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Luglio 2020

Energia e attenzione: guida pratica all’uso

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“Dove si concentra l’attenzione, l’energia scorre”. Tony Robbins

Dove rivolgi la tua attenzione? Questa domanda è chiave oggi. In realtà lo era anche in passato. Ma in particolare in questo periodo storico, l’attenzione è contesa da molti più competitor. Anni fa, prima degli smartphone e dei social network le occasioni di distrazione erano molto meno “a portata di mano”. Oggi è sufficiente aprire il telefono per trovare di tutto: dai giochi allo spettacolo, dai film alla musica.

Tutto questo è assolutamente straordinario: ed è proprio per questa ragione che è necessario far attenzione a cosa dedichi attenzione. Il gioco di parole ci aiuta a portare il discorso a un livello superiore: sei consapevole delle attività che occupano la tua attenzione? Se lo sei, è una scelta. Se non lo sei, è una distrazione.

Quanto vieni distratto durante la tua giornata da attività che non riguardano ciò che stai facendo? A volte può essere un messaggio, un WhatsApp, una mail, una notifica: è come quando apri il frigo e dopo qualche secondo non ricordi più perché eri lì davanti. Guardi il telefono per una ragione poi ti perdi nei meandri dell’intrattenimento portatile e con esso se ne va l’attenzione e spesso lo stato. Già perché in molti casi, il messaggio che arriva ti fa innervosire o intristire o semplicemente ti apre un altro task nella mente e l’attenzione si prosciuga come la batteria dello smartphone.

Quali sono le attività che puoi mettere in pratica per evitare che l’attenzione venga consumata? Partiamo dalle tre più efficaci:

Stabilisci dei controlli orari: se c’è qualcosa di davvero urgente ti chiameranno. Lascia attive solo le chiamate e disattiva ogni altro tipo di notifica: messaggistica ed email. Controlla i messaggi periodicamente quando hai davvero tempo. Oppure filtra le notifiche solo per alcune persone importanti. La gran parte non farle suonare ed elimina la distrazione da ronzii e trilli frequenti. Inizia a mettere il telefono in modalità “non disturbare” per poche ore e vedi come va. Ciò ti aiuterà a riprendere i tuoi spazi di attenzione.

Disattiva il numero di notifiche: quando accendi il telefono e trovi quel numero rosso in alto sopra la tua applicazione preferita, ecco che scatta l’irrefrenabile voglia di vedere di cosa si tratta. Se hai come me una pagina su più social network che produce migliaia di interazioni ogni giorno, potresti trovarti a un certo punto schiavo della dopamina prodotta dal cervello che si gratifica di ciò che vede. Le notifiche creano dipendenza, è un dato di fatto. E come ogni dipendenza ti assorbe in modo più o meno intenso, consumando energie e attenzione.

Non utilizzare il telefono mentre fai attività importanti: quando guidi, ad esempio. Sembra scontato ma c’è chi scrive intere email mentre guida. Utilizza l’assistente vocale presente in ogni smartphone se proprio devi oppure accosta, fai quello che devi e poi riparti. Lo stesso vale quando sei in compagnia o con i tuoi figli. Soprattutto con i figli è importante dare un buon esempio di utilizzo equilibrato dello strumento smartphone. Stabilisci le priorità e rispettale. Farà bene tanto all’attenzione quanto alla vita sociale.

Il rimpianto del manager

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Uno dei rimpianti più frequenti nelle carriere dei manager è quello di non aver chiesto aiuto o di non aver avuto maggior supporto, una guida, durante la propria carriera: questo rimpianto affligge ben il 40% delle persone. Secondo un recente sondaggio realizzato da Zety – società specializzata nel career building – questo pensiero riguarda tanto team leader e manager quanto executive e dirigenti di alto livello.

Questo dato fa riflettere perché quando penso a una struttura organizzativa complessa come quella aziendale, immagino la passione delle persone che lavorano, immagino il desiderio di fare meglio e il tarlo che nella mente ti dice che puoi fare meglio. Semplicemente non sai come. Questo bisogno è comunque un buon segno: nel mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni ti parlo proprio di come utilizzare questi segnali per comprendere e utilizzare al meglio lo stadio evolutivo dell’azienda.

