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Febbraio 2020

Come garantire un futuro di successo ai propri figli?

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La domanda risponde all’amore e alla preoccupazione che provano tutti i genitori di fronte ai propri figli. Crescere dei bambini infatti porta molte coppie a proiettare su di essi aspettative, timori e spesso anche il desiderio che abbiano ciò che loro non hanno avuto o la voglia di evitare che vivano le stesse esperienze negative. Questo è comprensibile e allo stesso tempo rischia di diventare un boomerang.

Partiamo dal concetto che limitare le difficoltà e cercare di spianare la strada più possibile ai propri figli non è mai una buona idea. Ogni persona ha bisogno di confrontarsi con difficoltà – possibilmente di qualità crescente – che creino esperienza. Proteggere i propri figli dalle difficoltà significa impedire loro di crescere pienamente e di prendersi la piena responsabilità della propria vita. Quindi? Se proprio vuoi dare qualcosa di utile ai tuoi figli dai loro amore, supporto e un buon esempio.

Attraverso l’amore infatti trasmetti loro la sicurezza di un legame forte, con il supporto garantisci loro la possibilità di seguire le passioni che sentono di avere. Per quanto riguarda il buon esempio ci sono tre cose che puoi fare tu prima di tutto:

  • Agire: l’azione trasforma il potenziale in reale. Quando pensi troppo a quello che devi fare tendi a concentrarti su aspetti specifici della questione e ingigantirli. Nel bene o nel male. Soprattutto nel male, questo significa amplificare ansie e preoccupazioni. L’azione – e la decisione di agire che sta a monte – spazza via tutto questo.
  • Sii flessibile: questo significa innanzitutto essere pronti ad agire quando non arrivano i risultati sperati. È molto facile mollare quando le cose non vanno come vorremmo. Proprio per questa ragione, rimanere flessibili è il miglior modo per imparare dai propri errori e da quello che ci riserva la vita.
  • Sii grato: la gratitudine è il contrario della lamentela. La lamentela infatti toglie energia e ci fa girare a vuoto intorno al problema. La gratitudine dà energia, ci fa sentire bene con quello che viviamo e ci dà la forza per andare avanti, con più leggerezza.

Infine, la cosa più importante che possiamo trasmettere ai nostri figli è l’educazione a una mentalità di crescita, a farsi forza e andare avanti nelle difficoltà, a imparare dai propri errori e a lavorare per ciò che si ama. Il futuro di successo infatti non è possibile garantirlo a nessuno: la cosa migliore che si può fare è insegnare loro fin da bambini che la felicità è innanzitutto una scelta e il successo si costruisce quando si riconosce la propria passione e si lavora con intenzione per realizzarla pienamente.

Le etichette che diamo alle persone

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Bisogna chiarire subito un aspetto: è molto difficile trovare dei dipendenti pigri. La pigrizia infatti è un comportamento che molto spesso viene messo in atto per altre ragioni: è una risposta a ciò che accade intorno alla persona. Questo si può notare spesso in azienda: i dipendenti pigri sono spesso quelli che svolgono un ruolo nel quale non si ritrovano a proprio agio, un lavoro che non amano o nel quale magari hanno delle mansioni che non sono riconosciute a livello salariale.

Questo ovviamente può avvenire sia a livello personale che a livello aziendale. Intere organizzazioni infatti possono tendere alla pigrizia – intesa come un cullarsi nei propri successi, ad esempio – che porta l’azienda a guardare al passato, a fermarsi a ciò che ha e che magari l’ha portata a diventare leader di mercato. Come capita spesso infatti c’è un paradosso: più si ha successo più si rischia di fallire. Perciò si tirano i remi in barca.

Nel mio ultimo libro “Gli Stadi del Successo” (Roi Edizioni) ti parlo anche di questa fase di vita dell’azienda. Un momento che, se hai lavorato bene in passato, potresti aver già vissuto o stai vivendo proprio adesso e anche se lavori bene, corri concretamente il rischio di vivere, una volta raggiunto il successo. Evitarlo non è semplice ma è fondamentale accorgersene per tempo: i segnali che conducono a questa condizione sono molto chiari, basta conoscerli.

