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Settembre 2019

Il miglioramento costante

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Come si dice… Se non mi migliori, peggiori. È un dato di fatto: viviamo in un sistema che si muove, si trasforma e cambia in continuazione. E anche se non tutti crescono o migliorano, molti lo fanno. Il mercato cambia, così le aziende. E tu?

Quando si parla di successo – in qualsiasi area della propria vita – il miglioramento costante fa parte della routine quotidiana. Non puoi andare in palestra per 12 ore un giorno al mese e pensare di rimetterti in forma. L’impegno deve essere costante. Anche poco, 20 minuti al giorno, tutti i giorni. Sicuramente questo ti aiuta a rimanere in forma.

Per molti anni io ho programmato anno dopo anno la mia formazione. Sceglievo i corsi da fare e come crescere. Se non hai mai partecipato, quest’anno potrebbe essere l’occasione giusta per partecipare a “Il Coaching secondo Claudio Belotti”. Scopri cosa può fare per te il Coaching e allo stesso modo scoprirai quanto puoi fare tu grazie al Coaching. Apprendi skill fondamentali in famiglia e sul lavoro. Crescere e migliorare infatti significa dare una direzione al cambiamento. Individua la tua direzione e seguila!

E se vuoi sviluppare le tue capacità da subito? Se vuoi crescere immediatamente? Ecco cosa puoi fare. Ti consiglio tre attività semplici e divertenti che ti possono permettere di migliorare da adesso e con costanza:

  1. Seleziona le fonti più interessanti. Internet è un oceano alimentato da miliardi di fonti. Alcune, purtroppo sappiamo che sono fogne che portano i liquami dell’hate speech e delle fake news. Altre invece sono acqua pulita e ti servano baie di serenità e spiagge di conoscenza. Dai Ted Talks al Greater Good Science Center dell’università di Berkeley, dal sito del magazine MIND fino ai blog di settore. Scegli le risorse – molte sono gratuite – più interessanti e segui le pagine che ti offrono contenuti di valore.
  2. Scegli gli audiolibri. Se non mi conosci, voglio che tu sappia che credo molto in questo formato. Adoro gli audiolibri, sia come ascoltatore che come autore. Ne ho realizzati moltissimi nel corso degli anni e grazie a tutte le persone che mi seguono sono entrati quasi sempre al primo posto in classifica su iTunes. In ogni caso, oggi esistono diversi servizi anche in abbonamento e con una cifra mensile ragionevole puoi avere accesso a librerie di informazione (e intrattenimento) audio di migliaia di ore. E coltivare la tua curiosità anche mentre fai altro.
  3. Dedicati a un progetto più grande. Fai qualcosa di speciale. Qualche mese fa io ho mi sono impegnato a donare una percentuale dei profitti sulle vendite di libri e corsi a un progetto che mi sta molto a cuore: la salvaguardia dell’ambiente. Abbiamo un solo pianeta e dobbiamo prendercene cura. Cosa è importante per te? Dedica qualche ora ogni mese a migliorare la vita delle altre persone, dell’ambiente in cui abiti e del sistema in cui vivi. Quando influisci positivamente sulla vita delle persone, questo si riflette automaticamente anche sulla tua.

La passione è la fiamma che illumina la felicità

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Su cosa stai modellando la tua felicità?

Può sembrare una domanda scontata. Se ti chiedessi cosa ti rende felice in questo momento, sono certo che sapresti rispondermi facilmente e riusciresti a individuare almeno due o tre aspetti specifici della tua vita nei quali sei felice. Ma la domanda che ti faccio oggi lancia uno sguardo su di una verità importante: sei tu a decidere cosa vuoi, cosa desideri e cosa ti piace nella vita o sono gli altri, la pubblicità, il mercato, la società?

Ecco, quando parliamo di singoli aspetti della felicità tutti abbiamo un’idea più o meno chiara di cosa ci rende felici nell’immediato. Quando invece si tratta di definire da cosa è rappresentata per te la felicità, le cose si complicano. Tranquillo, con Belotti è semplice: ricorda innanzitutto quello che dice la grande psicoterapeuta Virginia Satir: “la vita non è come dovrebbe essere, è quella che è”. Quando pensi a cosa definisce la tua felicità infatti definisci le tue convinzioni in merito all’essere felice.

Hai mai pensato all’età “giusta” per avere dei figli? Per sposarti? Per fare carriera? Per metterti in proprio? Per mollare tutto e fuggire dall’altra parte del mondo? Ecco, le convinzioni sono queste idee. E spesso girano nella mente senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Le assorbiamo dall’esterno, modellando il comportamento, i desideri e la realtà delle altre persone o della società. Quando senti che solo una volta che hai raggiunto un obiettivo più in là sarai felice, ecco il campanello d’allarme. Una convinzione (limitante) come questa rende estremamente difficile realizzare una svolta in qualsiasi area della tua vita. Ostacola la tua capacità di creare la TUA felicità.