Questo sondaggio ci mostra bene anche quanto sia importante parlare dei propri desideri e delle proprie aspettative e farlo con la persona giusta è fondamentale: chi ha un Coach al suo fianco sa di cosa parlo. Proprio per questa ragione abbiamo creato in Extraordinary un servizio di eCoaching utile a supportarti in ogni momento attraverso Extraordinary Coach qualificati che utilizzano il mio metodo originale One Hand Coaching.

Il mio metodo originale di Coaching One Hand Coaching infatti parte da un presupposto fondamentale: il riconoscimento del proprio scopo. Nel sondaggio Zety infatti emerge un altro dato importantissimo per capire quali sono i bisogni che abbiamo tutti, o quasi tutti, e che un Coach qualificato può aiutare a soddisfare: il 22% degli intervistati rimpiange nella sua carriera di non aver seguito la propria passione.

Nella definizione dello scopo la passione ha un ruolo fondamentale: come ti ho raccontato poco tempo fa, lo scopo è il fuoco che fa ardere più forte la passione. Trova il tuo scopo e comprenderai qual è la tua vera passione, quella che vuoi seguire sempre per andare oltre, per crescere ed essere felice.

Inizia a chiederti: qual è il mio scopo? Per quale ragione faccio quello che faccio? E ricorda: il primo incontro con un Coach è l’occasione giusta per definire cosa cerchi, di cosa hai bisogno e individuare quali risorse hai e quali ti servono per raggiungerlo.

Riconosci la TUA felicità

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La felicità è quando ciò che pensi, ciò che dici e ciò che fai sono in armonia.” Mahatma Gandhi

Per quale ragione ho scelto proprio questa frase di Gandhi per introdurre un articolo sulla felicità? Ci sono molte frasi, molti aforismi, molti pensieri che descrivono bene la felicità. In questa frase, bellissima, emerge un aspetto chiave per comprendere bene il significato di felicità anche nella nostra società, un aspetto che tendiamo spesso a dimenticare: la felicità è in noi, è nel modo in cui guardiamo a chi siamo e a quello che facciamo.

Se fosse un verbo, felicità vorrebbe solo il tempo presente. La felicità infatti è uno stato emotivo molto diverso dalla gioia o dal divertimento: si può essere felici anche senza ridere. La felicità viene dall’interno, vive nel presente e non ha bisogno di essere cercata. La felicità esiste a prescindere da te. La tua felicità esiste già, sta a te riconoscerla o costruire i presupposti per poterla riconoscere.

Nel mio libro “Prendi in mano la TUA felicità” (disponibile anche in audiolibro) ti guido verso questo riconoscimento attraverso l’aiuto del mio metodo di Coaching originale il One Hand Coaching. Per conoscerlo e impararlo meglio ti invito a partecipare al mio corso più emozionante “Il Coaching secondo Claudio Belotti” nel quale ti racconto e ti faccio vivere insieme a me tutta la bellezza del mio metodo in pratica. Imparerai come i passaggi chiave del Coaching possano essere rafforzati dall’individuazione di un fattore chiave: lo Scopo.

D’altronde se in tanti la cercano e in pochi la trovano, la questione deve essere più complessa di così… In realtà finché non provi non puoi saperlo veramente quanto sei distante dalla tua felicità perché per riconoscerla di solito le persone incontrano principalmente 3 ostacoli. Scopriamoli insieme e vediamo come superarli:

“È raro che una felicità si posi proprio sul desiderio che l’aveva invocata.” Marcel Proust

Il desiderio è in realtà la prima fonte di insoddisfazione (se non di infelicità). L’ideale sarebbe smettere di desiderare. Ma siamo umani, è naturale provare desiderio. Perciò possiamo trasformare il desiderio di altro in desiderio di ciò che abbiamo già. In sostanza provare gratitudine per ciò che abbiamo.

