Dal protocollo al modello: una bella evoluzione

By 22 Settembre 2019Blog

Se mi conosci e mi segui da un po’ sai che non sono un grande amante dei protocolli nel Coaching. E in questi giorni pensavo al perché. Mi ha girato un po’ nella testa questa domanda e ho cercato la ragione. Partiamo dal fatto che in alcuni casi i protocolli possono essere utilissimi: nulla contro di loro a prescindere. Non a caso infatti molte persone li usano perché sono utili a soddisfare forse uno dei bisogni fondamentali e più ricercati in questo momento nel mondo del Coaching: il bisogno di sicurezza.

Se io ho un protocollo che mi dice “Cinque passi per…” o “Le sette tappe per…” e mi elenca una via l’altra le cose che devo fare, sto tranquillo che vado da A a B. Ma è possibile che lo stesso percorso vada bene per tutti? Proprio tutti, tutti? Non ne sono tanto sicuro.

Quando gli astronauti – come il mio amico Paolo Nespoli – hanno un problema non devono risolverlo con il loro buon senso, con la loro creatività. C’è una procedura da seguire che è già stata definita e questo li porta a casa. E va benissimo. Per gestire una macchina – seppure complessa – come un razzo spaziale. Il protocollo infatti è uno schema, un pattern, una sequenza di azioni. Quei passi che ti dovrebbero aiutare a portare qualunque persona da A a B. In PNL diremmo dallo Stato Attuale allo Stato Desiderato. Da dove è a dove vuole andare.

E la PNL è un protocollo di fatto che aiuta una persona a raggiungere un obiettivo che potrebbe essere il banale smettere di fumare o avere più soddisfazione, diventare ricco, prendere una decisione. Utilissimo. Qual è il rischio che si può correre? Che il protocollo diventi la cosa fondamentale cioè che si scambi il protocollo – che è un mezzo per aiutare le persone – con un fine.

Per gli astronauti il fine è tornare a casa. Se c’è un problema con un razzo o se un macchinario non funziona come dovrebbe, si usa il protocollo per farlo funzionare in modo alternativo. Per quanto riguarda il Coaching spesso il protocollo viene messo al centro e sembra quasi che sia più importante rispettare il protocollo che aiutare la persona. Al centro, nella mia visione del Coaching, invece si trova la persona che è il vero soggetto, il protagonista – non il Coach, al centro c‘è proprio il cliente. E il vero fine del Coaching non è quello di aiutare la persona a cambiare ma ad evolversi in sé, per essere sempre più sé stessa. In questo modo la persona, il cliente se preferisci, può essere più soddisfatta, più piena, più integra.

Integra non nel senso morale. Integra nel senso di non spezzettata, una cosa unica. Cioè con tutte le parti che ha: luce e oscurità. Difetti e pregi.  Ogni parte viene inclusa in un sistema unico. Quindi, se l’obiettivo è aiutare le persone ad evolversi in modo personale, unico e straordinario, il protocollo può essere utile MA non dev’essere mai al centro. Non va vissuto come un dogma, recitato come una poesia a memoria, ripetuto come una tabellina. La poesia va bene, poi serve anche l’improvvisazione teatrale. Il protocollo è uno strumento e va preso in quanto tale.

Ecco perché io in questo momento sono più propenso ai modelli piuttosto che ai protocolli. Che differenza c’è fra un modello e un protocollo? Il modello innanzitutto non è una sequenza come il protocollo. Il modello è un approccio basato su una teoria, un concetto, una serie di presupposizioni cioè una serie di cose che si danno per vere. Il modello è una combinazione di linee guida basata su valori oltre che convinzioni. Un modello è un modo di vedere le cose, di pensare e di spiegare il perché le cose accadono. Nella PNL ad esempio ci sono quelle che vengono chiamate le presupposizioni di base che mi permettono poi di applicare il protocollo del Meta Modello. Questo nel Coaching mi dà la flessibilità. Infatti, non ho delle regole da seguire pedissequamente. La regola è fissa: si fa così e basta. Ho un modello, dei principi organizzativi. Il modello si prende la licenza operativa di non applicare il protocollo come è stato disegnato ma di modificarlo in funzione della situazione, della persona, del contesto.

Il mio metodo One Hand Coaching è il mio modello di Coaching e si basa su cinque passi, associati alle dita della mano. Teoricamente sono da fare in ordine: pollice, indice, medio anulare e mignolo. Cioè, sempre teoricamente, se possibile partiamo dallo scopo. Praticamente non partiamo sempre dallo scopo. Proprio come le dita infatti puoi scegliere qual è più funzionale utilizzare in quel momento. Ci sono situazioni che richiedono l’utilizzo del pollice per dare l’ok, altre in cui il medio è ben più indicato…

Chi è stato in aula con me, magari a “Il Coaching secondo Claudio Bellotti” o addirittura chi fa la Extraordinary Coaching School sa che più di una volta ripeto che è improbabile che si possa lavorare con un cliente dalla prima sessione sullo scopo. Soprattutto se si ha a che fare con un cliente neofita di queste cose che non capisce neanche cosa è lo scopo.

Magari all’inizio si lavorerà sugli obiettivi, che nel mio modello è il quarto di cinque passaggi. Perché puoi farlo liberamente? Perché non è un protocollo, inteso come sequenza. E’ una metodologia, un metodo, un modello. E lo scopo è il più importante di tutti, non necessariamente il primo. A volte infatti non vale la pena affrontarlo per primo perché il cliente non è in grado, non ha ancora la confidenza giusta o più semplicemente non è pronto.

E’ il cliente è al centro di tutto. Tu come Coach, consulente, terapeuta, agente del cambiamento, amico, capo, genitore, manager dovresti sempre adattare il tuo approccio piuttosto che fare adattare la persona che hai di fronte. Conosci le Dinamiche a Spirale ? Non sono un protocollo. Sono un modello che racchiude una serie di principi organizzativi che poi vengono applicati in funzione dell’ambiente e delle condizioni di vita della persona con la quale si ha a che fare. Mi rendo conto che questo è un ragionamento un po’ più complesso. Sarebbe molto più semplice avere la formuletta, le tabelline, la poesia da recitare a memoria. Per fortuna, non è così.

Quindi come avrai capito non sono un grande fan dei protocolli fine a sé stessi. I protocolli inseriti all’interno di un modello li adoro, ma i protocolli e basta non mi piacciono. Non rispecchiano la realtà della complessità della vita e delle persone. E poi sono rigidi e per molti sono solo una scorciatoia. E io sono dell’idea che le scorciatoie servano a poco. Soprattutto quando si lavora con le persone.

Fare il Coach, o meglio essere un Coach – grazie a Dio – è una cosa un po’ più complessa.