Quanto ai tuoi dipendenti, se hai ancora dubbi sul fatto che alcuni possano essere pigri e svogliati per natura, forse è il caso che ti faccia qualche domanda. L’ambiente di lavoro infatti influisce molto sul comportamento dei dipendenti. Poi ci sono le abilità personali: sono valorizzate? Proprio per questa ragione scegliere di non etichettare le persone come pigre e invece cercare di capire cosa le trattiene dal performare al massimo del loro potenziale è semplicemente più efficace.

Una volta che hai compreso che la mancanza di produttività non è un tratto caratteriale ma una incapacità di performare legata alle condizioni di lavoro, questo ti aiuterà a trovare il modo migliore per spezzare l’incantesimo che tiene bloccata questa persona. Chiediti (e chiedile) di cosa potrebbe aver bisogno per lavorare meglio. Quali sono le difficoltà che la bloccano. Quali emozioni prova nel suo lavoro e come queste influiscono su di essa.

Un equilibrio fra vita e lavoro è (im)possibile!

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“Non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità! …e allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi ma sei tu stesso! La realtà che vivi è il riflesso del tuo mondo interiore, che tu voglia crederlo, accettarlo oppure no.” The Matrix

Non c’è un concetto che causi maggiore frustrazione dell’idea di raggiungere un equilibrio tra lavoro e vita privata e poi vedersi costantemente cambiare i piani dalle mille variabili della vita. La ragione è semplice: è impossibile bilanciare vita privata e lavoro. Fai invece l’unica cosa saggia: ama ciò che fai in ogni momento.

Sulla carta infatti bilanciare lavoro e vita privata sembra facile proprio come un business plan spesso sembra funzionare a perfezione fino a quando non è il momento di mettersi davvero in gioco. La teoria e la pratica a quel punto prendono due strade diverse e tu devi stare sulla pratica, perché è quella alla quale devi rispondere, come imprenditore, professionista, dipendente e più di tutto come persona.

L’unico equilibrio possibile è un equilibrio dinamico. Uno squilibrio, quasi. Si possono sperimentare molte formule ma alla fine la questione si riduce a una sola domanda: tu ami il tuo lavoro e la tua vita? Amarli non significa avere tutto il tempo che si desidera per ciascuna. Amarli significa non avere mai abbastanza tempo perché anche tutto il tempo del mondo sarebbe poco. Amarli significa godere di ogni momento che si può dedicare a l’una o l’altra.

Il segreto in fondo è quello di non essere mai completamente soddisfatto. Non lasciare al lavoro troppo spazio che ti consuma i nervi e ti spossa e non lasciare troppo spazio alla vita privata che ti rende distante dalle attività sulle quali concentrarti sul lavoro. Se la tua vita privata ti assorbe troppo non rendi professionalmente. Se il tuo lavoro ti assorbe in maniera eccessiva non dai ciò che vorresti nel privato. L’idea quindi non è bilanciare: è scegliere.

Scegli cosa è importante: sul lavoro potrebbe essere un progetto al quale tieni particolarmente, la tua priorità, un nuovo libro, lo sviluppo di un prodotto. Nella vita privata potrebbe essere un concerto, una gita con la tua famiglia, una giornata al parco divertimenti con tuo figlio. Si tende troppo spesso a pensare alla quantità del tempo che si dedica a una attività, mentre è la qualità del tempo quella che crea i ricordi più belli: quando sei al 100% presente e vivi il momento.

Guardati dentro, cosa vuoi in questo momento? Se ce l’hai, tutto ok: continua così. Se non ce l’hai, cosa ti serve per averlo?

Piccolo manuale di conversazione domestica

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Spesso ci si ritrova a tavola, come famiglia e ci si arriva magari a sera stanchi con la testa altrove. Chi sbircia il telefono, chi vuole guardare la televisione, il telegiornale o i cartoni animati. Ognuno prende il suo posto e fa quello che è abituato a fare a tavola. A lungo andare questo cancella l’abitudine al dialogo.

Si parla poco distratti ognuno dai propri pensieri. Eppure, quel momento in famiglia può essere una bellissima occasione per godere del tempo insieme. Sviluppare una conversazione certo non è facile: se lo fosse lo farebbero tutti e non staremmo qui a scriverne e a cercare idee per migliorare un aspetto fondamentale della relazione familiare.

Creare conversazioni è un divertimento e allo stesso tempo è utile farlo perché esse aiutano il tuo legame familiare e i tuoi figli a sentirsi parte integrante di qualcosa di più grande di loro, il che, a sua volta, può contribuire a renderli più forti, sicuri di sé e soddisfatti. Una bella forma di conversazione potrebbe essere incentrata infatti su ciò per cui ciascuno è grato. Condividere in famiglia le cose belle vissute durante il giorno dà una forza enorme.