“Per ogni minuto che passi arrabbiato perdi sessanta secondi di felicità.” Ralph Waldo Emerson

La rabbia è il secondo ostacolo alla felicità. La rabbia è ciò che proviamo quando pensiamo che le cose non dovrebbero essere come sono. Per questa ragione la grande psicoterapeuta Virginia Satir – alla quale la PNL deve tanto – diceva che “la vita non è come dovrebbe essere. È quella che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza”. Per questo serve capacità di accettare le cose come sono e fare del proprio meglio per cambiare ciò che possiamo.

“Serve l’infelicità per comprendere la gioia, il dubbio per capire la verità… la morte per capire la vita. Quindi affronta e abbraccia la tristezza quando viene.” Madre Teresa di Calcutta

L’incertezza infine. Quando non siamo sicuri abbiamo difficoltà a prendere decisioni e a stabilire una rotta nella nostra vita. Il dubbio è un tarlo che rode la mente. Per questo è necessario stare attenti quando arrivano sensazioni negative: sono messaggeri che ci vogliono segnalare qualcosa. Dobbiamo domandarci cosa sono venuti a comunicarci e agire di conseguenza per poter creare una nuova base di sicurezza e certezza dalla quale ritrovare il nostro stato emotivo.

3 regole fondamentali per evitare di venire manipolati sul lavoro

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Sul lavoro si incontrano tante persone. Persone con atteggiamenti positivi, negativi, che vivono momenti felici e momenti tristi. Persone che vogliono vincere a ogni costo e persone per le quali è importante che vincano tutti, altrimenti non vince nessuno. Fra queste personalità ce ne sono alcune tossiche che meritano di essere osservate con particolare attenzione.

Infatti, riconoscere alcune di queste personalità può essere molto utile per vivere meglio l’esperienza quotidiana. Il rapporto con chi si comporta in modo manipolativo può essere molto complesso e a lungo andare può essere fonte di uno stress poco piacevole.

Per questa ragione è importante riconoscere il capo, il collega, il collaboratore che si comporta in modo manipolativo e alzare subito le difese di sicurezza e disinnescare o disincentivare questo comportamento, innanzitutto nei tuoi confronti.

Ci sono 3 regole fondamentali per evitare di venire manipolati:

  1. Ricorda chi sei e cosa vuoi. Mia madre me lo diceva sempre e per me è stato un consiglio fondamentale nei miei anni di studio, di lavoro in Italia e all’estero. Chi vuole manipolarti farà di tutto per farti dimenticare le cose importanti per te e mettere al loro posto le sue priorità. Abbi sempre ben chiaro di fronte a te qual è il tuo scopo, quali sono i tuoi obiettivi, chi sei tu. Puoi utilizzare quelle che in PNL chiamiamo ancore cioè eventi emotivamente significanti che puoi richiamare nel momento utile.
  2. Racconta la tua storia. Impara a narrare la tua versione, le tue priorità, i tuoi valori e le tue convinzioni circa il lavoro. Chi desidera manipolare spesso infatti lo fa in maniera subdola parlando dietro le spalle per minare la tua credibilità. Non devi giustificare i tuoi comportamenti: si tratta solo di spiegare bene per quale ragione fai quello che fai.
  3. Rendi esplicito questo comportamento. Quando vedi qualcuno che sta manipolando qualcun altro o che lo sta facendo con te puoi fare in modo di rendere esplicito ciò che sta accadendo. Ricorda che in azienda non sei solo e hai alleati al tuo fianco, persone che possono creare dei legami di alleanza con te per rendere manifesto un comportamento nocivo per tutti.

3 modi semplici per costruire e valutare il tuo successo

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Capita molto spesso di interrogarsi sul significato del termine successo. Se mi segui saprai già che per me successo è il participio passato del verbo succedere e una persona di successo è una persona che ha fatto succedere quello che aveva sognato, scritto, pianificato e poi messo in pratica.

Il bisogno di dare un senso alla parola successo ci fa dimenticare un altro aspetto ugualmente importante. Quel significato, cioè il significato che diamo al successo è sempre soggettivo: ciò che decidi di far succedere nella tua vita è ciò che scegli per te. Quando rivolgi lo sguardo a ciò che hai fatto nella tua vita ascolta innanzitutto le tue emozioni. Sei felice di ciò che hai fatto?

