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Autostima e autoefficacia: tre spunti dagli sport di resistenza

By | Blog, Massimiliano Spini

di Massimiliano Spini

Spesso sentiamo parlare di autostima, di come sia necessario averne in giusta misura e di come la carenza di questo aspetto sia piuttosto comune al giorno d’oggi. Tra autostima e autoefficacia c’è una stretta relazione, infatti possiamo aumentare la nostra autostima quando ci impegniamo a migliorare il nostro senso di autoefficacia.

Sport di resistenza e senso di autoefficacia sono decisamente in stretta connessione. Prima di approfondire diamo una definizione di autoefficacia: la convinzione che abbiamo nella nostra capacità di dominare una determinata attività.

Un atleta che pratica una disciplina di endurance, per forza di cose, è dotato di un alto senso di autoefficacia, altrimenti non si metterebbe continuamente in gioco alla ricerca del proprio limite. Il mio lavoro di Coach è molto influenzato dal fatto che io sia anche un Ultra Runner, pertanto, quando lavoro sull’autoefficacia insieme ai miei Clienti, li porto ad analizzare proprio le caratteristiche tipiche degli appassionati di sport di resistenza. Vediamo insieme tre di queste caratteristiche che possiamo trasferire in altri contesti, nel business per esempio, oppure nella vita privata.

Focus sulla soluzione

L’Ultra Runner, così come ogni atleta di endurance, dotato di alto senso di autoefficacia si focalizza sulla soluzione e non sul problema: è inutile e dannoso concentrarsi sulla stanchezza, sulla fatica, sul dolore. È decisamente più funzionale focalizzarsi sul prossimo obiettivo. Magari il prossimo punto intermedio della gara, dove sarà possibile bere, mangiare e riposarsi un po’. Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, è poco funzionale disperdere le nostre energie per cercare di controllare in qualche modo aspetti sui quali non abbiamo nessuna influenza. Molto meglio essere, come si suole dire, dalla parte della soluzione piuttosto che dalla parte del problema. Per fare ciò il primo passo è puntare la nostra attenzione sugli aspetti che possiamo controllare o che possiamo per lo meno influenzare.

Accettazione del fallimento

L’atleta di discipline di resistenza dotato di alto senso di autoefficacia considera il fallimento come parte del gioco: volersi spingere oltre prevede il rischio di non farcela. L’Ultramaratoneta non è stimolato da una performance che ha la certezza di portare a termine. In Programmazione Neuro Linguistica si dice che non esistono fallimenti, ma solo risultati desiderati e risultati non desiderati, l’unico fallimento è rinunciare senza imparare nulla. Teniamoci comunque il concetto di fallimento inteso come l’aver mancato il bersaglio, il non essere riusciti ad ottenere ciò che ci eravamo impegnati a perseguire. Quando ci mettiamo in gioco e ci prendiamo dei rischi dobbiamo considerare la possibilità che la nostra sfida non ci veda vincitori, dobbiamo essere consapevoli che se l’obiettivo è, come si dice negli Stati Uniti, challenging potremmo non riuscire a raggiungerlo. D’altronde, se facciamo sempre centro significa che il bersaglio al quale tiriamo è troppo grande oppure troppo vicino, e questo ci impedisce di crescere (e alla lunga ci annoiamo).

Responsabilità

Infine, un Ultra Runner dotato di un elevato senso di autoefficacia si considera responsabile dell’eventuale fallimento: non mi sono allenato abbastanza, non mi sono riposato quanto avrei dovuto, mi sono alimentato in modo errato, e così via. L’atleta di endurance non cerca scuse o alibi, se fallisce si fa carico al 100% della responsabilità di quanto accaduto. Così facendo sa di avere il potere di correggere il tiro e riprovarci. Certo, questo non può escludere la possibilità che un fattore esterno sul quale non abbiamo il minimo controllo ci impedisca di raggiungere il nostro traguardo (ad esempio la nostra gara viene annullata per maltempo), ma d’altra parte anche questo fa parte del gioco, e, come abbiamo appena visto, l’accettazione del fallimento è una risorsa che dobbiamo avere a nostra disposizione.

Come potresti applicare questi spunti nella vita di tutti i giorni?

Prova a rispondere sinceramente a queste domande:

Hai la tendenza a focalizzarti sul problema oppure sulla soluzione?

Ti capita spesso di sprecare le tue energie in attività che non possono in alcun modo migliorare la situazione?