E non serve aver ricevuto un ottimo voto o aver vinto una gara: è sufficiente riconoscere ciò che normalmente si dà per scontato. Si può partire dalle cose più semplici come l’amicizia a scuola con gli altri ragazzi, una gita scolastica, la scoperta dell’ultimo youtuber o di un nuovo cantante. Puoi chiedere se c’è qualche libro o film che ha visto che gli è piaciuto e che insegnamento gli ha lasciato. Mostra sincera curiosità e sospendi il giudizio: non è facile per nessuno aprirsi e sentirsi giudicato. L’occasione del pasto può aiutare a superare questa difficoltà di piccoli e grandi.

Un ultimo consiglio: se vuoi introdurre questa novità, puoi iniziare dall’aspetto di solito più formale del pasto. Il posto a tavola: per creare un nuovo presupposto e nuove regole, cambia l’approccio, cambia i posti a tavola. E fallo poi con continuità. Di tanto in tanto, scegli un posto differente. Fa bene a tutti guardare le cose da un punto di vista differente.

Le 3 caratteristiche (più una) fondamentali per un manager

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Nel mio ultimo libro “Gli Stadi del Successo” (Roi Edizioni) ho raccolto l’esperienza ultraventennale come Business Coach nelle aziende più grandi e a contatto con imprenditori illuminati e manager con idee innovative e approcci inconsueti. Tutto questo know-how è a tua disposizione e può applicarlo nella tua azienda per portarla a quello che lo stato di grazia, lo stadio del Prime.

Tutto ha inizio molti anni fa – non ricordo più quanti, ma tanti – in uno dei numerosi seminari di Robbins al quale collaboravo. Il grande Tony ci parlò di un concetto che mi colpì (non che fosse la prima volta, né è stata l’ultima). Ci parlò delle identità nel mondo del lavoro. Ci disse che ognuno di noi, per natura, può avere una prevalenza di uno fra tre diversi modi di pensare.

Sul lavoro, infatti, diceva Robbins, ci sono tre anime. Tutte belle, tutte necessarie al mercato e molto diverse tra loro. Di queste tre, solitamente ne abbiamo una molto sviluppata, una meno e una quasi per niente. Ovviamente nessuno di noi è una cosa sola, siamo animali complessi, ma questa generalizzazione ci può aiutare. I tre “tipi” sono: l’artista, il manager, l’imprenditore (business maker). 

Sapere qual è la tua anima prevalente e quale quella secondaria è importante per assicurarti di avere persone diverse vicino a te: infatti se ragionate tutti allo stesso modo vi farete male, imprenditorialmente parlando. Non si vince un campionato con soli portieri e difensori. Cerca di capire chi sei e di chi o cosa hai bisogno. Portali in azienda, ascoltali e impara da loro.

Se la tua anima è quella di un imprenditore e hai bisogno di trovare manager ci sono almeno 3 caratteristiche (più una) che devi ricercare. Vediamole insieme:

Manager Coach. Un buon manager dovrebbe essere anche un buon Coach. Sono trascorsi ormai già molti anni da quando la prestigiosa università di Harvard ha individuato il Coach come professione del futuro e le Coaching skill come elementi fondamentali in qualunque professione o mansione che preveda la gestione, il coordinamento e la guida delle persone. La gestione dello stato emotivo, le competenze di negoziazione, le abilità di valutazione delle risorse umane sono tutte caratteristiche fondamentali per un manager.

Delega. La delega a volte viene intesa in modo negativo come il tentativo di scaricare lavoro sugli altri. Non è così: la delega è innanzitutto responsabilizzazione. Un manager leader deve avere la capacità di creare altri leader. I team di lavoro non devono dipendere dalle decisioni del manager, deve essere in grado di gestire a sua volta le piccole decisioni che fanno andare avanti il lavoro in modo scorrevole. Delegare infatti non significa disinteressarsi. Significa dare valore, valorizzare il lavoro delle persone permettendo loro di crescere.