Il successo infatti è strettamente collegato alla felicità: la felicità è un indicatore di successo. Nel mio libro “Prendi in mano la TUA felicità” infatti ti aiuto a raggiungerle entrambe attraverso il mio metodo originale di Coaching: il One Hand Coaching. Ovviamente puoi vederlo in pratica anche al “Coaching secondo Claudio Belotti”, l’evento annuale che ti immerge nel mondo del Coaching attraverso 30 anni di esperienza, lavoro e passione.

Per aiutarti a stabilire un criterio per costruire e valutare il tuo successo, puoi fare queste 3 azioni:

Sviluppa la capacità di guardare ai progressi e non al risultato. Per costruire il tuo successo è importante imparare a guardare al processo e ai progressi che fai. L’obiettivo che hai fissato è secondario alla persona che diventi mentre lo raggiungi. Perché quella persona – la persona che acquisisce le competenze necessarie a raggiungere il traguardo – è la persona che desideri essere. Ogni tanto fermati, guardati, guarda ciò che hai fatto e sii semplicemente felice.

Resta collegato al tuo scopo. Nel mio libro “Prendi in mano la TUA felicità” ti parlo dell’importanza dello scopo. Lo scopo ti aiuta ad essere grato per ciò che hai perché ti permette di vedere in prospettiva il qui ed ora e il futuro che desideri. Il tuo scopo inoltre ti dà la possibilità di rimanere flessibile di fronte alle avversità, modificare i piani di conseguenza e quindi prepararti per un successo ancora maggiore.

Fai caso alle cose belle che ti capitano. E’ più difficile che essere grati, perché richiede di sviluppare l’abilità di riconoscere al volo le proprie emozioni. E quando si presenta una emozione che ti fa stare bene, quello è il momento giusto per notarlo e creare un’àncora positiva – in PNL un’àncora si ha quando un’esperienza si lega ad una emozione/sensazione intensa – perché altrimenti il cervello in autonomia creerà per lo più àncore negative utili per sopravvivere (come il dolore provato quando si prende la scossa).

Come migliorare, sostituire o sviluppare una nuova abitudine in modo semplice

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Uno dei miei maestri più grandi, Robert Dilts, dice sempre che non c’è niente di più difficile del cambiare una abitudine, soprattutto se funziona. Ma per quale ragione uno dovrebbe voler cambiare una abitudine che funziona? Per diverse ragioni. Sicuramente una ragione può essere quella che una abitudine può funzionare in sé ma essere disfunzionale nel complesso della propria vita.

Mi spiego meglio con un esempio: se una persona nei momenti di nervosismo si mangia le unghie o si tortura le pellicine delle dita è possibile che abbia un sollievo da questa attività. Quale sia l’immagine che trasmette una persona con questa abitudine e i problemi estetici e pratici ai quali va incontro sono noti. Proprio per queste ragioni è fondamentale ragionare sul modo in cui si sviluppa una abitudine e sul modo in cui modificarla.

Le regole di base per modificare, sostituire o sviluppare una nuova abitudine sono semplici: individuare l’abitudine sulla quale vuoi intervenire, scrivere (sì, scrivere) come vuoi che diventi (in molti casi è meglio sostituirla con una migliore), stabilire le risorse che ti servono per farlo. In PNL diciamo che non esiste il fallimento ma solo il risultato, che può essere o meno quello desiderato. L’unico modo per fallire veramente è rinunciare: proprio per questa ragione è fondamentale, una volta realizzato questo piano, passare all’azione:

Una abitudine alla volta: il cambiamento si sa è emozionante e può diventare travolgente. Quando decidi che sai cosa vuoi, potresti avere la tentazione di ottenerlo tutto insieme. Questo è il modo migliore per far fallire anche il migliore dei piani. Concentrati su di una abitudine alla volta: come dice il nostro Senior Trainer, Coach e Ultrarunner Max Spini  “un passo alla volta, un metro alla volta, un chilometro alla volta”, le sfide si affrontano così.