La possibilità di non riuscire nella tua impresa rappresenta uno stimolo oppure un ostacolo insormontabile?

Ti fai carico delle responsabilità oppure tendi a “scaricare il barile”?

Lavora sul tuo senso di autoefficacia proprio come fa un atleta di endurance, questo ti permetterà di guadagnare in solidità ed efficacia in qualsiasi ambito.

Scrollarsi di dosso l’impossibile

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Esiste il luogo comune, molto diffuso nelle aziende italiane, che aumentare la produttività significhi unicamente fare di più. Quando si ha l’impressione che un collaboratore lavori o produca poco, gli si affidano altri compiti. E la persona inizia ad andare in sofferenza, ad essere frustrata e infelice di sé e del lavoro.

Ciò accade più di frequente con persone orientate al comportamento perfezionista. Queste persone possono essere risorse molto utili per l’organizzazione e portare un contributo di qualità che andrebbe valorizzato. Allo stesso tempo in azienda contano anche i numeri e una persona con una performance molto sotto la media può diventare un problema.

Bisogna aiutare questa persona a scrollarsi di dosso il peso di un livello impossibile di risultato che le impedisce di esprimere il massimo potenziale. Come si fa tutto questo? Aiutandola a fare attenzione a tre aspetti fondamentali:

Ammettere un errore, di tanto in tanto. Le persone che tendono al comportamento perfezionista, fanno quello che fanno con il costante timore dell’errore. Per questo lavorano con il freno a mano tirato, in modo più lento e macchinoso di quello che potrebbero fare se solo si concedessero la possibilità di sbagliare.

Il modo più efficace per aiutare a migliorare questo comportamento è lasciare margine di errore e gestione alla persona. Iniziare a farla ragionare per obiettivi e dare la possibilità alla persona di autovalutare il proprio lavoro anziché dipendere costantemente da giudizio altrui.

Distinguere fra elementi importanti e superflui: fra importante e superfluo ci sono almeno cinquanta sfumature di… lavoro. Le persone che tendono al comportamento perfezionista hanno difficoltà a designare le decisioni come irrilevanti. A loro piace avere il controllo di tutto. Perché? Perché le imperfezioni li infastidiscono e pensano di potere o dovere controllare tutto.

Il modo più efficace per aiutarli a cambiare questo comportamento è permettergli di lasciar andare di tanto in tanto qualcosa: rinunciare al controllo su alcune scelte e prestare attenzione a quanto sia bello essere sollevati dal fardello delle attenzioni minuziose. Quella leggerezza di prendere una decisione in modo semplice non ha prezzo.

Lavorare sulla flessibilità: la flessibilità è una caratteristica principe delle persone capaci di gestirsi emotivamente. Il primo nemico della flessibilità sono le abitudini. Spesso chi tende al comportamento perfezionista accumula abitudini su abitudini per essere sicuro di non uscire mai dalla propria zona di comfort.

Il modo migliore per aiutare a correggere questo comportamento è sicuramente quello di offrire elementi di cambiamento in modo graduale. Riconoscere che abitudini che una volta erano importanti per la propria produttività o lo sviluppo di nuove competenze, oggi le hai superate.

L’intenzione positiva che guida il comportamento perfezionista è spesso una passione per l’eccellenza, la volontà di far emergere le proprie qualità, il desiderio di affermarsi. Ad un certo punto tutto questo può diventare auto-sabotante se porta a comportamenti poco efficaci e abitudini che proseguono al di là della loro utilità. Proprio per questo le persone che lo mettono in pratica sono elementi preziosi con un potenziale di miglioramento enorme.

Riesci a immaginare quali e quanti obiettivi potrebbero realizzare se fossero affiancate da un Coach in azienda?

Come puoi aiutare i tuoi figli a costruire la fiducia in loro stessi?

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Partiamo da una questione basilare: i bambini non nascono con le paure. Come dice il mio maestro Richard Bandler, fondatore della PNL insieme a John Grinder e Frank Pucelik, le uniche paure con le quali nasciamo sono quella di cadere e quella dei rumori forti: tutte le altre sono acquisite.

Quindi, quando parliamo di fiducia, parliamo innanzitutto di rinforzare un talento innato. La fiducia in sé stessi infatti è ciò che permette a un bambino di alzarsi in piedi e camminare dopo essere caduto decine di volte nel tentativo. I bambini infatti non nascono con fobie sociali come la paura di fare brutte figure in pubblico. 

