Tag

Business Coaching Archives - Claudio Belotti

Le ragioni che rendono fondamentali in azienda le Coaching skill

By | Blog

Il Coaching è un grande aiuto non un nemico.” Wall Street Journal

Per quale ragione oggi le Coaching skill sono molto richieste in azienda? Le ragioni in realtà sono diverse. Nel rispondere alla domanda circa quali caratteristiche rendano grande un Coach, la Harvard Gazzette ci aiuta anche a rispondere alla nostra domanda perché ci offre un quadro molto interessante: un Coach infatti “possiede credibilità, capacità e buona comunicazione e anche cura dei dettagli. Sono le piccole cose che fanno una grande differenza”.

In questa risposta c’è il concentrato di quasi 30 anni di professione come Coach. Questi sono i valori che porto con me quando lavoro e quando insegno in aula: a “Il Coaching secondo Claudio Belotti” hai l’opportunità di vedere in pratica il mio approccio, le mie tecniche, il mio metodo originale “One Hand Coaching” e soprattutto conoscere qual è la mia visione di questa splendida professione. Già perché oggi che c’è una grande offerta in termini di corsi è importante sapere chi è e cosa fa un Coach professionista.

E se desideri portare sul tuo lavoro delle Coaching skill ti consiglio di partire da queste 3:

  1. Pensa per conseguenze: un Coach pensa sempre per conseguenze, in questo modo può aiutare il cliente a ragionare sulle proprie priorità. In azienda puoi fare lo stesso: quando tu o il tuo team dovete prendere una decisione sviluppate gli scenari possibili.
  2. Decidi: un Coach sa che prendere una decisione è il modo migliore per affrontare qualsiasi situazione. Anche non decidere infatti è una decisione: l’importante è che sia fatto in modo consapevole.
  3. Trova del tempo per te: un buon Coach sa quando è il momento di rilassarsi e dedicarsi a sé. Il tempo che dedichi a te stesso infatti è un tempo che ti permette di ritrovare il tuo equilibrio e di essere più produttivo.

Da cosa hai deciso di iniziare?

Il rimpianto del manager

By | Blog

Uno dei rimpianti più frequenti nelle carriere dei manager è quello di non aver chiesto aiuto o di non aver avuto maggior supporto, una guida, durante la propria carriera: questo rimpianto affligge ben il 40% delle persone. Secondo un recente sondaggio realizzato da Zety – società specializzata nel career building – questo pensiero riguarda tanto team leader e manager quanto executive e dirigenti di alto livello.

Questo dato fa riflettere perché quando penso a una struttura organizzativa complessa come quella aziendale, immagino la passione delle persone che lavorano, immagino il desiderio di fare meglio e il tarlo che nella mente ti dice che puoi fare meglio. Semplicemente non sai come. Questo bisogno è comunque un buon segno: nel mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti parlo proprio di come utilizzare questi segnali per comprendere e utilizzare al meglio lo stadio evolutivo dell’azienda.

Questo sondaggio ci mostra bene anche quanto sia importante parlare dei propri desideri e delle proprie aspettative e farlo con la persona giusta è fondamentale: chi ha un Coach al suo fianco sa di cosa parlo. Proprio per questa ragione abbiamo creato in Extraordinary un servizio di eCoaching utile a supportarti in ogni momento attraverso Extraordinary Coach qualificati che utilizzano il mio metodo originale One Hand Coaching.

Il mio metodo originale di Coaching One Hand Coaching infatti parte da un presupposto fondamentale: il riconoscimento del proprio scopo. Nel sondaggio Zety infatti emerge un altro dato importantissimo per capire quali sono i bisogni che abbiamo tutti, o quasi tutti, e che un Coach qualificato può aiutare a soddisfare: il 22% degli intervistati rimpiange nella sua carriera di non aver seguito la propria passione.