Identifica gli ostacoli: gli ostacoli (al pari delle risorse) vanno identificati fin dall’inizio. O almeno immaginare quelle che potrebbero essere le difficoltà, le resistenze, i problemi che incontrerai. Questo ti aiuterà a essere preparato e visualizzare con maggior facilità il traguardo che vuoi raggiungere.

Datti tempo: una abitudine non si cambia dall’oggi al domani. Stabilisci un tempo nel quale verificherai quotidianamente i progressi: a seconda di quanto è radicata l’abitudine o di quanto è semplice il cambiamento puoi scegliere di fissare un tempo più o meno lungo. Considera almeno tre settimane per sicurezza e se interrompi la serie positiva riparti da capo.

Le 3 frasi fondamentali che fanno notare la tua leadership

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La scorsa settimana ti ho parlato delle frasi che dovresti evitare sul lavoro per non apparire poco professionale. Come ti ho spiegato, non si tratta solo di parole. Si tratta proprio di mentalità. Non sono le frasi in sé il problema: è ciò che significa pronunciarle in un determinato contesto. E se sei uno Junior sul lavoro, è bene che tu sappia sia cosa è meglio non dire sia cosa è meglio dire perché le tue parole riflettono i tuoi pensieri e i tuoi pensieri trasmettono la tua essenza.

La domanda chiave qui è: chi vuoi essere nel tuo lavoro? Ciascuno di noi dovrebbe tendere sempre verso la leadership, che non significa comandare o essere il capo, ma essere consapevoli, responsabili, capaci di dare risposte, d’esempio per gli altri.

Per questa ragione è importante avere la piena consapevolezza della persona che si vuole essere. Vediamo come fare e con quali parole:

“Dimmi di cosa si tratta”: prendi sempre piena consapevolezza di ciò che ti viene proposto. Spesso e volentieri ti capiterà nella tua vita lavorativa che altre persone ti vogliano dare un lavoro per pigrizia o per mancanza di competenze. Fare domande aiuta gli uni e gli altri: attraverso domande mirate facilmente emergono le soluzioni. Essere leader non significa avere tutte le risposte. Un leader risponde più spesso di quello che pensi “non lo so”. Essere leader significa impegnarsi per trovare risposte e soluzioni.

“Mi dispiace”: quando si sbaglia si chiede scusa e non si cercano scuse. In modo semplice. Scusarsi significa mettere un punto a una situazione e aprire un nuovo capitolo. Quando si ammette l’errore si offre la possibilità al prossimo e a sé stessi di andare avanti. È molto diverso da “Mi dispiace, ma…” che abbiamo visto in precedenza. Qui emerge il senso di responsabilità del leader e la tua volontà di migliorare.

“Sì, grazie” e “No, grazie”: sul lavoro – e in generale nella vita – è fondamentale sapere cosa si vuole e da cosa ci si vuole tenere lontani. Cosa si accoglie, con gratitudine, è segno partecipazione. Cosa si rifiuta è segno di amor proprio. Ci vuole pratica per imparare a dire sì solo quando si intende sì e in che modo dire no con una gentile fermezza. I leader sanno stabilire in modo chiaro questi confini perché hanno chiari i loro valori.

Dalla soddisfazione al burnout: 6 domande per capire il tuo lavoro

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Qualche tempo fa ti ho parlato dei rischi di burnout che si hanno in molte realtà aziendali. Ho ricevuto molti feedback sull’importanza del parlare di questo argomento e ho deciso di proseguire, elaborando una guida all’individuazione dei principali meccanismi che portano allo stato di burnout.

Lo stadio di sviluppo dell’azienda certamente è importante per determinare questo rischio: una azienda nel “Prime” è molto meno a rischio di avere collaboratori in burnout di quanto non lo sia una azienda in uno stadio più avanzato. Per questo puoi leggere il mio libro “Gli Stadi del Successo” Roi Edizioni per comprendere meglio la situazione complessiva della tua azienda.