Le aspettative che metti a te stesso e ai tuoi cari (figli, partner) sono spesso irrealistiche. Voglio essere chiaro: avere obiettivi e sogni è importante per ogni persona, solamente considera che è pericoloso legare la propria felicità a un progetto generico di vita felice. Il fatto è che devi creare la tua felicità. Non puoi adattarla come faresti con uno stampo per dolci.

Ogni volta che sei soddisfatto di qualcosa nella tua vita, è perché in quel momento le condizioni della tua vita corrispondono al tuo progetto o meglio alla tua convinzione su come dovrebbe essere la vita in quella particolare area. E se non ci riesci, cosa succede? Provi dolore e frustrazione. Per essere felice invece devi sapere che tu puoi creare la tua felicità. Lascia andare le convinzioni su ciò che credi ti serva per essere felice e sii felice e basta.

Per questo ti chiedo: su cosa stai modellando la tua felicità? Per sapere se è davvero ciò che vuoi, devi comprendere se corrisponde alla tua passione. La felicità infatti soddisfa il tuo scopo e la passione è la fiamma che lo illumina. Vivi con passione e fai ciò in cui credi, solo in questo modo sarai felice, ogni giorno e qualunque cosa succeda, perché a quel punto anche il dolore, la sofferenza, le sconfitte diventano parte del gioco. Le integri, perché tu sei integro, cioè non spezzato: non stai più guardando solo alla felicità ma a tutto ciò che accade nella tua vita, con la certezza che non accade a te, ma accade per te.

Ciò che dici e ciò che fai (può fare la differenza)

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Quello che dici è importante. Come lo è ciò che fai. Quando fai ciò che dici – e lo fai prima degli altri – acquisisci una importante qualità da leader. Un leader infatti è tale perché ispira le altre persone e lo fa attraverso l’esempio. Serve la capacità di mostrare agli altri la via. Anche se sembra difficile; soprattutto se lo sembra. Perché magari alla fine non lo è.

Un ottimo modo per ispirare le persone infatti è quello di credere in sé stessi. E questo è il secondo passo, per essere un leader autentico. Attraverso i tuoi gesti e le tue parole puoi aprire una finestra enorme sulla tua identità, sui tuoi valori e sul tuo scopo. Infine, il terzo passo per la leadership è quello di creare un ambiente aperto al feedback e al confronto. Un ambiente nel quale le persone possano sentirsi al sicuro e dire la propria idea: l’obiettivo di ogni leader infatti non è quello di creare followers, seguaci, ma di creare altri leader.

Le parole e le azioni, in azienda come in famiglia, possono modificare in un attimo situazioni anche ferme da anni. Bisogna innanzitutto volerlo. Poi impegnarsi attivamente. Nel mio ultimo libro “Gli Stadi degli Successo” ti spiego come analizzare lo stato della tua azienda e capire come l’ambiente, i comportamenti, il focus, la vision e la mission aziendale possano essere influenzati per raggiungere lo stato di massima efficacia: il Prime.

Un libro per imprenditori, per Business Coach e per dipendenti che intendono essere agenti del miglioramento e della crescita che vogliono cambiare in senso positivo l’azienda per la quale lavorano. Ne puoi scaricare un estratto da QUI

Per passare subito all’azione e mettere in campo parole e azioni efficaci, ti offro 3 consigli pratici (più uno):

Mostra la direzione. Un leader dovrebbe avere sempre una mappa mentale ben chiara. Magari non conosce la via o l’indirizzo preciso dove andare ma conosce bene la direzione. Il tuo team deve sapere che sai dove state andando e si attiverà per far in modo di arrivarci nonostante i problemi che potrete incontrare sul percorso.

Ricorda i vostri valori. Ogni team, ogni squadra, ogni azienda o famiglia ha dei valori condivisi. Tienili bene a mente in ogni scelta che fai e nel ricordarli agli altri ricordali anche a te stesso. Questo sarà molto utile sia per tenere alta l’efficacia del gruppo di lavoro sia per la soddisfazione che otterrete da ogni risultato raggiunto. Il vostro gioco, le vostre regole, le vostre vittorie.

Sprona a far meglio. Il che non significa essere cronicamente insoddisfatti. Una delle parti più difficili e cruciali della leadership è quella di spingere il tuo team a uno standard più elevato di quello che hanno. Ciò significa congratularsi con loro quando fanno bene ed evidenziare quando non sono all’altezza del loro potenziale. Attenzione: questo significa anche essere sincero con te stesso e ammettere per primo quando non sei all’altezza degli standard che hai fissato. E lavorare meglio per ottenere il risultato.