Nella definizione dello scopo la passione ha un ruolo fondamentale: come ti ho raccontato poco tempo fa, lo scopo è il fuoco che fa ardere più forte la passione. Trova il tuo scopo e comprenderai qual è la tua vera passione, quella che vuoi seguire sempre per andare oltre, per crescere ed essere felice.

Inizia a chiederti: qual è il mio scopo? Per quale ragione faccio quello che faccio? E ricorda: il primo incontro con un Coach è l’occasione giusta per definire cosa cerchi, di cosa hai bisogno e individuare quali risorse hai e quali ti servono per raggiungerlo.

Come migliorare, sostituire o sviluppare una nuova abitudine in modo semplice

By | Blog

Uno dei miei maestri più grandi, Robert Dilts, dice sempre che non c’è niente di più difficile del cambiare una abitudine, soprattutto se funziona. Ma per quale ragione uno dovrebbe voler cambiare una abitudine che funziona? Per diverse ragioni. Sicuramente una ragione può essere quella che una abitudine può funzionare in sé ma essere disfunzionale nel complesso della propria vita.

Mi spiego meglio con un esempio: se una persona nei momenti di nervosismo si mangia le unghie o si tortura le pellicine delle dita è possibile che abbia un sollievo da questa attività. Quale sia l’immagine che trasmette una persona con questa abitudine e i problemi estetici e pratici ai quali va incontro sono noti. Proprio per queste ragioni è fondamentale ragionare sul modo in cui si sviluppa una abitudine e sul modo in cui modificarla.

Le regole di base per modificare, sostituire o sviluppare una nuova abitudine sono semplici: individuare l’abitudine sulla quale vuoi intervenire, scrivere (sì, scrivere) come vuoi che diventi (in molti casi è meglio sostituirla con una migliore), stabilire le risorse che ti servono per farlo. In PNL diciamo che non esiste il fallimento ma solo il risultato, che può essere o meno quello desiderato. L’unico modo per fallire veramente è rinunciare: proprio per questa ragione è fondamentale, una volta realizzato questo piano, passare all’azione:

Una abitudine alla volta: il cambiamento si sa è emozionante e può diventare travolgente. Quando decidi che sai cosa vuoi, potresti avere la tentazione di ottenerlo tutto insieme. Questo è il modo migliore per far fallire anche il migliore dei piani. Concentrati su di una abitudine alla volta: come dice il nostro Senior Trainer, Coach e Ultrarunner Max Spini  “un passo alla volta, un metro alla volta, un chilometro alla volta”, le sfide si affrontano così.

Identifica gli ostacoli: gli ostacoli (al pari delle risorse) vanno identificati fin dall’inizio. O almeno immaginare quelle che potrebbero essere le difficoltà, le resistenze, i problemi che incontrerai. Questo ti aiuterà a essere preparato e visualizzare con maggior facilità il traguardo che vuoi raggiungere.

Datti tempo: una abitudine non si cambia dall’oggi al domani. Stabilisci un tempo nel quale verificherai quotidianamente i progressi: a seconda di quanto è radicata l’abitudine o di quanto è semplice il cambiamento puoi scegliere di fissare un tempo più o meno lungo. Considera almeno tre settimane per sicurezza e se interrompi la serie positiva riparti da capo.

Come comunicare in modo straordinario in video

By | Blog

Questo lungo periodo di lockdown ci ha messo di fronte alla nostra realtà. Abbiamo dovuto fare i conti con i problemi dell’impatto ambientale dell’uomo per comprendere meglio ciò che stavamo vivendo. Allo stesso tempo abbiamo scoperto un mondo di risorse che prima davamo magari per scontate. Dal comfort domestico agli affetti ritrovati, dalle possibilità offerte dalla tecnologia fino al piacere di rallentare un po’ il ritmo.

Per molti questo è stato un viaggio di scoperta, di crescita. Abbiamo verificato che il lavoro a distanza è possibile e che forse serviva un po’ più di coraggio da parte di molte aziende. O forse più immaginazione. Per vedere oltre le soluzioni già adottate e adottarne di nuove che permettessero nuove forme di lavoro, di studio, di comunicazione.

