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Luglio 2019

Le 3 cose che tutti noi dovremmo saper fare bene

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Qualunque sia il tuo lavoro devi sempre fare meglio. Sia perché lo vuoi, perché ci tieni a ciò che fai. Sia perché la tua azienda e il mercato lo richiedono. La scelta di migliorare è sempre una ottima scelta! Inoltre chi non migliora, peggiora. Il mondo si muove in continuazione e la differenza nella capacità di ottenere risultati, quasi sempre la fa la fame. Per alimentare la tua fame, cioè la tua motivazione, è necessario aggiornare il software di tanto, rivedere le priorità, gli obiettivi e fare un check su valori e scopo per capire se sei ancora allineato e se ciò che pensi di volere è davvero ciò che vuoi.

La motivazione infatti cambia con te, con i tuoi valori, con le tue priorità. Individua ciò che ti motiva maggiormente in questo momento e troverai la forza per far crescere le tue competenze. E quando si parla competenze, quali sono quelle più importanti? Io penso che chiunque abbia a che fare con le persone, dai colleghi di ufficio ai fornitori, dai clienti agli studenti, debba svilupparne tre specifiche.

Ecco quindi le 3 cose che tutti noi dovremmo saper fare bene:

  1. Capire come le persone ragionano: come raccolgono le informazioni e come le organizzano. Ecco perché negli ultimi 25 anni ho studiato PNL: la Programmazione Neuro-linguistica  ti aiuta a capire come le persone ragionano. Ti fornisce gli strumenti necessari per capire come le persone organizzano la propria mappa del mondo, come prendono le informazioni e cosa tengono a mente della loro esperienza: le cose alle quali danno valore. Conoscere questi meccanismi è utilissimo per farsi aiutare dalle persone a comprendere come comunicare meglio con loro. E non c’è nulla di più efficace di una comunicazione personalizzata.
  2. Perché le persone fanno quello che fanno: quali sono cioè le loro motivazioni, cioè i motivi per fare ciò che fanno. Secondo me in questo campo la metodica migliore e più completa sono le Dinamiche a Spirale : certamente all’inizio non sono facilissime ma con il tempo diventano sempre più utili e semplici grazie all’utilizzo. Anthony Robbins le conosce e le utilizza da quasi vent’anni, John La Valle braccio destro di Richard Bandler le ha studiate perché ne riconosce la validità. Il 6 Ottobre organizzerò una giornata introduttiva dal vivo! Partecipa: è la migliore occasione per vedere le Dinamiche a Spirale in azione!
  3. Ciò che si può fare per aiutare a pensare in modo diverso: una volta che hai capito come pensano le persone e perché fanno quello che fanno, se hai il cosa hai il tris fondamentale per creare la motivazione in te e negli altri. E la capacità di aiutare le persone a pensare in modo diverso la ottieni attraverso il Coaching. Ed è proprio per questo che ho creato il Coaching secondo Claudio Belotti  . Io lo faccio attraverso il mio metodo originale “One Hand Coaching” e quando ti iscrivi al corso avrai accesso a un corso esclusivo al portale sul mio metodo. Le Coaching skill, oggi, sono tra le capacità più importanti da possedere nella vita e in particolare in ambito lavorativo.

 

3 passi (più uno) per ottenere il meglio dal tuo scopo

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Come Coach il mio lavoro è quello di aiutare le persone a ottenere i risultati che desiderano e valorizzare i loro punti di forza. Nel mio metodo di Coaching originale, il “One Hand Coaching”, tutto inizia con lo scopo.

Perché fai quello che fai?

La risposta a questa domanda ti aiuta a capire come lavorare meglio e avere una vita più piena, ricca e soddisfacente. Ed è proprio per questo che ritengo importante concentrarsi maggiormente sul valore di ciò che si fa, piuttosto che sullo sforzo per farlo.

Imparare ad utilizzare il mio metodo può aiutarti a migliorare la tua vita e quella degli altri: partecipa al Coaching secondo Claudio Belotti e ricevi l’accesso esclusivo al portale interamente dedicato al “One Hand Coaching”.

Ti propongo in questo post 3 spunti (più uno) che puoi utilizzare per iniziare subito a definire il tuo scopo, migliorare la tua produttività, trovare soddisfazione in ciò che fai e ottenere il successo che desideri.