E per analizzare la tua situazione specifica puoi iniziare da qui:

La sicurezza del lavoro. Partiamo dal fatto che nessun lavoro è sicuro al 100%, la domanda che ti puoi porre è: sono consapevole del livello di sicurezza che del mio lavoro e sono in grado di gestirlo? Ogni lavoro ha dei rischi che possono essere fisici, economici o sociali. Lavorare in una acciaieria è certamente diverso che lavorare in un ufficio. Allo stesso tempo, lavorare in una settore in crisi è più rischioso che lavorare in un settore in pieno sviluppo. Infine, lavorare dalle 9 alle 17 dal lunedì al venerdì offre possibilità sociali diverse da lavorare con i turni o a partita iva.

Il carico di lavoro. Per mantenere il carico di lavoro in un range salutare tieni d’occhio la quantità, la difficoltà e il fattore emotivo del tuo lavoro. La domanda che ti puoi porre è: qual è il carico di lavoro che posso efficacemente gestire? Concentrati sulla quantità di lavoro che hai in gestione, sulla difficoltà (hai gli strumenti per farlo?) e sulla qualità delle tue emozioni (come ti fa sentire ciò che fai e le persone con le quali collabori). Infine: il lavoro che svolgi è ripetitivo o è vario? Di cosa hai bisogno, tu?

Il valore del tuo lavoro. Prima di concentrarci sul gruppo di lavoro, partiamo da te. La domanda qui è: ciò che faccio è apprezzato e valorizzato? La strada del burnout è lastricata di frustrazione. Quando il datore di lavoro comunica quanto ti apprezza attraverso lo fa principalmente attraverso la valorizzazione del tuo lavoro. Ci sono aziende e capi che non sono bravi comunicatori ma nelle quali è evidente l’apprezzamento per il lavoro dei dipendenti. Quando in azienda sono diffusi esempi di disuguaglianza nel carico di lavoro o nella retribuzione, nelle valutazioni o in avanzamenti di carriera poco trasparenti la strada del burnout è aperta.

Senso del gruppo. In Extraordinary la specialista della gestione dei gruppi è Laura Salimbeni, coordinatrice anche della Extraordinary Coaching School, ha dedicato a questo tema numerosi articoli, post, ebook e seminari online. La domanda da porsi in questo ambito è: mi sento parte del gruppo? Si lavora sempre meglio quando si ha la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande. Far parte o meglio sentirsi parte del team significa sentire che puoi parlare con qualcuno se incontri difficoltà nel lavoro o nella vita e che sei pronto a fare lo stesso per gli altri.

Possibilità di avanzamento e crescita. Una vita lavorativa piatta e monotona è molto spesso una ragione per cambiare lavoro o per una perdita di interesse per il lavoro che si svolge. Qui la domanda da porsi è: cosa posso fare per sentire che sto crescendo? In molti casi, soprattutto quando le aziende sono poco strutturate, è facile che ci si debba organizzare per conto proprio per organizzare la propria crescita. Per evitare il burnout è importante dedicare tempo e risorse a questa attività.

Sintonia con l’azienda. Quando i tuoi valori, i tuoi obiettivi e il tuo scopo sono allineati con quelli dell’azienda vivi una esperienza lavorativa straordinaria. La domanda da porsi qui è: sono orgoglioso dell’azienda per la quale lavoro? Stabilire se si è a rischio di burnout richiede anche questo tipo di valutazione. I valori della tua azienda sono in linea con i tuoi? Sentirsi in sintonia o in contrasto con ciò che l’azienda rappresenta cambia radicalmente il modo in cui si vive il lavoro.

La caratteristica fondamentale del leader

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La definizione di leadership è da sempre oggetto di dibattito. Cosa sia infatti la leadership ha subito variazioni e cambiamenti nel corso della storia. Le qualità del leader sono differenti in epoche e latitudini differenti.

Se guardassimo questa storia con gli occhiali delle Dinamiche a Spirale sarebbe tutto più chiaro: ogni spirale di esistenza richiede una differente tipologia di leader. Una società centrata nel C-P Rosso produrrà dei leader molto differenti da quelli di una società in E-R Arancio o F-S Verde.