Infine, ricorda di rimanere sempre aperto con le altre persone fai sapere loro che sei interessato ad ascoltare prima che a parlare. Dai agli altri il permesso di condividere le loro opinioni e se non lo fanno autonomamente, chiedile esplicitamente. Lasciar passare sotto silenzio scelte importanti significa rinunciare a idee, punti di vista e miglioramenti, spesso fondamentali.

Dal protocollo al modello: una bella evoluzione

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Se mi conosci e mi segui da un po’ sai che non sono un grande amante dei protocolli nel Coaching. E in questi giorni pensavo al perché. Mi ha girato un po’ nella testa questa domanda e ho cercato la ragione. Partiamo dal fatto che in alcuni casi i protocolli possono essere utilissimi: nulla contro di loro a prescindere. Non a caso infatti molte persone li usano perché sono utili a soddisfare forse uno dei bisogni fondamentali e più ricercati in questo momento nel mondo del Coaching: il bisogno di sicurezza.

Se io ho un protocollo che mi dice “Cinque passi per…” o “Le sette tappe per…” e mi elenca una via l’altra le cose che devo fare, sto tranquillo che vado da A a B. Ma è possibile che lo stesso percorso vada bene per tutti? Proprio tutti, tutti? Non ne sono tanto sicuro.

Quando gli astronauti – come il mio amico Paolo Nespoli – hanno un problema non devono risolverlo con il loro buon senso, con la loro creatività. C’è una procedura da seguire che è già stata definita e questo li porta a casa. E va benissimo. Per gestire una macchina – seppure complessa – come un razzo spaziale. Il protocollo infatti è uno schema, un pattern, una sequenza di azioni. Quei passi che ti dovrebbero aiutare a portare qualunque persona da A a B. In PNL diremmo dallo Stato Attuale allo Stato Desiderato. Da dove è a dove vuole andare.

E la PNL è un protocollo di fatto che aiuta una persona a raggiungere un obiettivo che potrebbe essere il banale smettere di fumare o avere più soddisfazione, diventare ricco, prendere una decisione. Utilissimo. Qual è il rischio che si può correre? Che il protocollo diventi la cosa fondamentale cioè che si scambi il protocollo – che è un mezzo per aiutare le persone – con un fine.

Per gli astronauti il fine è tornare a casa. Se c’è un problema con un razzo o se un macchinario non funziona come dovrebbe, si usa il protocollo per farlo funzionare in modo alternativo. Per quanto riguarda il Coaching spesso il protocollo viene messo al centro e sembra quasi che sia più importante rispettare il protocollo che aiutare la persona. Al centro, nella mia visione del Coaching, invece si trova la persona che è il vero soggetto, il protagonista – non il Coach, al centro c‘è proprio il cliente. E il vero fine del Coaching non è quello di aiutare la persona a cambiare ma ad evolversi in sé, per essere sempre più sé stessa. In questo modo la persona, il cliente se preferisci, può essere più soddisfatta, più piena, più integra.

Integra non nel senso morale. Integra nel senso di non spezzettata, una cosa unica. Cioè con tutte le parti che ha: luce e oscurità. Difetti e pregi.  Ogni parte viene inclusa in un sistema unico. Quindi, se l’obiettivo è aiutare le persone ad evolversi in modo personale, unico e straordinario, il protocollo può essere utile MA non dev’essere mai al centro. Non va vissuto come un dogma, recitato come una poesia a memoria, ripetuto come una tabellina. La poesia va bene, poi serve anche l’improvvisazione teatrale. Il protocollo è uno strumento e va preso in quanto tale.

Ecco perché io in questo momento sono più propenso ai modelli piuttosto che ai protocolli. Che differenza c’è fra un modello e un protocollo? Il modello innanzitutto non è una sequenza come il protocollo. Il modello è un approccio basato su una teoria, un concetto, una serie di presupposizioni cioè una serie di cose che si danno per vere. Il modello è una combinazione di linee guida basata su valori oltre che convinzioni. Un modello è un modo di vedere le cose, di pensare e di spiegare il perché le cose accadono. Nella PNL ad esempio ci sono quelle che vengono chiamate le presupposizioni di base che mi permettono poi di applicare il protocollo del Meta Modello. Questo nel Coaching mi dà la flessibilità. Infatti, non ho delle regole da seguire pedissequamente. La regola è fissa: si fa così e basta. Ho un modello, dei principi organizzativi. Il modello si prende la licenza operativa di non applicare il protocollo come è stato disegnato ma di modificarlo in funzione della situazione, della persona, del contesto.