  1. Fai del tuo scopo il tuo mantra quotidiano: individualo e ripetilo ogni giorno. Rendilo personale e specifico. Non deve essere qualcosa di esagerato, basta che ti sia di ispirazione. Puoi modificarlo nel tempo, renderlo più preciso man mano che impari cosa ti rende più felice nella tua vita. L’importante è che una volta che lo hai individuato, lo utilizzi come bussola per farti guidare nella vita e nelle scelte di tutti i giorni.
  2. Verifica i tuoi obiettivi: sia che si tratti di obiettivi a lungo, medio o breve termine. Sulla base della rotta che vuoi percorrere con il tuo scopo, valuta se gli obiettivi che hai fissato sono ancora quelli giusti. La domanda chiave è: ciò che sto facendo mi avvicina al mio scopo? Questa attività contribuisce alla mia felicità e soddisfazione?
  3. Pensa per conseguenze: se un obiettivo tra quelli che hai fissato non ti avvicina al tuo scopo nell’immediato, non è detto che non possa esserti utile per il futuro. Sostenere un sacrificio nel breve periodo per un guadagno di lungo periodo può essere a volte la scelta giusta. Ad esempio, prendere un lavoro particolarmente pesante e con una bassa retribuzione, ti permette di dimostrare di saperlo fare, oltre che darti esperienza. E può garantirti una solida reputazione. Se è quello che ti serve, non è un sacrificio.

Infine ricordati di vivere davvero la vita come TU la vuoi” . Io credo fermamente che il futuro dipenda in gran parte dalle proprie abitudini. Se conosci il tuo scopo e sai ciò che vuoi nella tua vita sarà più facile escludere ciò che non vuoi e quindi anche eliminare quelle attività “superflue” che riempiono la tua vita solo di cose, di oggetti. Concentrati sulle cose davvero importanti che paradossalmente non sono mai cose: tra queste ci sono sicuramente le esperienze, la formazione, la cultura, i momenti di vita e la condivisione delle passioni con le persone che ami.

Come prendere una decisione efficace

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“Quando devi decidere, la migliore scelta che puoi fare è quella giusta, la seconda migliore è quella sbagliata, la peggiore di tutte è non decidere”.

Theodore Roosevelt

Ogni decisione porta con sé delle conseguenze. Per questo, per imparare a decidere, è fondamentale iniziare prima a ragionare per conseguenze. Infatti, quando si sceglie di non scegliere, quando si resta indecisi, la vita va comunque avanti e accadono cose. Ciò che accade è – anche – frutto della decisione non presa.

Perché decidere?

Partiamo dall’etimologia di questo verbo: decidere significa letteralmente tagliar via. Decidere infatti è un modo per eliminare il superfluo e sgomberare il campo dalle opzioni che non ti soddisfano. Inizia a pensare per conseguenze, valuta le decisioni che prendi in funzione di ciò che ti porteranno e agisci in base a ciò che desideri si realizzi.

Quando decidere?

Subito. O almeno molto rapidamente. Ovviamente questo tempo varia in base alla complessità della decisione. Se devi ordinare una pizza, qualche minuto è un tempo ragionevole. Se devi acquistare una casa e pagare un mutuo trentennale, ci sta che il processo duri settimane. In ogni caso, una ricerca fatta alla Università di Yale ha dimostrato che l’esitazione – anche solo di qualche istante – quando ti senti ispirato a fare qualcosa, fa diminuire le tue possibilità di farlo quasi a zero, nell’arco di appena 3 secondi.

Se ti senti ispirato a fare qualcosa, devi agire subito. Ogni secondo fa la differenza.

Come si prende una buona decisione?

L’ispirazione è fondamentale. Se senti che è la cosa giusta, fallo. In che modo? Te lo faccio spiegare dal mio maestro Tony Robbins che sostiene che il metodo migliore sia attraverso un processo in 3 parti:

  1. Prendi la tua decisione mentre sei in uno stato di picco, quando sei ispirato.
  2. Impegnati nei confronti di questa decisione e metti da parte tutto ciò che può entrare in conflitto con essa.
  3. Sii risoluto. Credi che ciò che hai deciso è stabilito. Succederà.