Competenze. Un manager deve essere competente del settore in cui opera. Soprattutto quando deve guidare una squadra di tecnici, deve avere competenza nella materia specifica. Mettere alla guida di un settore una persona che non ha competenze in quel settore può rendere molto complessi sia la creazione di fiducia, sia la capacità di controllo, sia il coordinamento del lavoro.

Infine, una caratteristica fondamentale è la capacità di prendere decisioni. Nel lungo periodo l’errore si paga molto meno dell’essere rimasti fermi. Prendere decisioni è molto utile per uscire da impasse pericolose. Una decisione rapida e sbagliata è sempre meglio di una decisione tardiva o di nessuna decisione. Nel primo caso infatti ci si dà la possibilità di recuperare.

Crescere, felici

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Crescere dei bambini soprattutto in una fase delicata come quella dell’adolescenza può essere davvero complicato. Ci possono essere scontri e incomprensioni, difficoltà di comunicazione e il rischio di sottovalutare segnali importanti. Allo stesso tempo ogni genitore non desidera altro per i propri figli che rimangano fuori dai guai, vadano bene a scuola e si creino le condizioni per fare ciò che amano da adulti.

Forse ti sorprenderà sapere che non esiste una ricetta fissa per crescere bambini in modo che siano felici, soddisfatti e allo stesso attivi e desiderosi di realizzarsi. In ogni caso c’è sempre qualcosa che si può fare sicuramente per favorire la creazione di questa mentalità: trascorrere del tempo di qualità con i tuoi figli, lasciare che prendano decisioni e garantire alla tua famiglia un ambiente sereno, aperto alla discussione, con regole certe e comprensione.

Oltre a queste regole di base, ci sono tre abitudini molto importanti che puoi mettere in pratica e trasmetterle ai tuoi figli. Già, perché il successo non si insegna a parole, si dimostra con i fatti e se desideri che i tuoi figli apprendano qualcosa di utile, devi essere in grado di metterlo in pratica in prima persona.

Valorizza lo sforzo e l’impegno

Ci sono due modi ai quali pensare al successo: uno viene chiamato “fixed mindset” o “mentalità fissa” e presuppone che il nostro carattere, la nostra intelligenza e le nostre capacità creative siano dati statici che non possiamo cambiare in alcun modo significativo e il nostro successo è una conseguenza diretta di quell’intelligenza. L’impegno, lo studio, lo sforzo per ottenere un risultato sono legati all’identità: sono intelligente quindi non posso sbagliare. Quel “non posso sbagliare” non è sinonimo di arroganza ma una vera croce che porta verso il perfezionismo e a un rapporto con il successo poco sano. L’altro modo viene chiamato “growth mindset” cioè una “mentalità di crescita”. Questa è una mentalità che vive sulla sfida e vede il fallimento non come la prova della propria stupidità, ma come un trampolino di lancio incoraggiante per la crescita e un modo per aumentare le proprie capacità. Se ai tuoi figli dici che hanno superato brillantemente un compito in classe per via della loro intelligenza, questo tende a creare una mentalità “fissa”. Se si fa notare loro che ci sono riusciti in ragione di uno sforzo, di un impegno, dello studio o degli errori che hanno commesso in precedenza questo insegna una mentalità di “crescita”.

Insegnagli a prendere decisioni

Partiamo dall’opposto. Quale può essere l’insegnamento che trasmetti a tuo figlio se gli impedisci di prendere decisioni o se decidi sempre per lui? Nella migliore delle ipotesi una incapacità acquisita di scegliere. E’ facile comprendere quanto questa incapacità sia limitante in termini di sviluppo di capacità di leadership. Il modo migliore per insegnare a prendere decisioni è dare la possibilità ai propri figli di scegliere in autonomia a partire dalle cose più semplici come i vestiti che vogliono indossare, quando fare i compiti o con chi giocare. Da queste piccole decisioni inizieranno a ricevere dei feedback e a capire, anche con il tuo aiuto, quando hanno preso una buona decisione che li ha portati a ciò che volevano e quanto hanno fatto una scelta che li ha allontanati da ciò che volevano. In questo modo potrai guidarli a comprendere come si pensa per conseguenze e sviluppare il muscolo della scelta.

Lascia che sbaglino

Dai primi due punti si arriva naturalmente al terzo: se valorizzi l’impegno rispetto al risultato, se incoraggi a prendere decisioni, poi devi avere la forza di lasciare che i tuoi figli sbaglino. È un grande sforzo per un genitore e allo stesso tempo è necessario per far crescere i propri figli come adulti autonomi e indipendenti. Un conto è voler preparare i propri figli alla vita, tutt’altro conto è volergliela programmare e pianificare. Dai loro gli strumenti che ritieni più utili e lascia poi che i tuoi figli facciano con essi ciò che ritengono più utile per la propria vita.

