazioni. L’azione – e la decisione di agire che sta a monte – spazza via tutto questo.
  • Sii flessibile: questo significa innanzitutto essere pronti ad agire quando non arrivano i risultati sperati. È molto facile mollare quando le cose non vanno come vorremmo. Proprio per questa ragione, rimanere flessibili è il miglior modo per imparare dai propri errori e da quello che ci riserva la vita.
  • Sii grato: la gratitudine è il contrario della lamentela. La lamentela infatti toglie energia e ci fa girare a vuoto intorno al problema. La gratitudine dà energia, ci fa sentire bene con quello che viviamo e ci dà la forza per andare avanti, con più leggerezza.

Infine, la cosa più importante che possiamo trasmettere ai nostri figli è l’educazione a una mentalità di crescita, a farsi forza e andare avanti nelle difficoltà, a imparare dai propri errori e a lavorare per ciò che si ama. Il futuro di successo infatti non è possibile garantirlo a nessuno: la cosa migliore che si può fare è insegnare loro fin da bambini che la felicità è innanzitutto una scelta e il successo si costruisce quando si riconosce la propria passione e si lavora con intenzione per realizzarla pienamente.