Questa capacità ha evidenziato bene lo stadio di sviluppo delle aziende: il modo in cui ogni organizzazione ha affrontato le sfide e le ha trasformate in problemi o in risorse infatti descrive bene le potenzialità dell’azienda stessa. Nel mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti guido alla scoperta di queste potenzialità e del modo in cui puoi aiutare il gruppo a tirarle fuori.

Questo periodo ha offerto anche l’occasione per dedicare del tempo alla formazione online e al confronto con gli altri colleghi e collaboratori attraverso dei mezzi di comunicazione che d’un tratto sono diventati indispensabili e familiari: da Zoom a Teams, da Skype a Houseparty. Abbiamo dovuto imparare in fretta e adeguarci alle nuove regole del gioco: come ci insegna la PNL infatti “i comunicatori di successo accettano ed utilizzano ogni tipo di comunicazione e di comportamento che si presenta loro”.

Le videoconferenze stanno diventando sempre più di routine per una vasta gamma di utilizzi aziendali e personali: dalle riunioni del personale alle sessioni di allineamento dei team fino alla formazione e all’approfondimento attraverso webinar live. Tutta questa esperienza mi ha spinto a realizzare questo post. Vediamo insieme come comunicare in modo straordinario on line in videoconferenza:

  1. Abbigliamento e sfondo adeguato. Ogni videoconferenza può avere scopi e ospiti differenti. E’ importante adeguare l’abbigliamento e lo sfondo – evitare di avere una fonte di luce alle spalle ad esempio – al tono della conversazione che si sta tenendo. Il modo in cui ci presentiamo in video comunica molto di noi. Come anche l’inquadratura. A prescindere dalla tua scelta, l’importante è proprio scegliere e non lasciare al caso questi aspetti.
  2. Guarda in camera. In tv o al cinema si direbbe anche “sguardo in macchina” ed è un espediente che aiuta chi comunica a rivolgersi in modo diretto agli spettatori. Questo vale anche per le video conferenze: guarda dritto nella telecamera, che sia un puntino sul bordo del portatile o dello smartphone o che si tratti di una telecamera esterna. Lo sguardo in camera ti consente di mantenere il contatto visivo.
  3. Mantieni la concentrazione. E’ facile distrarsi, soprattutto dentro casa e magari lasciarsi andare ad abitudini casalinghe. Uno sguardo al telefono, ai figli che girano per casa, al gatto che salta in braccio o al cane che vuole essere portato fuori. Magari ci si tocca il naso che prude o ci si lascia andare a un commento a microfono aperto e la regia automatica del programma ti mette subito al centro dell’attenzione. Il contesto è diverso ma la concentrazione deve essere la stessa se non superiore a quella che avresti in una riunione in ufficio. Con il vantaggio che se hai bisogno di assentarti basta mutare microfono e oscurare il video per prendersi un meritato momento di pausa.

Le competenze del futuro

By | Blog

Quali sono le competenze del futuro? Se mi segui e mi leggi con una certa frequenza avrai ormai fatto conoscenza con il mio amore per la fantascienza. E questa domanda potrebbe far pensare un po’ alla fantascienza. Le competenze di cui parlo però non sono guidare auto volanti o comunicare con il pensiero con le macchine (con le persone qualche possibilità c’è già).

Parlo di competenze utili ieri, fondamentali oggi, imprescindibili in futuro. Le 3 competenze principali imprescindibili sono:

Creatività: avere la capacità di pensiero laterale è sempre stato utile e sempre lo sarà. Sempre sempre? Sì! Se fai quello che hai sempre fatto avrai sempre gli stessi risultati e se fai quello che fanno tutti – nella migliore delle ipotesi – farai lo stesso prodotto o offrirai lo stesso servizio. Pensa a soluzioni differenti, messe in pratica in modi differenti. Avere creatività significa vedere opportunità dove altri vedono solo problemi.