Allena la fiducia in te!

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“Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere mai abbastanza.” Alda Merini

Ognuno di noi dovrebbe chiedere scusa a sé stesso per non aver creduto in sé, per non essersi fidato di una intuizione, per non aver creduto di essere abbastanza per qualcuno o qualcosa. E dopo essersi chiesti scusa ci si dovrebbe perdonare, perché capita a tutti di commettere questo errore di valutazione.

Ognuno di noi prima di comprendere quanto vale ha bisogno di lavorare su di sé. Io ho iniziato a spiegare qual è il modo che preferisco nel mio libro “La vita come TU la vuoi nel quale trovi tutto il necessario per definire, progettare e realizzare il tuo progetto più bello: TU.

Se hai già acquistato il libro e stai aspettando di riceverlo a casa, puoi iniziare subito ad allenare il tuo amor proprio, la tua fiducia in te e la tua consapevolezza, in tre semplici modi:

Apprezza ciò che hai: pratica la gratitudine, anche e soprattutto verso la persona che sei e non solo verso ciò che hai. Riguarda al passato e vedi ciò che hai fatto. Le decisioni giuste che hai preso e che ti hanno portato dove sei. Le decisioni sbagliate che ti hanno fatto apprendere ciò che sai. Più diventi consapevole della ricchezza che possiedi quando hai un patrimonio enorme di errori più sei consapevole che potrai andare lontano. Gli errori sono il carburante meno utilizzato per far muovere la macchina della vita. Ma quando impari nessuno potrà fermarti.

Pensa che sei in grado di determinare il tuo futuro: e il modo migliore per lavorare sul tuo futuro è quello di prenderti cura del presente. Ognuno di noi si racconta delle storie nella propria testa. “Sono stanco, sono povero, sono troppo giovane o troppo vecchio” e magari lo fa senza pensarci. Come quando usi una brutta parola per errore di fronte a tuo figlio e lui inizia a ripeterla a ripetizione. Usa con te parole che vuoi sentire ripetere e le parole che ti servono per andare avanti. Diventerai il miglior sponsor di te stesso.

Trova il tuo standard: il successo e la felicità si misurano sulla base della tua idea di successo e felicità. Quando ti dici che non sei abbastanza, ti stai chiedendo abbastanza rispetto a chi o rispetto a che cosa? Qual è lo standard che utilizzi per misurare le tue performance? Se cucini e misuri il tuo uovo strapazzato con un uovo in camicia con scaglie di tartufo bianco cucinato da uno chef stellato, ti stai facendo del male. Il tuo metro di paragone è innanzitutto ciò che sai fare tu. E se fino a ieri non eri in grado di cucinare nulla e oggi puoi metterti a tavola un piatto caldo e gustoso, questa è la differenza che puoi apprezzare in te. Ed è abbastanza.

Come gestire le tue emozioni durante una conversazione difficile

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Hai presente quelle conversazioni nelle quali si parte da posizioni lontanissime? Quelle conversazioni nelle quali devi affrontare punti che consideri fermi o devi mettere in discussione il tuo punto di vista, il modo in cui sei abituato a fare qualcosa, l’idea che hai ragione o forse anche una decisione che hai preso? Quando si affronta una conversazione come queste, carica di tensione e nervosa, è difficile non farsi coinvolgere emotivamente.

Questo è ciò che Daniel Goleman chiamava “dirottamento emotivo” o “dirottamento dell’amigdala”, quando il tuo corpo si prepara al combattimento, ad affrontare un pericolo e ti mette nelle condizioni migliori per affrontare un animale selvatico, non certo quelle per condurre una discussione a una conclusione che garantisca la massima soddisfazione a tutti e la tua tranquillità. In questi casi è fondamentale mantenere lo stato emotivo più utile e la PNL ci può aiutare in questo.