Il mio metodo One Hand Coaching è il mio modello di Coaching e si basa su cinque passi, associati alle dita della mano. Teoricamente sono da fare in ordine: pollice, indice, medio anulare e mignolo. Cioè, sempre teoricamente, se possibile partiamo dallo scopo. Praticamente non partiamo sempre dallo scopo. Proprio come le dita infatti puoi scegliere qual è più funzionale utilizzare in quel momento. Ci sono situazioni che richiedono l’utilizzo del pollice per dare l’ok, altre in cui il medio è ben più indicato…

Chi è stato in aula con me, magari a “Il Coaching secondo Claudio Bellotti” o addirittura chi fa la Extraordinary Coaching School sa che più di una volta ripeto che è improbabile che si possa lavorare con un cliente dalla prima sessione sullo scopo. Soprattutto se si ha a che fare con un cliente neofita di queste cose che non capisce neanche cosa è lo scopo.

Magari all’inizio si lavorerà sugli obiettivi, che nel mio modello è il quarto di cinque passaggi. Perché puoi farlo liberamente? Perché non è un protocollo, inteso come sequenza. E’ una metodologia, un metodo, un modello. E lo scopo è il più importante di tutti, non necessariamente il primo. A volte infatti non vale la pena affrontarlo per primo perché il cliente non è in grado, non ha ancora la confidenza giusta o più semplicemente non è pronto.

E’ il cliente è al centro di tutto. Tu come Coach, consulente, terapeuta, agente del cambiamento, amico, capo, genitore, manager dovresti sempre adattare il tuo approccio piuttosto che fare adattare la persona che hai di fronte. Conosci le Dinamiche a Spirale ? Non sono un protocollo. Sono un modello che racchiude una serie di principi organizzativi che poi vengono applicati in funzione dell’ambiente e delle condizioni di vita della persona con la quale si ha a che fare. Mi rendo conto che questo è un ragionamento un po’ più complesso. Sarebbe molto più semplice avere la formuletta, le tabelline, la poesia da recitare a memoria. Per fortuna, non è così.

Quindi come avrai capito non sono un grande fan dei protocolli fine a sé stessi. I protocolli inseriti all’interno di un modello li adoro, ma i protocolli e basta non mi piacciono. Non rispecchiano la realtà della complessità della vita e delle persone. E poi sono rigidi e per molti sono solo una scorciatoia. E io sono dell’idea che le scorciatoie servano a poco. Soprattutto quando si lavora con le persone.

Fare il Coach, o meglio essere un Coach – grazie a Dio – è una cosa un po’ più complessa.

 

 

3 semplici modi per sviluppare una conversazione interessante

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Mi capita spesso di ricordare che un Coach Straordinario è un Coach capace di fare domande straordinarie. E forse, proprio per questo, molte persone mi dicono di faticare a sviluppare questa capacità. La capacità di fare domande utili, interessanti ed efficaci è una Coaching skill che può tornarti molto utile anche nel tuo lavoro. Attraverso domande pertinenti e ben calibrate infatti puoi portare a un livello molto più alto tutte le conversazioni che intrattieni per fare networking. In che modo?

Per approfondire questo aspetto ti aspetto a “Il Coaching secondo Claudio Belotti” , dal 31 ottobre al 3 novembre a Milano e vedremo insieme come i migliori Business Coach al mondo utilizzano le domande per catturare l’interesse delle persone in una conversazione fluida e coinvolgente, ottenere informazioni e allo stesso tempo scambiare interesse, valori ed esperienze di qualità con l’interlocutore.

Quindi, ho deciso di creare un breve elenco di domande per stimolare il muscolo della conversazione. Ecco qui di seguito un piccolo manuale della curiosità creativa. Ti propongo alcune domande e ti spiego perché sono importanti, in modo che tu possa svilupparne di altre in autonomia. Sono domande che puoi porre alle altre persone per mostrare la cosa più importante in una conversazione: il tuo interesse per l’altro!

Innanzitutto, per far partire una conversazione interessante, non partire dal lavoro. Quando inizi una conversazione finalizzata al networking e parti dal lavoro, le persone entrano in “modalità lavoro” e tirano fuori tutte le emozioni collegate al lavoro stesso. Certo, puoi trovare l’entusiasta che ti non vede l’ora di raccontarti tutti i dettagli del suo lavoro e non vedeva l’ora che qualcuno glielo domandasse. Ecco, a quel punto devi essere pronto a mantenere alta l’attenzione perché o stai al gioco e mostri sincero interesse per la regolamentazione internazionale dei prodotti derivati ad alto rischio sui mercati finanziari o rischi di offendere la persona che hai di fronte. Per sviluppare una conversazione interessante, fluida e coinvolgente è meglio partire dal personale e mostrare sincera curiosità verso gli interessi e le passioni di una persona.