Capacità di apprendere: è una capacità che si acquisisce con il metodo. Lo sa bene (e lo insegna) il mio amico Matteo Salvo che ogni anno fa una giornata introduttiva ai nostri studenti della Extraordinary Coaching School per spiegare qual è il metodo giusto per apprendere in modo rapido e semplice. Ti ricordo che per partecipare alla mia Coaching School puoi candidarti unicamente nel corso “Il Coaching secondo Claudio Belotti” (informati qui: i posti sono sempre limitati!).

Comunicare con il pubblico: comunicare con il pubblico è una delle abilità più importanti che puoi sviluppare. Ti aiuta a comunicare le tue idee ai tuoi colleghi, ai tuoi clienti o ai tuoi collaboratori in modo chiaro ed efficace. La capacità di comunicare con il pubblico ti fa andare oltre quelli che sono i normali risultati e ti dà sicurezza nei tuoi mezzi.

Il ruolo del manager nella gestione del team

By | Blog

In un sondaggio della società americana Gallup è emersa una realtà che può offrire un interessante spunto di riflessione per i manager che vogliono avere un impatto positivo sui propri dipendenti. Nelle nuove generazioni – in particolare i cosiddetti millennials – sei persone su dieci affermano di essere aperti a diverse opportunità di lavoro; solo una su due si dichiara intenzionata a restare con la propria compagnia da qui a un anno e il 50% afferma di prendere in considerazione la possibilità di trovare un lavoro presso un’azienda diversa per un aumento dello stipendio inferiore al 20%.

A chi ritiene che il fattore economico sia fondamentale insomma non resta altro che tornare a riflettere, perché il sondaggio dice anche altro. Quasi il 90% – l’87% per la precisione – ha valutato le opportunità di crescita professionale o di carriera e le opportunità di sviluppo parimenti importanti sul posto di lavoro. Allo stesso tempo solo il 39% ha sentito fortemente di aver “imparato qualcosa di nuovo sul lavoro negli ultimi 30 giorni”. Lo stesso sondaggio infine ha rilevato che i manager sono fondamentali per le esperienze che i dipendenti più giovani hanno sul lavoro e rappresentano “almeno il 70% nella differenza dei punteggi di coinvolgimento”.

Per sintetizzare e chiarire in modo semplice il punto: i giovani in azienda vorrebbero maggiore attenzione e opportunità di crescita e apprendimento da parte dei manager che li gestiscono: il ruolo del manager nella gestione del team, nella creazione del gruppo e nella crescita personale e professionale è fondamentale.

Lo sa bene Patrizia Belotti, Chief People & Organization Officer presso la Gefran (eccellenza italiana, nata in un garage e diventata una multinazionale che produce in tanti paesi ed esporta in tutto il mondo) che lavora da anni allo sviluppo di quelle che lei ci tiene che non vengano definite “risorse umane” ma persone. Nel suo intervento all’Extraordinary Talk ci parlerà di come “guidare high performing team nell’era esponenziale”.

Per iniziare subito a migliorare il tuo approccio alla gestione ottimale del team e delle persone che lo compongono ti propongo tre consigli utili che puoi iniziare ad applicare immediatamente:

Parla con il team. Cioè parla con le persone, come direbbe mia sorella Patrizia. Prenditi tempo per seguire i progressi individuali e sviluppa le tue abilità di Coaching applicando ciò che apprendi con il gruppo o con i singoli. Avrai due benefici: crescerai tu e farai crescere le persone con te. Se puoi, scegli un approccio informale e rendi questo approccio un aspetto del tuo stile di leadership. Comprendi cosa rappresenta il successo per ognuno, quali sono bisogni e desideri, qual è il concetto di maturità che ha ciascuno. Trova a cosa corrisponde il concetto di crescita e utilizzalo per aiutarli a realizzarlo.