Ed è proprio per questa ragione che i bambini crescono e imparano con una rapidità che noi adulti abbiamo quasi completamente dimenticato. Poi ad un certo punto questo meccanismo inizia a incepparsi, inizia la preoccupazione per quello che pensano gli altri. Questo meccanismo appartiene a tutti e come genitori possiamo intervenire per bilanciarlo con una adeguata dose di fiducia.

E come sia aiutano i propri figli a creare questa fiducia? Vediamo insieme:

Esprimere fiducia crea fiducia: questa è la regola di base. La migliore forma di fiducia che si può esprimere è quella nelle risorse del bambino. Incoraggiarlo a trovare la soluzione e rincuorarlo sul fatto che può cercare le risorse per risolvere il problema. Non è detto che le abbia tutte a disposizione nel momento in cui si presente il problema, infatti. Questo ad esempio ce lo insegnano le Dinamiche a Spirale: l’insegnamento più importante è che crescere è la soluzione.

Si migliora con la pratica: incoraggia l’impegno e la pratica. I bambini non vanno premiati per i risultati ma per l’impegno che mettono in ciò che fanno. Non porre troppa attenzione al “come”, lascia che il bambino cresca e sviluppi competenze e fiducia contemporaneamente in una condizione di totale supporto.

Non fare lo spazzaneve e offrigli nuove sfide: i genitori spazzaneve sono quelli che lavorano al posto dei figli nel raggiungimento degli obiettivi. E questo toglie tutto il gusto della sfida, la ricchezza dell’apprendimento con l’esperienza e distrugge il valore di ciò che possono ottenere con l’impegno. Offrire ai bambini sfide adeguate alla loro età li aiuta a comprendere il valore dell’errore come una bella (e inevitabile) parte del processo di crescita.

Affrontare un percorso di crescita personale, oggi

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Prendersi del tempo per lavorare su sé stessi è sempre un ottimo investimento. Il tempo infatti è la risorsa più preziosa che abbiamo ed è importante scegliere di investirlo per crescere, per mettere a frutto quelle capacità che ciascuno ha e merita di sviluppare.

Per ottenere questo risultato, la crescita e il miglioramento desiderati, è necessario porsi delle sfide, dei traguardi, degli obiettivi da raggiungere. Come ricordo spesso nei miei corsi, se l’obiettivo di un alpinista fosse arrivare sulla cima della montagna, allora ci andrebbe in elicottero, risparmiandosi la fatica.

La vetta è il punto di arrivo ed è anche un pretesto per affrontare il percorso. Il sentiero, con tutte le sue difficoltà. Porti delle sfide ti spinge a superare i tuoi limiti e le tue paure, e ad andare nel profondo di te stesso, trovando nuove risorse: quelle sono la crescita di cui hai bisogno.

Nel mio libro “La vita come tu la vuoi ti guido nella realizzazione del tuo progetto più bello: te stesso. Ci sono alcune attività dalle quali puoi iniziare la tua crescita; sono quelle piccole differenze che fanno una grande differenza. Ecco quelle più efficaci:

Ascolta, leggi e scrivi: niente di più semplice. Trova il tempo per ascoltare pensieri, idee, persone interessanti. Audiolibri, podcast, Ted Talk (da quest’anno anche Extraordinary Talk) e espandi il tuo universo. Leggi libri e riviste, soprattutto saggi e i grandi classici del romanzo. Infine, scrivi. Un diario va benissimo per iniziare. Post sul tuo lavoro: qualcosa che conosci bene come la tua vita o il tuo lavoro. Ti servirà per migliorare nel mettere ordine ai tuoi pensieri e scaricare a terra le emozioni.

Vai a dormire presto e alzati prima: se hai una vita intensa come immagino lo sia, devi trovare i tuoi spazi di silenzio e libertà. Alzati presto. Sono poche le persone che lo fanno e fra queste ci sono molte delle persone che ottengono risultati straordinari. Nel silenzio della mattina puoi fare le cose con calma, prenderti il tempo per te e lavorare a mente fresca ai progetti che ti stanno più a cuore prima che la famiglia, il lavoro e la vita prendano il sopravvento.

Fai un detox dall’elettronica: le luci degli smartphone fanno andare in tilt i meccanismi della melatonina, si dorme peggio e ci sveglia nervosi. Spegni lo smartphone un’ora prima di andare a dormire e lascialo lontano dal letto. Lo usi come sveglia? Fai un giro su Amazon: vendono degli apparecchi che sono proprio delle sveglie. Fanno solo quello. Per citare una famosa metafora: esci dalla ruota del criceto dei social network, prima di dormire e appena sveglio. Se proprio vorrai, troverai il tempo per tenerti aggiornato durante il giorno.