  1. Qual è la cosa più interessante che hai fatto negli ultimi tempi? Qui si apre un mondo di passioni e interessi. È importante porre domande come questa perché allargano subito il ventaglio di interessi e argomenti dei quali parlare. Facilmente uscirà una passione comune o qualcosa che non conosci e verso la quale nutri un sincero interesse. A quel punto, la conversazione è tutta in discesa.
  2. Qual è la tua storia? Ecco, questa domanda è molto potente e puoi declinarla in vari modi: “Qual è la storia del tuo tatuaggio?” o “Qual è la storia della spilla che indossi?”. Una storia intrigante solleva ulteriori domande per approfondire la conversazione. La possibilità di parlare di sé, soprattutto di cose piacevoli, spinge l’altra persona ad aprirsi e parlare con il cuore.
  3. Perché hai scelto il lavoro che fai? Se hai lavorato bene sulle prime domande e hai mostrato un sincero interesse per le risposte – in PNL diciamo che hai creato il rapport – puoi fare qualche domanda anche sul lavoro. Perché fai quello che fai? Questa domanda offre risposte molto interessanti, soprattutto se hai competenze in materia di Dinamiche a Spirale. Le Dinamiche a Spirale sono una metodica eccezionale per capire il comportamento umano e quando le conosci puoi entrare in contatto con la visione del mondo delle altre persone a un livello davvero straordinario.

3 semplici strategie per diventare un leader più efficace

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Il momento del rientro in ufficio dalle ferie è quello migliore per dare un nuovo slancio alla tua leadership. Prendersi una pausa aiuta a guardare con maggior distacco i problemi, a prendere le distanze dai comportamenti degli altri e a ricaricare le proprie energie. Soprattutto quelle mentali.

In Italia trascorriamo molte ore ogni settimana in ufficio e tante volte capita di parlare decine di volte ogni giorno con persone con le quali non si crea mai un vero rapporto umano. Ora, non ti dico che devi fare amicizia con tutti i colleghi… Per migliorare la tua leadership puoi introdurre un fattore emozionale.

Questo è sicuramente uno degli aspetti più interessanti quando si parla di sviluppare le famose soft skill. Gli esperti della Harvard Business School suggeriscono che fra le soft skill più importanti e richieste ci sono le Coaching skill. A “Il Coaching secondo Claudio Belotti” ti insegnerò le competenze più importanti e ti spiegherò come puoi ottenere il meglio da queste capacità.

Nel frattempo, in attesa del 31 ottobre quando ci vedremo a Milano, ti suggerisco 3 semplici strategie per diventare un leader più efficace, un dipendente migliore o un capo più rispettato:

  1. Feedback. I feedback sono molto importanti. Soprattutto i feedback che vanno a rinforzare i comportamenti positivi. Quando una persona fa qualcosa che apprezzi, faglielo sapere: “Hai gestito bene la telefonata di lamentele” oppure “Hai svolto il compito con rapidità e precisione. Sono le caratteristiche più importanti di un lavoro ben fatto”.
  2. Coinvolgi. “Ho bisogno del tuo supporto per completare questo task” oppure “Quando puoi darmi un mano su questa nuova procedura?”. Coinvolgi team e colleghi nel lavoro che stai svolgendo. Soprattutto se sei il capo: non accentrare, delega ogni volta che puoi. A volte manca la fiducia nel lavoro degli altri. Per crearla è necessario dare la libertà anche di sbagliare e crescere.
  3. Mettiti a disposizione. “In che modo posso essere d’aiuto?” quando non sei direttamente coinvolto in un progetto, metti a disposizione ciò che hai, fosse anche solo la presenza in ufficio. A volte infatti esserci è tutto ciò che serve. Mettersi al servizio degli altri è una qualità che rende ti rende un leader apprezzato e riconosciuto da tutti.

Il fattore chiave nella definizione del successo

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La soddisfazione è un aspetto chiave nella definizione del tuo successo. Infatti se la tua idea di successo non prevede la soddisfazione – quel senso di realizzazione che si prova quando si ottiene qualcosa di grandemente desiderato – non potrai mai dire di aver raggiunto davvero il successo. Avrai raggiunto un obiettivo, forse importante, ma certamente non un punto di svolta nella tua vita.

Il successo infatti lo misuri sula base di ciò che è importante per te. Ciascuno ha – o meglio dovrebbe avere – la propria idea di successo, basata sulle cose in cui crede, sulla persona che ritiene di essere e su ciò che lo spinge avanti nella vita. Quando hai una idea così precisa del tuo successo, quando lo raggiungi ottieni anche soddisfazione.