Crea dei leader. Un vero leader è chi genera leader a sua volta, non follower. Questo aspetto è molto importante perché la creazione di un leader è un processo di crescita in sé. Assumere delle responsabilità, trovare soluzioni, risolvere problemi: questo rende le persone dei leader. Ovviamente questo non significa scaricare le responsabilità sui più giovani ma creare opportunità per i dipendenti di utilizzare i propri punti di forza. E’ importante prestare attenzione quando un dipendente mostra interesse per diversi aspetti del business aiutarlo a realizzare progetti paralleli.

Formali e falli diventare formatori: quello di formare le persone può sembrare un consiglio banale ma non lo è se lo interpreti in modo personale e soprattutto tenendo conto delle inclinazioni dei singoli collaboratori. Non tutti infatti devo seguire gli stessi corsi o sviluppare le stesse skill (a parte quelle fondamentali per lo svolgimento del lavoro). Arricchisci il tuo team facendo fare esperienze diverse e spingendo ognuno a essere il Coach dell’altro a condividere ciò che ha appreso con gli altri.

Cos’è il burnout e cosa possono fare i manager per evitarlo?

By | Blog

In azienda capita spesso di sentire parlare di burnout. Il burnout è una condizione di esaurimento emotivo quando una somma di fattori rende difficile recuperare le risorse emotive necessarie per poter risolvere i problemi – lavorativi o personali – anche più semplici.

In molte culture aziendali questa condizione si imputa al singolo, alla singola persona cioè che non riesce a far fronte allo stress lavorativo in maniera corretta. Questo non è del tutto vero. Sebbene ogni persona possa fare molto per gestire lo stress e le emozioni, molto lo fa anche l’ambiente di lavoro.

Una recente ricerca Gallup mostra infatti quali sono le cinque principali cause di burnout in azienda. E si capisce facilmente che le cause profonde del burnout non nascono nell’individuo e possono essere evitate con una leadership adeguata:

  1. Trattamento ingiusto al lavoro 
  2. Carico di lavoro ingestibile 
  3. Mancanza di chiarezza dei ruoli
  4. Mancanza di comunicazione e supporto da parte dei manager 
  5. Irragionevole pressione nelle tempistiche

Ognuna di queste ragioni infatti pone a monte del singolo, nei leader che gestiscono il suo lavoro, le cause più evidenti. Ogni metodo utilizzato dalla persona per far fronte a questo stress non sarà mai sufficiente per risolvere definitivamente il problema. E l’interesse nella risoluzione è tanto nella persona che lavora quando nel manager o nell’imprenditore che lo gestisce. Infatti, il burnout ha un costo, umano ed economico.

La ricerca Gallup infatti mostra chiaramente gli effetti del burnout. I dipendenti che dichiarano di avere molto spesso o sempre il burnout sul lavoro hanno il 63% in più di probabilità di prendersi una giornata di malattia. Metà di probabilità di mettere in discussione gli obiettivi di performance con il proprio manager. Il 23% di probabilità in più di sviluppare patologie acute. 2,6 volte più probabilità di lasciare il proprio lavoro e il 13% meno fiducia nelle loro prestazioni.

Insomma, premere sul pedale dell’acceleratore per ottenere più risultati a lungo andare distrugge la possibilità di ottenerli davvero questi risultati. Pensa a quello che il burnout è in ambito motoristico: quando a una moto o a una macchina il pilota fa girare le ruote talmente forte da farle bruciare sul posto, senza spostarsi. Si alza una grande nuvola di fumo, le gomme si consumano girando a vuoto e poi si consumano. L’auto o la moto resta ferma a girare sul cerchione e non va più da nessuna parte. 