La ragione si trova naturalmente nelle strategie di coping che incontriamo in ciascun livello. Questo significa sostanzialmente che non esiste una definizione generale di leadership? No, c’è almeno un tratto della leadership comune a ogni leader che si possa definire tale.

La caratteristica è quella di non essere leader per sé ma per gli altri. La leadership infatti non riguarda se stessi, riguarda gli altri. Riguarda l’esempio e la crescita, non il comando o l’ordine. Aristotele o Marco Aurelio, Gandhi o Nelson Mandela, Neil Armstrong o Paolo Nespoli, Henry Ford o Back Obama: sono tutti esempi di leader e leadership nella storia dell’umanità in periodi, nazioni, ambiti molto differenti.

Eppure, tutti loro condividono la capacità fondamentale insita nell’etimologia del termine, ovvero “innalzare”. Ciascuno di questi esempi di leader ha innalzato il valore delle persone attorno a sé, trasformando il mondo, rendendolo un po’ migliore, creando qualcosa di nuovo, di straordinario.

E tu, come porti la leadership nella tua vita, nel tuo lavoro?

Le frasi che fanno impazzire il tuo capo (e sembrare poco professionale)

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Comunicare in modo efficace non è solo una questione di parole, postura, tecniche. E’ una questione di mentalità. Per creare la mentalità del comunicatore efficace è importante concentrarsi su ciò è meglio dire o fare in una determinata situazione. Ed è allo stesso modo importante essere consapevoli di ciò che è meglio non dire.

In molti casi queste frasi escono senza che si abbia la consapevolezza del significato che rappresentano per gli altri. E se una battutaccia fra colleghi può passare come un momento goliardico, una considerazione fuori luogo di fronte al capo può cambiare la percezione che lui ha di te.

Niente di irreparabile ma se si inanella una serie di gaffe di questo tipo e si può incorrere in qualche rischio per la carriera. Per questo è fondamentale lavorare sulla propria mentalità: ogni idea porta con sé dei valori e delle convinzioni che sono condivise, neutre o in contrasto con il pensiero del nostro interlocutore.

E se è vero che spesso un capo che decide senza contestualizzare non è un buon capo allo stesso tempo è importante imparare a convivere in modo efficace con queste persone. Per questa ragione, esistono alcune frasi che da dipendenti giovani, da collaboratori junior è meglio eliminare subito dal proprio lessico lavorativo. Vediamole insieme:

“Sto solo seguendo gli ordini”: questa frase all’inizio può andare anche bene. Il primo mese di lavoro magari. Poi bisogna tirare fuori il carattere. Il tuo capo cosa si aspetta da te? Si aspetta che tu esegua solo gli ordini o che tu dia un apporto personale? Più volte in queste frasi tornerà il tema della responsabilità. E qui è centrale. Se hai dei dubbi su ciò che stai facendo proponi qualcosa di originale, prima che ti venga chiesto cosa fai e perché lo stai facendo in quel modo.

“Mi dispiace ma non è colpa mia”: questa frase può fare impazzire il tuo capo. Se non immagini il motivo, in parte è perché ti sfugge ancora il processo di responsabilità che c’è dietro un lavoro, in parte è perché ancora non hai la piena consapevolezza dei tuoi mezzi. Dire “mi dispiace” va bene e dire “non è colpa mia” può essere utile se davvero si tratta di uno scambio di persona. Ma se c’è anche solo una piccola percentuale del tuo lavoro in ciò che ha causato il problema, devi fartene carico, agire e parlare in modo da dimostrare la tua reale volontà di superare la questione.

“Me ne occuperò”: non essere generico quando prendi un impegno. Per il capo significa non avere la certezza che tu stia davvero facendo ciò che dici. Per te è come buttare nel mucchio l’ennesima scartoffia da evadere. Organizzati: quando ti portano un lavoro fai domande, fai una valutazione del carico che hai già e del tempo necessario a fare anche questa. Poi prenditi il tempo necessario: né troppo né troppo poco. Meglio se è più del previsto e poi consegnare in anticipo che fare il viceversa.