Se desideri vivere una vita più soddisfacente e ridurre i fattori di stress inutili della vita, puoi provare a definire il tuo successo, a partire da questi 3 punti fondamentali:

  1. Alza i tuoi standard. Non accontentarti della prima cosa che capita. Definisci con precisione ciò che ha valore per te e non accettare compromessi. Chiedi di più prima di tutto a te stesso e poi agli altri.
  2. Impegnati a migliorare. Le capacità, l’intelligenza e l’abilità di pensiero possono essere sviluppate e ampliate attraverso uno sforzo coerente. Sei il capitano del tuo percorso di vita personale e professionale. Puoi migliorare in tutto ciò che decidi essere importante per te e ottenere risultati che oggi non hai abbastanza fantasia per immaginare.
  3. Entra in competizione solo con te stesso. In realtà non è nemmeno una competizione. Dovresti sviluppare la curiosità di conoscere, testate e superare i tuoi limiti. E solo i tuoi. Non sei in gara con gli altri, con il mondo e soprattutto la misura della vittoria la decidi tu: non gli standard degli altri.

Prendi a modello i migliori per imparare quello che non sai. Poi scegli di far meglio di quanto hai fatto il giorno prima. Alla fine della giornata, sarai stanco ma felice e soddisfatto. Il successo è qualcosa di molto simile a questo.

Potenziale, interferenze e super-performance

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C’è un concetto basilare nel Coaching che ritengo ormai superato. Anzi più che un concetto è una vera e propria formula. Una formula sviluppata da un pioniere dell’allenamento mentale, del mental training nello sport, che è Timothy W. Gallwey. Nella sua teoria si parla di “inner game” – gioco interiore – e la formula che descrive la performance di un atleta è rappresentata da P cioè il potenziale meno l’interferenza. In questa formula infatti si presupponeva infatti che la performance – soprattutto nello sport – fosse sempre inferiore rispetto al potenziale per via delle famose interferenze.

Bisogna dunque comprendere bene cosa si intende per interferenze. Per interferenza si intende tutto quello che limita il tuo potenziale nello sport ma anche nella vita. Ci sono interferenze esterne che possono essere il campo o il caldo. Se vai a correre, ad esempio, sai che può capitare che esci con l’idea di fare un certo chilometraggio e poi magari ne fai uno minore perché fa molto caldo o magari scoppia un temporale improvviso e devi rientrare praticamente a nuoto! Quindi, il caldo, la pioggia e i fattori atmosferici in generale negli sport all’aperto sono interferenze esterne. Poi ci sono le altrettanto famose interferenze interne cioè il tuo stato d’animo, il linguaggio interno, le tue convinzioni etc.

Tim Gallwey molti anni fa, descrisse giustamente un fatto: fatto 10 il potenziale della persona spesso non è espresso nella performance che invece sarà da 8, 7, 6, 5 e via dicendo a causa di queste interferenze. Quando devo convincere un atleta della validità dell’allenamento mentale uso questo questa formula perché la capiscono tutti. Poi esce il Mental Coach in me e nella pratica questa formula va cambiata, perché l’interferenza – soprattutto quella che non si può eliminare – non va combattuta. Le energie vanno indirizzate tutte verso la performance.

Quindi negli anni mi sono sempre più convinto che c’è un’altra formula che non è quella di Gallwey ma quella di Claudio Belotti che sta per P più i uguale super-p. Cioè il potenziale più le interferenze è uguale a una super performance. Perché? Perché la teoria è una cosa e nella pratica accade tutt’altro: è successo miliardi di volte nella storia allo sport. E miliardi di volte nella vita di tutti noi. Hai mai tirato fuori un potenziale che era dormiente o addirittura che non sapevi proprio di avere? Questo è successo perché ci sono state delle interferenze che ti hanno messo in condizione di fare cose che tu stesso non pensavi o non sapevi di poter fare.

Quindi incominciamo come Coach, come leader, come genitori, come manager, come imprenditori a ragionare in modo diverso. Integriamo le difficoltà nella nostra performance quotidiana perché tu e io sappiamo che nella nostra vita a volte ci sono state interferenze talmente pesanti talmente difficili che ci hanno fatto tirar fuori una forza, un’energia che altrimenti non avremmo mai avuto. E quindi ben vengano queste interferenze, ben vengano gli avversari, ben vengano le condizioni atmosferiche, ben vengano i discorsi interiori: l’importante è trovare la giusta risposta, accedere alle risorse nascoste e agire per portare con te l’interferenza oltre il traguardo. Poi fermati e fatti i complimenti per il risultato che hai ottenuto.

La vera crescita ha sempre una direzione, il cambiamento no.