Evitare questo è fondamentale per il benessere dalla persona e per le prestazioni dell’azienda. Proviamo a partire dall’esempio della macchina e pensare all’opposto: se vuoi avere una guida affidabile e andare lontano cosa devi fare? Curare le tue gomme, adottare la giusta pressione, curarle, utilizzare le gomme giuste per le giuste condizioni di guida.

Gli esseri umani non sono gomme, non si cambiano e non si consumano. L’esempio serve solo per aiutarti a comprendere meglio che nessuno che voglia vincere farebbe bruciare ciò che può portarlo alla vittoria. Valentino Rossi, grande campione di Moto GP, parla con la sua moto prima delle gare. Se lui che è un campione lo fa con una moto, tu certamente puoi farlo con le persone che lavorano con te, al tuo fianco, per raggiungere gli obiettivi dell’azienda, ogni giorno.

Ora che hai la consapevolezza di quali sono i cinque principali problemi che le persone vivono in azienda e che le conducono al burnout puoi iniziare a domandarti su quanti di questi problemi puoi intervenire direttamente. Su quali hai un’influenza e quali sono fuori dalla tua portata. Come manager infatti devi essere in grado di gestire anche le cose che concretamente puoi fare in modo da evitare anche per te il burnout. 

Inizia facendo emergere i problemi più sentiti, anche in forma personale e anonima. Poi condividi i dati raccolti con tutte le persone. Affronta insieme a loro ciò che puoi fare materialmente per risolvere i problemi che vivono quotidianamente. Spesso si tratterà di problemi molto semplici e il fatto stesso di averli fatti emergere aiuterà le persone a trovare delle soluzioni utili per loro stesse e per gli altri che vivono lo stesso problema.

Situazioni come queste si presentano ogni giorno in migliaia di aziende e molti manager prima di te hanno fatto del loro meglio per trovare soluzioni innovative per creare benessere sul lavoro e generare una maggiore produttività in condizioni di lavoro migliori. Questa esperienza nel business può essere la chiave per la soluzione dei problemi che vivi oggi: per questa ragione ho creato l’Extraordinary Talk. Due giornate nel corso delle quali potrai vivere conversazioni uniche con persone straordinarie. Informati e scopri come portare ad un nuovo livello la tua leadership grazie al confronto con un gruppo di grandi personalità!

Qual è la differenza fra Coaching e consulenza?

By | Blog

La differenza sostanziale fra consulenza e Coaching è questa: in una consulenza, il consulente ti porta una soluzione preconfezionata. Magari personalizzabile. Ma preconfezionata. È una soluzione utile. Risponde in modo semplice a un bisogno comune a tante persone. Un software può essere l’oggetto di una consulenza: lo personalizzi quel tanto che basta ad avere il logo della tua azienda, i nomi del personale e alcune funzioni che ti interessano particolarmente. In questo la consulenza è imbattibile.

Il Coaching è differente dalla consulenza. Il Coaching, quello fatto bene, quello con la C maiuscola non ti porta soluzioni preconfezionate. Ti aiuta a comprendere quali sono le tue necessità, i tuoi bisogni – quelli davvero importanti – e ti aiuta a comprendere le ragioni per le quali vuoi quello che vuoi. Una volta che ti ha aiutato a comprenderlo non ti offre una soluzione pronta: richiede che inizi il tuo percorso di crescita. Il Coaching ti chiede di fare tutto quello che serve per essere la persona che desideri.

E una buona scuola per Coach – una di quelle scuole per Coach che formano dei Coach con la C maiuscola – ti dovrebbe insegnare proprio a fare questo: a stare un passo indietro al cliente o meglio ancora un passo di lato e aiutarlo a ottenere i risultati che desidera senza prenderlo in braccio e portandolo dove vuole, ma aiutandolo a comprendere come e soprattutto perché lo vuole. E ogni volta che sembra aver perso la strada, il Coach lo aiuta a ritrovare la direzione.