Vediamo insieme come:

Respira. Questa è la base. Prima di iniziare una conversazione, un incontro, uno speech, una presentazione o qualunque attività ti metta in qualche modo in uno stato emotivo poco utile, lavora sulla tua respirazione. Ci sono molte tecniche che puoi utilizzare, la più semplice è concentrarsi, fare alcuni profondi respiri e poi seguire il normale andamento del respiro. Ripeti mentalmente inspira ed espira, segui il tuo ritmo. Oppure se non hai tempo di farlo prima, quando inizi a notare che ti stai irrigidendo, nota la sensazione dell’aria che entra e esce dai polmoni, il movimento del torace, l’espandersi dei polmoni. Questo ti aiuterà a regolare fisicamente il tuo stato emotivo.

Etichetta le tue emozioni. Presta attenzione a quello che stai provando e dagli un nome. Un nome che ti aiuti a ottenere di più da quella emozione. Come ho detto spesso io credo che la formula della Performance creata dal grande Tim Gallwey possa essere migliorata. La Performance infatti nella sua formula è data dal potenziale meno le interferenze. Nella mia formulazione io credo che le interferenze debbano essere quanto più possibile integrate. Proprio per questa ragione ti dico: integra le emozioni. Se provi ansia, riconosci che sei emozionato. Se provi rabbia, che questa conversazione ti coinvolge. Se hai paura, che ci tieni. Trova le etichette più utili per il momento che vivi.

Guarda con attenzione ciò che provano gli altri. E’ molto probabile che in una discussione carica di tensione tu non sia l’unica persona che si sente a disagio. Osserva con attenzione ciò che prova e come lo esprime. Anche se non sei nella posizione di poter offrire consigli come “respira regolarmente”, che magari potrebbero essere fraintesi e creare una ancor maggiore tensione, potresti lasciare che l’altra persona si sfoghi e lasci uscire attraverso le parole tutta la sua rabbia e frustrazione. Una volta che avrà terminato, sarà più semplice e che a carica emotiva si sarà ridotta sarà più semplice gestire la conversazione.

Infine, un consiglio sempre valido: quando il livello dello scontro si alza in maniera eccessiva, trova il modo di creare delle pause, delle bolle d’aria nelle quali placare il ritmo della conversazione. Potresti bere un sorso d’acqua e offrirlo agli altri. Potresti chiedere un minuto di pausa per andare in bagno. Se sei tu a condurre la riunione, potresti chiedere a una persona di allontanarsi un momento dalla stanza. Quando si crea una situazione di stallo, creare un cambiamento attraverso una azione può cambiare radicalmente la storia di una discussione o di una riunione.

3 semplici attività per gestire meglio il tuo carico di lavoro

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Ogni tanto sul lavoro può capitare di avere dei momenti nei quali gli input si moltiplicano improvvisamente: mail a raffica, telefonate, messaggi, task da concludere. Se hai momenti nei quali ti sopraffatto dal tuo carico di lavoro, ho alcuni suggerimenti per te. Uno degli insegnamenti fondamentali della PNL è che cambiare il tuo comportamento è probabilmente il modo migliore e più veloce per cambiare le tue emozioni e i tuoi pensieri. Il viceversa è molto più difficile.

Se sei stanco, stressato e non riesci a trovare la concentrazione osserva il tuo respiro. Come è? Alto e corto? Un respiro che non riempie i polmoni e non espande la cassa toracica, un respiro breve. Prima di iniziare a mettere in pratica le attività che ti suggerisco tra poco, ti invito sempre a prendere consapevolezza della tua respirazione. Attraverso il respiro il corpo regola immediatamente la tensione muscolare. Con respiri lenti rilasci la tensione e inizi a concentrarti mentre la mente riprende la sua capacità di pianificazione. Cambi comportamento, cambiano le tue emozioni. Pronto? Iniziamo:

La prima attività che puoi svolgere per gestire meglio il tuo carico di lavoro è l’allenamento a un miglior dialogo interiore. Migliore è ciò che ti dici, migliore è la sensazione di calma e controllo. Un esempio pratico: “tra tutte le attività che ho da fare posso scegliere da quale iniziare e so che concentrandomi su di una cosa per volta otterrò un risultato migliore e se non riuscirò a finire tutto oggi, accetterò che ho fatto tutto ciò che era possibile”. Scegli tu quale frase ti fa sentire meglio, trova le frasi positive – cioè espresse in forma positiva – che possono farti sentire bene con te stesso e con quello che stai facendo.