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Oggi è il mio compleanno, 52 anni vissuti con passione e voglia di vivere in giro per il mondo con esperienze variegate.
Più della metà della mia vita l’ho passata in aula, nei corsi di formazione in 4 continenti.
La prima volta ci sono capitato apparentemente per caso, in realtà per un disegno divino specifico.
Da quel lontano 1993 ho visto tante cose e diverse evoluzioni.
Negli anni in cui ho iniziato, dovevo spiegare cosa era un Coach perché nessuno lo sapeva. Ora devo ancora spiegarlo perché tutti pensano di saperlo ma di fatto hanno le idee confuse.
Ci sono più coach o “wanna be coach” che clienti adesso.

La storia della crescita personale è affascinante. Dalla psicologia tradizionale, dove dovevi passare anni dal terapeuta per imparare a convivere con i tuoi problemi, siamo passati alle soluzioni istantanee, magari una uguale per tutti, che ti risolve tutto oggi grazie a una tecnica in 3 semplici passi.
Grazie ai social ci sono esperti ovunque. Coach di ogni genere che fanno promesse mirabolanti. Guru e “gurini” (che sembrano più girini visto l’età anagrafica e sul campo) che dicono cose che non stanno in piedi ma grazie alla loro esperienza di web marketing fanno grandi numeri.

La parola chiave è “cambiamento”, basta cambiare e sei “guarito”.
Un po’ come quelli che credono che smettere di fumare sigarette tradizionali per iniziare con quelle elettroniche (o con il riempirsi di caramelle) sia un miglioramento, mentre di fatto è solo un cambiamento.

Tutti hanno la soluzione in pochi semplici passi per diventare: ricchi, felici, persone di successo o altro.
Il tutto senza sforzo, senza impegno e soprattutto senza miglioramento del fattore umano.
Questi “gurini” arrivano persino a insultare gli psicologi tradizionali senza mai aver letto un libro o frequentato un corso sugli argomenti che attaccano.
Di fatto fanno gli stessi danni che i terapeuti incapaci, che stanno insultando, hanno fatto per anni.
Se da un lato è terribile che qualcuno dopo anni di terapia non abbia veri miglioramenti, dall’altro è terribile che si illuda qualcuno che in 3 passi on line (a un prezzo irrisorio) possa davvero crescere, mentre di fatto si è solo messo in movimento senza avere preso una direzione.

Sul lettino, dallo strizzacervelli erano fermi, imbalsamati e verso la “morte”. Ora con le soluzioni istantanee sono in movimento certo, ma verso cosa? Muoversi dà l’impressione di essere più vivi che stare fermi, come cambiare può dare l’impressione di migliorare, ma non è sempre così.
Cambiare non è sempre migliorare o crescere.

La mia obiezione è verso chi crede che sia facile: non lo è.
Può essere semplice (cioè non complicato) ma non è facile.
La mia obiezione è verso i “protocolli” banalizzati, tecniche fatte di passi prestabiliti e univoci, da usare con tutti e sempre. Piccole poesie ripetute a memoria senza conoscerne il significato, il funzionamento, i principi operativi e soprattutto senza mettere al centro il cliente, cioè la persona.
Vedo troppe persone assetate di soluzioni veloci, facili e indolori. “Qual è il metodo più rapido e senza fatica?”.
Ci si accontenta di una scossa emotiva momentanea e immediata. Siamo dopamina-dipendenti, vogliamo vedere i like, ci pregiamo del numero di follower, facciamo quello che facciamo per poterlo postare, invece di viverlo a pieno.
Adoro i concerti, sono tra i momenti più belli della mia vita. Vedo troppe persone fare l’esperienza di un live attraverso lo schermo del proprio smartphone invece di viverla nel momento – tra l’altro per fare un video peggiore di quello che esiste già on line.

Forse sto diventando vecchio, ma vedo poche persone veramente motivate a crescere, migliorare, evolversi. E troppe a cercare la nuova “droga” del successo.
Sì, droga; qualcosa di finto, chimico, fittizio che ti faccia stare bene adesso e senza impegno.

Attenzione: non sono per la sofferenza a tutti i costi.
Perché soffrire inutilmente?
Non rimpiango la moda di andare per anni in terapia; una terapia utile più a pagare il mutuo del terapeuta, che al miglioramento del cliente (sì, cliente non paziente).
Penso che dal soffrire inutilmente alla mania del tutto, subito e senza sforzo ci debba essere una terza via.
Dal “rinuncio a tutto per gli altri” al “io sono la sola cosa che conta” ci devono essere anche altri modi.

Guarda i profili sui social “io, io, io e ancora io”. Tutti selfie!