Infine, tralascia il “come” in qualunque di queste e di altre attività. Soprattutto quando le inizi. Il “come” non è importante. Questo non vuol dire fare i dilettanti allo sbaraglio. Se vuoi fare il Coach, inizi per gradi: non ti basta leggere un libro o fare un corso per andare dall’amministratore delegato di una multinazionale a proporre i tuoi servizi. Guarda, ascolta, leggi, impara e metti in pratica. Con coraggio e senza esagerare. All’inizio non è importante “come” fai quello che fai, se ciò che fai ti piace, ti fa star bene ed è ciò che ami.

3 semplici modi per fidelizzare i collaboratori

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Selezionare le persone migliori per la propria azienda è fondamentale: l’azienda è fatta dalle persone che vi lavorano. Anche se in ogni azienda che abbia a cuore la continuità del lavoro nessuno è indispensabile e può essere sostituito in maniera più o meno rapida, sono sempre i singoli leader che fanno la differenza.

Per questo oltre a selezionare le persone migliori è importante anche tenerle in azienda. Una quota di turnover si mette sempre in conto: ogni imprenditore sa che ci saranno sempre dei collaboratori che dopo un certo tempo hanno bisogno di fare qualcosa di diverso.

Fin quando la frequenza di turnover resta quella fisiologica – uscite per pensionamenti, fine progetti e tutte le entrate e uscite che non influiscono sulla continuità e sulla produttività – va tutto bene. Quando questa frequenza aumenta decisamente c’è qualcosa che non funziona.

Un alto tasso di turnover costa a un’azienda sia in termini di denaro che di produttività. Dalla ricerca di un nuovo dipendente qualificato alla sua formazione, trovarsi in ​​questo ciclo in modo costante significa che c’è qualcosa da modificare nell’approccio alle politiche del personale.

Nel mio libro più recente “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti guido alla scoperta di tutti i meccanismi che regolano i cicli di vita aziendali e ti aiuto proprio come con un manuale d’istruzioni a individuare i punti dove intervenire e le corrette leve da muovere per migliorare situazioni che non ti soddisfano più.

In caso di problemi con la fidelizzazione dei dipendenti, è importante scoprire il motivo principale. Sono infelici sul lavoro a causa dei manager o dei colleghi? Avevano aspettative di retribuzione o di crescita differenti? C’è un problema di leadership?

Per identificare i motivi che portano i tuoi dipendenti a lasciare la tua azienda innanzitutto puoi prevedere delle interviste o dei questionari di uscita con i dipendenti in uscita. Poi, puoi sondare l’umore del tuo gruppo per valutare il livello di soddisfazione sul lavoro e identificare di cosa hanno bisogno.

Per aiutare i tuoi collaboratori a rimanere in azienda a fidelizzarsi e legarsi maggiormente puoi intervenire subito in questi 3 semplici modi:

Gratitudine: crea una cultura aziendale della gratitudine. Ogni membro del tuo gruppo è importante: dimostraglielo. Consentirai in questo modo ai tuoi dipendenti di desiderare di rimanere nella tua azienda più a lungo e lavorare di più. Premiare pubblicamente i migliori potrebbe essere una iniziativa apprezzata. Allo stesso modo riconoscere ai dipendenti che si impegnano di più dei bonus, come premi produzione o ferie extra.

Plateau: un elemento che disincentiva le persone è il raggiungimento di un plateau, di un livello dal quale non riescono a muoversi o non è possibile muoverli. Spesso le persone non cercano necessariamente la crescita. Prima di annoiarsi e desiderare qualcosa di altro, hanno bisogno di cambiare. Una nuova mansione, un nuovo compito – spesso anche una opportunità di formazione – può riaccendere la voglia di fare e di restare in azienda.

Potenziale: chi non incontra un plateau sono i dipendenti che hanno un alto potenziale e lavorano in settori dell’azienda nei quali le possibilità di crescita sono ampie. Il rischio è che spesso queste persone si sentano frenate o magari un po’ messe da parte perché il ritmo di crescita non corrisponde alle loro aspettative. Apri un dialogo con queste persone. Spiega loro che ciò che fanno è apprezzato anche quando a loro sembra poco. Dai loro la possibilità di vedere il futuro – non vuol dire raccontargli storie o ingannarli sulle reali possibilità di crescita – ma stabilisci con loro un piano per prendere coscienza di questa crescita con i passi che faranno e i risultati che otterranno.