La seconda attività riguarda le tue aspettative. Spesso capita che quando lavoriamo ci creiamo delle regole che finisco per crearci problemi. Un esempio classico: l’iperreattività. Conosco persone che vivono attaccate a una macchina. Non sono persone con un problema medico: nonostante ciò non si staccano mai dal proprio telefono. Le vedi rispondere a ciclo continuo a e-mail di lavoro, messaggi, senza sosta. Nella mente hanno una vocina che dice “rispondi subito o penseranno che lavori poco” oppure “rispondi presto per far vedere che sei sul pezzo”. Questa mentalità alimenta un ciclo di mail e comunicazioni fuori orario o senza orario. Con un tempo di risposta più rilassato potresti comunicare ad esempio che desideri rispetto per il tuo tempo. Prova a spezzare l’incantesimo.

La terza attività è la mia preferita da diversi anni ormai: prenditi del tempo libero quando ti serve, non aspettare un ipotetico “momento giusto”. Quando sei stanco e stressato, il momento giusto infatti è già trascorso. Questa è una di quelle scelte che ti migliorano la vita. Prendersi del tempo per sé significa scegliere di cambiare il proprio stato emotivo in meglio e allo stesso tempo ricaricare le energie. Segui le tue passioni, dedica del tempo a costruire qualcosa: svolgi un’attività che faccia accrescere quelle passioni, allo stesso tempo crescerai anche tu.

Le convinzioni limitanti (e come utilizzarle al meglio)

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Qual è il segreto per migliorare la tua vita con le tue mani? Nel mio libro “La vita come TU la vuoi ho scelto di trasmettere un messaggio per me fondamentale: la vita è la tua e quando deciderai di viverla come vuoi, sarai finalmente in grado di realizzare il tuo progetto più bello, te stesso.

Per realizzare questo progetto ci sono alcuni presupposti dai quali partire. Potremmo chiamarle “convinzioni limitanti”, ti piace? Sono quei paraocchi che ci mettiamo pensando che ci faranno correre di più e invece ci impediscono soltanto di allargare lo sguardo oltre i problemi e scoprire opportunità. Di convinzioni limitanti ce ne sono tante, ti faccio tre esempi (più uno) fra i più comuni, quelle convinzioni che potresti avere anche tu:

La prima convinzione che bisogna migliorare e rendere più utile è quella che ti porta a raccontarti che “la mia vita è più dura/complessa/difficile di quella degli altri”. Falso. La conosci quella frase di Platone che dice che ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla? Molto spesso le persone nascondono le proprie difficoltà. Lo fanno per non apparire deboli o per pudore o perché hanno le loro ragioni. Le apparenze ingannano.

La seconda convinzione riguarda l’età: sono troppo giovane o troppo vecchio per questo. L’età è un limite solo le permetti di esserlo. Facciamo un discorso per assurdo: immagina che la vita media oggi sia 80 anni. Se ti prendi cura di te, puoi arrivare a 90 anni in saluto e autosufficiente. A 40 anni, hai di fronte a te più tempo di quello che hai già vissuto. Sai quanti imprenditori conosco che hanno avviato dopo i 30 la loro impresa? E quanti che a 80 anni sono ancora un punto di riferimento della propria azienda e ne guidano lo sviluppo e la crescita con una mentalità di successo?

La terza convinzione riguarda ciò che pensi di meritare o non meritare. E questa è una di quelle convinzioni che ti fanno perdere davvero occasioni importanti. Se hai lavorato, studiato, ti sei preparato lo meriti. Se ci sei, nel posto giusto al momento giusto, lo meriti. Le cose belle che ti accadono non sono frutto del caso, del destino. Sono frutto delle scelte che hai fatto. Questo è vero anche per molte cose brutte. Perciò è importante imparare a prendere delle decisioni, accettare quello che la vita ci riserva e utilizzarlo al meglio.

Infine, la convinzione limitante più difficile da percepire come tale. Chi possiede questa convinzione pensa che sia un pregio. E in parte lo è. Solo che estremizzata – e spesso lo è – diventa un limite invalicabile: il perfezionismo. Come dice il mio maestro Anthony Robbins “la perfezione è lo standard più basso che chiunque possa avere: non lascia spazio alla crescita”. Portare a termine un compito alla perfezione al primo tentativo può essere gratificante. E allo stesso tempo dovrebbe far riflettere: vuol dire che c’è un modo migliore per farlo. E trovare quel modo è la sfida più bella che la vita ti possa offrire.