Ho scritto libri intitolati “La vita come TU la vuoi”, “Prendi in mano la TUA felicità” e ancora “Super YOU” quindi promuovo l’espressione del sé. Ciò che non ho mai promosso è l’egocentrismo.

Come Coach sono un figlio di Tony Robbins. Ho l’onore di essere letteralmente al suo fianco da un quarto di secolo. Lo stesso mi capita con Richard Bandler, John Grinder, Robert Dilts, Chris Cowan e molti altri…
Grazie ai loro insegnamenti ho imparato molto, ho soddisfatto la mia curiosità innata verso l’essere umano e capito molte cose.
Ho studiato tanto e sono andato alle fonti – anche quelle meno conosciute – di tutte le metodiche che uso. Metodiche, non tecniche.

Queste metodiche hanno uno scopo: promuovere il processo di crescita e sviluppare il potenziale umano. Non siamo alla ricerca del successo, della felicità o della ricchezza. Quelle sono le conseguenze.
Se cresci, se cresci davvero arrivano e soprattutto restano.
Certo non restano 24/7: nessuno è felice h24, sette giorni su sette; nemmeno nelle favole.

Nessuno di quelli che hanno successo, che sono felici o ricchi ci è arrivato con uno schiocco di dita.
C’è un lavoro impegnativo dietro.
Forse poco pubblicizzato e/o raccontato ma c’è.

Cerchiamo di sfuggire dalle situazioni spiacevoli, dalle emozioni “negative”, dalle sconfitte, dalle delusioni, dal rifiuto e da tutto quello che non ci piace.
Di fatto sono queste cose a renderci forti.
Ovviamente non suggerisco di cercare la sofferenza apposta, così per sport, consiglio solo di affrontarla se e quando arriva.

Propongo di lavorare su sé stessi prima di volerlo fare con gli altri.
Sostengo l’importanza di guardarsi dentro cercando il nostro lato oscuro per illuminarlo.
Di alzare i tappeti e guardare da vicino la polvere che abbiamo nascosto lì sotto.

La paura consapevole diventa eccitazione.
I difetti accettati diventano caratteristiche della nostra unicità.
Prendersi cura di sé stessi in modo sano è altruismo puro.
La vera fragilità è vera forza.
L’umiltà autentica è la più grande espressione di autostima.

Tutto questo è vero e possibile se decidiamo di crescere e migliorarci senza fretta e con impegno costante.
Ripeto: non promuovo la sofferenza fine a sé stessa né la lentezza ad ogni costo.
Rifiuto solo l’idea di essere veloci a tutti i costi anche quando sono necessari tempo e fatica.

In PNL a un certo punto qualcuno pensava che chi era più veloce era anche più bravo.
Chi ci metteva di meno ad aiutare qualcuno era migliore di chi utilizzava più tempo.
A parità di risultato concordo. Se il risultato cambia, perché più tempo significa miglior risultato allora io vado da chi ci mette di più perché fa meglio.

Dovremmo focalizzarci su ciò che conta veramente, su ciò che funziona veramente e su ciò che ci soddisfa veramente.

Conosco molte persone diverse, in posti diversi, di culture diverse e lavori diversi.
Le persone che vivono bene hanno spesso caratteristiche comuni.
Sono vere, sono integre (cioè non spezzettate), sono allineate con sé stesse (scopo, valori, comportamenti), sono imperfette: consapevoli e felici di esserlo, sono sempre in crescita.
Sono anche consapevoli che non si smette mai; hanno fretta ma non premura, cioè danno tempo al tempo e non cercano scorciatoie; sono disposte a pagare il prezzo che serve: impegno, fatica e, quando serve, sofferenza.

Ci sono cose che si capiscono solo dopo averle vissute e magari sbagliate, e va bene così.
Da padre, cerco di aiutare le mie figlie a fare errori diversi dai miei, sapendo che alcuni devono farli loro stesse, altrimenti non impareranno mai. Va bene, l’importante è imparare.
Spero di riuscire a insegnare loro che le scorciatoie non portano alla stessa destinazione, che il successo senza soddisfazione è fallimento puro e che la vita reale ha il giorno e la notte, la luce e l’ombra, la felicità e la tristezza.

Mi piace ricordare “la preghiera” della Gestalt:

“Io faccio la mia cosa e tu fai la tua.
Non sono in questo mondo per esaudire le tue aspettative
come tu non sei in questo mondo per esaudire le mie.
Tu sei tu e io sono io,
e se per caso ci incontriamo, sarà bellissimo,
altrimenti, non ci sarà nulla da fare.”

La cosa buffa è che chi dovrebbe leggere questo mio articolo non lo farà, per loro avrei dovuto fare un video.
Buon compleanno a me!
Love on ya.
Claudio