Affronta la crisi come un ultrarunner

By | Blog, Massimiliano Spini

di Massimiliano Spini

La vita è un lungo viaggio, un cammino imprevedibile, un percorso unico. Proprio come un’ultramaratona in montagna, una di quelle gare che durano tanto tempo, durante le quali hai un sacco di chilometri da percorrere, tante salite da affrontare e momenti difficili da superare. In un’ultramaratona tutto può succedere, e con molte probabilità, succederà. Puoi prepararti, allenarti fisicamente e mentalmente, ma stai pur certo che presto o tardi l’inconveniente capiterà, e allora sarai tu a doverlo affrontare, tu soltanto. Potrai contare sulle tue forze, perché in fondo, in un’ultramaratona come nella vita, nei momenti difficili ti serve la tua solidità, ti serve sapere che puoi reggerti sulle tue gambe, perché forse non ci sarà nessuno accanto a te ad aiutarti.

A volte, durante un’ultramaratona, la crisi sopraggiunge senza avvisaglie. Improvvisamente la tua stabilità di corsa viene meno, la tua capacità di affrontare la salita si indebolisce, la tua fiducia di arrivare al traguardo vacilla. Proprio come sta avvenendo ora nella nostra vita: questa crisi sta mettendo in dubbio molte delle nostre certezze, ci rendiamo conto che non eravamo preparati, facciamo fatica a vedere la fine della sofferenza. Come in un’ultramaratona, la nostra fiducia di arrivare al traguardo vacilla…

Cosa faccio adesso?

Come posso riuscire ad andare avanti?

Dove trovo le forze per rimettermi in piedi?

Ecco allora che possiamo ispirarci al mondo dell’ultrarunning e trovare l’ispirazione per trovare qualche spunto di riflessione che ci possa aiutare ad affrontare meglio questa crisi. Qualche idea che possa darci conforto in questo momento difficile e che possa aiutarci rimanere attivi.

Fai il punto della situazione

Quando le difficoltà ci spingono a fermare la nostra corsa sui sentieri di montagna è importante fare il punto della situazione. È fondamentale sapere dove siamo, quanto manca al punto di ristoro, dove possiamo riposarci. Allo stesso modo, nell’attuale situazione di emergenza che stiamo vivendo, è importante fermarsi e prendersi il tempo per capire dove ci troviamo rispetto al lungo viaggio che ci aspetta. Magari abbiamo perso l’allineamento con la direzione che tempo fa avevamo scelto di seguire, questo è un buon momento per riallinearsi. Forse non avevamo ben chiara la direzione in cui andare, ora potrebbe essere una buona idea approfittare di questa pausa forzata per decidere dove andare. Magari siamo in linea con la via che abbiamo scelto e questo momento è utile per consolidare la nostra consapevolezza.

Decidi quale sarà il tuo prossimo piccolo passo

A volte, durante un’ultramaratona, ci ritroviamo a non riuscire a correre, vuoi per la fatica, vuoi perché dopo decine di ore i muscoli fanno male… E allora dobbiamo concentrarci sul prossimo piccolo passo, qualcosa che siamo in grado di affrontare, qualcosa che ci permetta di capire che ci stiamo muovendo, che stiamo comunque progredendo. Certo, forse non possiamo correre, ma possiamo camminare, o quanto meno rialzarci e stare in piedi sulle nostre gambe contando sulle nostre forze. Faccio quello che sono in grado di fare e penso a come mi posso muovere sulla base di come mi sento e delle risorse a mia disposizione. In questo momento difficile siamo certamente limitati, moltissime delle cose che siamo abituati a fare non le possiamo fare. Però possiamo sempre chiederci: “Cosa posso fare con le risorse a mia disposizione? Quale potrebbe essere il mio prossimo piccolo passo?”

Focalizzati solo sul passo che stai compiendo ora

Il passo più importante di un’ultramaratona è sempre uno solo: quello che sto compiendo in questo momento. Pongo la mia attenzione solo ed esclusivamente dove appoggio il mio piede, è inutile pensare ai passi che potrò fare dopo, perché se mi distraessi potrebbe non esserci un dopo. Potrei inciampare in una radice, potrei scivolare sul fango, potrei urtare una roccia e farmi male. Ecco quindi che si rivela di grandissima importanza prestare attenzione a ciò che stiamo facendo ora, perché ancora non sappiamo quando potremo tornare alla normalità. In altre parole rimango radicato nel qui ed ora, perché solo affrontando con vigile consapevolezza il momento presente potrò arrivare al traguardo. Accetto con serenità che il passo che sto facendo ora è quello più importante, in questo modo posso confidare di arrivare nelle migliori condizioni possibili al momento in cui tutti noi potremo dire di essere tornati alla normalità.