Una buona scuola per Coach dovrebbe fare questo. La nostra Extraordinary Coaching School lo fa. Per questo non propongo i nostri servizi a tutti e seleziono gli ingressi: non tutti possono essere degli Extraordinary Coach. La ragione è semplice: non tutti lo vogliono! Essere un Extraordinary Coach è faticoso, richiede impegno, fatica e studio.

Poi quando finisci il percorso inizi a lavorare seriamente, perché le persone sanno che porterai risultati, sanno che lo farai in modo etico, sanno che un Extraordinary Coach è un professionista integro, cioè non spezzettato: conosce tutto il buono che è in lui e accetta i suoi limiti. Ha lavorato per diventare quella persona straordinaria e accetta di farlo per tutto il resto della sua vita perché sa che la qualità non è un traguardo ma un percorso di crescita continuo.

Per diventare un Extraordinary Coach hai una sola occasione ogni anno: partecipa a “Il Coaching secondo Claudio Belotti. Conosciamoci, impara il mio metodo originale “One Hand Coaching”, scopri i miei valori, il mio amore e il mio rispetto per questa professione straordinaria che svolgo da ormai quasi trenta anni, in Italia e nel mondo, che mi ha portato a diventare “Master Trainer” per Anthony Robbins e “Master Trainer in NLP for Business” scelto direttamente da Richard Bandler co-creatore della PNL insieme a John Grinder e Frank Pucelik.

Lo scopo nella vita

By | Blog

Nella mia esperienza di Coach ho visto molte persone vivere e lavorare in modo disallineato, distanti cioè tra ciò che fanno e ciò che sono. Mi spiego meglio: ciascuno di noi ha almeno uno scopo nella propria vita. Un faro che ci guida nelle nostre scelte e che influisce su tutti gli aspetti della nostra vita. Con il mio metodo One Hand Coaching (puoi trovarlo spiegato in dettaglio nel mio libro “Prendi in mano la TUA felicitào viverlo in azione nel corso “Il Coaching secondo Claudio Belotti) puoi individuare facilmente questo faro per e farti guidare sulla strada verso la migliore versione di te.

E a cosa serve individuare il proprio scopo? Proprio come si fa in azienda, quando si individuano Vision e Mission, anche nella vita di tutti i giorni è importante stabilire obiettivi e ragioni per le quali si vuole perseguire questi obiettivi. Lo scopo infatti è la ragione che dà senso agli obiettivi che ti prefiggi. Lo scopo è (o dovrebbe essere) sostanzialmente irraggiungibile, una sorta di punto oltre l’orizzonte. Irraggiungibile perché non serve raggiungerlo: il viaggio verso lo scopo è già lui stesso una fonte di soddisfazione e felicità personale.

Avere uno scopo ti consente di scegliere più facilmente quali sono le cose importanti della vita, cosa ha davvero senso per te. Ecco alcuni buoni motivi per farlo:

Lo scopo permette di avere obiettivi migliori. La definizione degli obiettivi è fondamentale per creare il proprio successo personale. Allo stesso tempo creare obiettivi senza uno scopo da raggiungere rende il lavoro sugli obiettivi meno efficace. Pensa al tuo scopo come a una destinazione. Lo scopo è la direzione, gli obiettivi sono le tappe sulla strada verso lo scopo. L’importante quindi non è il traguardo ma il viaggio. Invece di fissare piccoli obiettivi e sperare di arrivare nel posto giusto, avere una destinazione lontana ti permette di muoverti progressivamente nella giusta direzione.

Lo scopo ti aiuta a definire le tue aspettative. Definire il successo è difficile: ciò che è considerato “di successo” per una persona potrebbe non essere per un’altra. Definire il tuo scopo ti consente di stabilire le tue aspettative di successo. Quando sai cosa vuoi realizzare nella vita puoi stabilire facilmente se stai soddisfacendo le tue aspettative, la tua idea di successo insomma. E quando sai cosa significa successo per te e per la tua azienda, puoi sentirti sicuro delle decisioni personali e aziendali che prendi.