Fai il punto della situazione, decidi qual è il tuo prossimo piccolo passo e poi agisci mantenendo la concentrazione su quel piccolo passo. Perché c’è un solo modo di correre attraverso la notte e godersi una splendida alba. C’è un solo modo di arrivare al traguardo di un’ultramaratona. C’è un solo modo di uscire vittoriosi da una situazione difficile: un passo alla volta, un metro alla volta, un chilometro alla volta.

Il modo migliore per far brillare la tua crescita personale

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“Il modo più veloce per cambiare te stesso è trascorrere del tempo con persone che sono già come vuoi essere tu.” Reid Hoffman

Sai qual è il momento in cui la tua crescita personale aumenta in modo esponenziale? Quando hai l’occasione per confrontarti e trascorrere del tempo con personalità di livello internazionale con esperienze e competenze straordinarie. In questo modo impari tanto, in poco tempo. Ed è proprio per questa ragione che ho creato l’Extraordinary Talk: una giornata in cui creerò il tuo gruppo di dispari che sarà composto da uomini e donne brillanti, eccellenze nel proprio campo: manager, astronauti, medici, Coach e psicoterapeuti. 

Il gruppo di dispari infatti si crea quando grandi menti con esperienze speciali e background molto diversi fra loro si riuniscono in un solo luogo, per un tempo limitato, per concentrare competenze energie e focus. In questo modo hai la possibilità di prendere contatto con realtà e idee diverse, tutte di successo, tutte al top nel proprio settore. Esserci vuol dire avere la possibilità di modellare comportamenti e soluzioni, significa comprendere in che modo grandi menti hanno risolto problemi di ogni genere, comuni ad aziende e vite di ciascuno di noi.

In questo modo diventare la migliore versione di te sarà ancora più semplice e soddisfacente. Potrai portare nel tuo lavoro ciò che hai appreso e aumentare la tua efficacia. Ognuno di noi infatti ha importanti lezioni da imparare perché la vita è fatta di errori ed esperienze. Alcune importanti lezioni da imparare il prima possibile sono:

Prendersi cura di sé non è egoismo: è salvaguardia. Sei la persona più importante, per te ovviamente e per le persone che ami, che ti amano e per quelli che guidi nel lavoro. La tua integrità psicofisica è fondamentale per salvaguardare la qualità della vostra vita insieme. Prenditi cura di te e sappi che lo stai facendo tanto per te quanto per le persone che ti vogliono bene.

Abbandona la ricerca della perfezione: fai il massimo per migliorare. Avere a cuore il miglioramento significa impegnarsi costantemente per cercare modi in cui fare le cose meglio – per noi stessi, per gli altri, per i nostri clienti e per i nostri partner. Quando ti impegni per fare del tuo meglio, non ti servirà più la perfezione che comunque nessuno si aspetta da te. L’impegno e la dedizione pagano sempre e se questo farà allontanare da te alcune persone, ne avvicinerà molte altre: quelle giuste.

Ispira le altre persone senza giudicarle. I leader in azienda spesso anche le persone più esperte in una materia, hanno le competenze per migliorare i processi o risolvere i problemi. Quando si guida una squadra, si è tentati di consigliare continuamente agli altri su ciò che devono fare per migliorare. Questo può spesso portare a risultati deludenti e frustrazione; da entrambe le parti. I migliori leader sono quelli che ispirano gli individui del proprio gruppo di lavoro a valutare in cosa possono migliorare, piuttosto che farlo al posto loro.

Prendersi cura di sé.

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Prendersi cura di sé è importante. Per essere felice, in salute e soddisfatto devi stare bene con te stesso e avere bene chiaro in mente cosa vuoi e perché vuoi quello che vuoi.

Per questa ragione prendersi cura solo di sé non è più sufficiente: bisogna prendersi cura dei sé. Sia quando significa amare e dare le giuste attenzioni e priorità a sé stessi, sia quando il se implica un’altra condizione.

Se mi conosci e mi segui sai che una delle frasi che ripeto più spesso è “non hai abbastanza fantasia per immaginare che cosa di bello la vita ti riserva se decidi di impegnarti a fare la tua parte”. Spesso a tante persone capita di concentrarsi solo sulla prima parte della frase, sulla felicità che si raggiunge quando si ottengono dei risultati e dimenticarsi del tutto della seconda, della condizione o delle condizioni alle quali siamo disposti a realizzare ciò che desideriamo.

Oggi sentiamo dire spesso in questo periodo surreale di coronavirus che “andrà tutto bene”. Nella realtà nessuno sa se andrà bene. Io ci credo e per questo e mi impegno personalmente in molti modi. Lo faccio perché so che andrà tutto bene, se facciamo la nostra parte e se restiamo a casa; non perché ce lo impongono ma perché abbiamo capito che dobbiamo essere parte della soluzione. Se non possiamo aiutare, dobbiamo, ripeto dobbiamo (operatore modale di necessità) evitare di peggiorare le cose.

Questa è la differenza tra un sogno e un obiettivo: un obiettivo si realizza agendo con una direzione specifica. Non accade per magia. È il risultato di aspettative inferiori al tanto impegno: e questi sono anche gli ingredienti fondamentali per trasformare il sogno in realtà.

Per costruire insieme un obiettivo efficace dobbiamo sapere cosa vogliamo scegliere. Qualcuno direbbe rinunciare, ma se lo facciamo con coscienza è una scelta, non una rinuncia; lo facciamo oggi, per avere un domani migliore. Quale “prezzo” siamo disposti a pagare per ritrovare una nuova (e nostra) straordinaria normalità?

Quale prezzo per poter tornare a fare la spesa senza paura e ore di fila? Per girare liberamente in città? Per tornare a vedersi, ad abbracciarsi, a ridere insieme, a condividere momenti di crescita, di studio, di vita?

Utilizziamo questo periodo per prenderci cura dei sé. Usciremo da tutto questo migliori se saremo stati in grado di far del bene a tutti facendolo prima di tutto a noi stessi.

Nella nostra scuola per Coach utilizziamo spesso il motto dei cavalieri della tavola rotonda “nel servirci l’un l’altro ci rendiamo liberi”. Servirci, significa essere al servizio…

Facciamolo tutti, oggi! Mettiamoci al servizio del prossimo, facendo, come minimo, tutto ciò che è necessario per uscire prima possibile da questo momento: restiamo a casa. E pensiamo che c’è chi vorrebbe farlo ma non può, perché deve uscire essendo in prima linea e rischiando pure l’infezione. Rispettiamoli.

Ci renderemo liberi, se saremo stati in grado di servirci l’un l’altro. Se saremo parte della soluzione e non del problema.

Come gestire i conflitti in ufficio

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I conflitti in ufficio sono all’ordine del giorno. A volte è una questione di mansioni poco definite, altre volte entra in gioco il carattere, più spesso ci si scontra sulle soluzioni da adottare. In altri casi c’è un problema di comportamento, un ambiente di lavoro poco confortevole, collaboratori con competenze limitate. Manager e team dovrebbero cercare di agire in modo coordinato ma spesso ciò non accade. Di chi è la responsabilità?

Se mi conosci e mi segui da un po’ di tempo avrai compreso che credo che il ruolo attivo lo debbano giocare i leader. Il che non significa che il leader debba essere proprio il manager all’interno di un conflitto. Qualunque membro del gruppo che arrivi a comprendere che il benessere di tutti e il valore del lavoro passa dalla capacità di collaborare a un risultato utile, può essere quel leader.

Nel mio libro più recente “Gli Stadi del SuccessoRoi Edizioni dedicato al business ti spiego in maniera semplice e chiara quali sono le caratteristiche che identificano lo sviluppo di una azienda. In questo modo potrai comprendere in modo rapido quali sono le dinamiche più importanti alle quali fare attenzione anche nella generazione del conflitto.

Per intervenire in modo rapido ho tre consigli per te che puoi mettere in pratica subito:

Identifica il livello: se conosci i livelli logici di Dilts, creati dal grande ricercatore in PNL Robert Dilts, puoi iniziare a identificare a quale livello si colloca il conflitto per trovare una soluzione pratica. I livelli sono Ambiente (risponde alle domande “Dove? Quando?”), Comportamenti (Cosa?), Capacità (Come?), Valori/Convinzioni (Perché?), Identità (Chi?), Scopo (Per chi? Per cosa?). A che livello si sviluppa il conflitto? A volte basta solo prendere consapevolezza del livello per risolvere il conflitto.