Lo scopo ti aiuta a capire chi sei. Quando individui il tuo scopo diventa più semplice comprendere chi sei veramente. Qual è la tua identità come persona o come imprenditore? Come manager o professionista? Come dipendente o freelance? Il tuo scopo ti racconta qual è la persona che realizzerà tutto quello che hai in mente. Pensa alla sicurezza che puoi avere quando hai certezza della persona che sei: quella forza viene da dentro di te. E come dice il mio maestro Tony Robbins quando sei forte e solido dentro, lo diventi anche fuori.

Scrollarsi di dosso l’impossibile

By | Blog

Esiste il luogo comune, molto diffuso nelle aziende italiane, che aumentare la produttività significhi unicamente fare di più. Quando si ha l’impressione che un collaboratore lavori o produca poco, gli si affidano altri compiti. E la persona inizia ad andare in sofferenza, ad essere frustrata e infelice di sé e del lavoro.

Ciò accade più di frequente con persone orientate al comportamento perfezionista. Queste persone possono essere risorse molto utili per l’organizzazione e portare un contributo di qualità che andrebbe valorizzato. Allo stesso tempo in azienda contano anche i numeri e una persona con una performance molto sotto la media può diventare un problema.

Bisogna aiutare questa persona a scrollarsi di dosso il peso di un livello impossibile di risultato che le impedisce di esprimere il massimo potenziale. Come si fa tutto questo? Aiutandola a fare attenzione a tre aspetti fondamentali:

Ammettere un errore, di tanto in tanto. Le persone che tendono al comportamento perfezionista, fanno quello che fanno con il costante timore dell’errore. Per questo lavorano con il freno a mano tirato, in modo più lento e macchinoso di quello che potrebbero fare se solo si concedessero la possibilità di sbagliare.

Il modo più efficace per aiutare a migliorare questo comportamento è lasciare margine di errore e gestione alla persona. Iniziare a farla ragionare per obiettivi e dare la possibilità alla persona di autovalutare il proprio lavoro anziché dipendere costantemente da giudizio altrui.

Distinguere fra elementi importanti e superflui: fra importante e superfluo ci sono almeno cinquanta sfumature di… lavoro. Le persone che tendono al comportamento perfezionista hanno difficoltà a designare le decisioni come irrilevanti. A loro piace avere il controllo di tutto. Perché? Perché le imperfezioni li infastidiscono e pensano di potere o dovere controllare tutto.

Il modo più efficace per aiutarli a cambiare questo comportamento è permettergli di lasciar andare di tanto in tanto qualcosa: rinunciare al controllo su alcune scelte e prestare attenzione a quanto sia bello essere sollevati dal fardello delle attenzioni minuziose. Quella leggerezza di prendere una decisione in modo semplice non ha prezzo.

Lavorare sulla flessibilità: la flessibilità è una caratteristica principe delle persone capaci di gestirsi emotivamente. Il primo nemico della flessibilità sono le abitudini. Spesso chi tende al comportamento perfezionista accumula abitudini su abitudini per essere sicuro di non uscire mai dalla propria zona di comfort.

Il modo migliore per aiutare a correggere questo comportamento è sicuramente quello di offrire elementi di cambiamento in modo graduale. Riconoscere che abitudini che una volta erano importanti per la propria produttività o lo sviluppo di nuove competenze, oggi le hai superate.

L’intenzione positiva che guida il comportamento perfezionista è spesso una passione per l’eccellenza, la volontà di far emergere le proprie qualità, il desiderio di affermarsi. Ad un certo punto tutto questo può diventare auto-sabotante se porta a comportamenti poco efficaci e abitudini che proseguono al di là della loro utilità. Proprio per questo le persone che lo mettono in pratica sono elementi preziosi con un potenziale di miglioramento enorme.

Riesci a immaginare quali e quanti obiettivi potrebbero realizzare se fossero affiancate da un Coach in azienda?