Pensa al presente: spesso i conflitti vengono dal passato o anticipano un futuro che nessuno può prevedere e in qualche modo lo rendono reale. Prendi in considerazione solo i fatti attuali e metti da parte tutto quello che coinvolge il passato e il futuro. Gli attriti del passato e le ansie del futuro sono nemiche di una serena gestione del presente.

Individua l’obiettivo: i conflitti che nascono perché si hanno strategie diverse sono i migliori. Infatti, non tutti i conflitti vanno eliminati o placati sul nascere. Alcuni, non tutti, servono a trovare soluzioni migliori: chiarire (o ricordare) a tutti che l’obiettivo è quello di lavorare meglio, non di avere ragione, può cambiare l’approccio al conflitto e far emergere nuove soluzioni.

Infine, ricorda: in un mondo nel quale molti pensano a loro stessi, il modo migliore per risolvere i conflitti di strategia è mettere al centro chi ha bisogno di attenzione e desidera visibilità (dando ragione o sottolineando la paternità di una idea). Ogni leader deve essere in grado di farsi da parte, soprattutto se a tutti risulta evidente che ciò che fa migliora il lavoro di tutti. La persona egocentrata non lo noterà nemmeno. E avrete vinto tutti.

Rispetta il giudizio degli altri (e poi fai quello che ti piace)

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Preoccuparti di ciò che pensano gli altri di te non significa curare la tua reputazione. E viceversa. Che tu ci tenga a comunicare alle altre persone un messaggio in linea con la tua identità è più che giusto; e se sei un leader è ancora più importante. Questo non significa che provare ansia per l’opinione degli altri sia un comportamento efficace. Le persone pensano e parlano. Spesso solo la seconda. E non è detto che ciò che dicono sia la loro opinione, a volte sono solo parole. Allo stesso tempo, se vuoi essere il migliore e raggiungere alti livelli, la paura delle opinioni potrebbe penalizzarti.

La nostra paura delle opinioni altrui, in epoca di social network, è diventata un’ossessione. Tutti fanno a gara per mostrarsi perfetti sulle proprie bacheche, a nascondere i difetti nelle foto, a ritoccare i video. Intendiamoci: curare la propria immagine, volere foto professionali, vestirsi bene fa tutto parte del gioco. Se vado a un concerto mi vesto in un modo e se vado in un’importante azienda mi vesto in un altro: scelgo come vestirmi in funzione di ciò che devo fare. E non è paura del giudizio altrui, è innanzitutto una forma di rispetto.

Ricordo una volta che fui convocato all’ultimo momento per una sessione di Coaching sul campo delle giovanili dell’Inter e dovetti andarci senza poter passare da casa a prendere la tuta con i colori societari. Una volta arrivato al terreno di allenamento, rimasi a bordo camp. Fu il mio modo per comunicare il rispetto nei confronti di allenatore e squadra che avevano l’abbigliamento adatto al luogo e al momento.

Questa è appunto una forma di rispetto. Nessuno mi ha giudicato male perché non avevo potuto indossare la tuta in quella occasione, anzi è stato apprezzato il mio gesto. Quando invece inizi a distogliere l’attenzione da ciò che ti rende speciale – i tuoi talenti, le tue convinzioni, i tuoi valori, la tua identità – e inizi a conformarti a ciò che gli altri pensi che possano pensare di te riduci il tuo potenziale e sminuisci il super eroe che è in te.

Tutti vogliamo essere accettati, ma questo non può coincidere con l’annullamento della tua personalità. Negli Stati Uniti quando vogliono descrivere un titolo di investimento in Borsa semplice senza alcuna complicazione (e se vogliamo senza alcun fascino particolare) usano l’espressione plain vanilla. Come dire un gusto basilare, senza infamia e senza lode. Credo che nessuno desideri essere un plain vanilla, se può essere felice e soddisfatto nel mostrare il proprio gusto.

Il segreto quindi è concentrarti sulle tue abilità, sui tuoi super poteri. Nel mio libro Super You ho realizzato un vero e proprio percorso di Coaching che ti guida ad andare in questa direzione a scoprire qual è la tua caratteristica unica, ciò che ti rende speciale e coltivare maggiore consapevolezza di te stesso. Ricorda che la crescita e l’apprendimento avvengono fuori dalla tua zona di comfort. Individua il tuo scopo, scopri quale significato vuoi dare alla vita e concentra le tue energie per renderlo reale.