Quando sei risoluto, niente può fermarti. Non reagisci alle situazioni: le accetti e le guidi. Tutti i dubbi e le incertezze si dissolvono e lasciano spazio all’entusiasmo di una nuova avventura, di una nuova esperienza.

Inizia subito, decidi di decidere!

Un grande balzo per l’umanità: un sogno apparentemente irrealizzabile che è diventato realtà

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Non avevo ancora compiuto due anni, quando nel luglio del 1969 l’uomo per la prima volta mise piede sulla luna. E pensare che tutto era iniziato solo pochi anni prima. Nel 1962 il presidente degli Stati Uniti J. F. Kennedy aveva promesso alla nazione, e al mondo, che entro il decennio l’uomo sarebbe andato sulla luna. Che sogno! E che visione.

Questo evento epocale ci offre due insegnamenti: il prima è che avere dei competitor è un bene, quando decidi di accettare la sfida. Se gli altri ottengono un risultato – la Russia sovietica stava lavorando duramente per poter esplorare lo spazio – tu applaudi, e poi fai meglio. Non che credo che gli USA abbiano applaudito in piena guerra fredda, certamente si sono impegnati molto per fare meglio. Il secondo insegnamento è la dimostrazione pratica che un forte perché, supera qualsiasi come.

L’allunaggio mi ha fatto sognare per tutta l’infanzia. Questi eroi dello spazio che raggiungevano il cosmo su dei razzi erano dei miti per me. E poi gli anni ’70 ci hanno dato Space Oddity e Ziggy Stardust del grande Bowie, l’epopea di Dune arrivata in Italia nel 1973 e il viaggio di Guerre Stellari del 1977. Io sognavo di fare l’astronauta, ed è rimasto solo un sogno. Ma grazie alla forza di quel desiderio sono riuscito a ottenere un altro risultato, alla portata di pochi: fare un volo a gravità zero alla NASA.

Ed eccomi qui nel 2019, a 50 anni dall’allunaggio, che realizzo un altro grande desiderio: conoscere e lavorare con uno dei più grandi astronauti italiani, Paolo Nespoli. Metto a sua disposizione con onore e piacere lo spazio del mio blog “We can be Heroes” perché ci parli della sua straordinaria esperienza. Buona lettura, Claudio.

 

Sono cresciuto negli anni 60 e quando la missione Apollo 11 ha effettuato l’allunaggio avevo da poco compiuto dodici anni. Quell’evento mi colpì in tutta la sua grandezza. L’uomo metteva piede sulla luna dopo aver attraversato lo spazio ignoto su di un razzo. Era qualcosa di incredibile; eppure l’incredulità lasciava spazio a poco a poco alla certezza nel racconto dei giornali, della radio e della tv. Era vero, era tutto vero: dopo anni e anni di sforzi immani, l’uomo metteva piede sulla luna.

Ecco perché allora gli astronauti erano visti come dei superumani, capaci di sfidare quello spazio ignoto. Avevano nervi d’acciaio e capacità soprannaturali. Erano preparati e sapevano rispondere nel modo giusto e nel giusto momento a ogni evento: previsto o imprevisto che fosse. Sfidavano il pericolo estremo sprezzanti del pericolo personale in nome del raggiungimento di un obiettivo impossibile, a beneficio di tutta l’umanità.

Oggi che abbiamo sempre in tasca uno smartphone con una capacità di calcolo enorme, non riusciamo a capire davvero fino in fondo cosa voleva dire anche solo venti o trenta anni fa andare nello spazio. Figurarsi cinquanta anni fa, con mezzi quasi rudimentali, con uno storico di esperienze molto limitato e una quantità di incertezze soverchiante.

Questi nobili cavalieri-supereroi con capacità fenomenali affrontavano queste sfide così grandi che era impossibile non sognare di essere come loro. E difatti, come tanti bambini di allora, anch’io pensavo che sarebbe stato bello se da grande fossi potuto diventare uno di loro.

Da allora ho impiegato quasi 30 anni e ogni fibra del corpo per poter coronare il sogno di diventare astronauta e quasi 40 anni per andare finalmente nello spazio. Ho avuto la fortuna di crescere e formarmi alla scuola dei più grandi al centro NASA di Houston. Ho vissuto negli uffici accanto ai loro, imparato il loro gergo, respirato la loro aria. Ho partecipato alle stesse riunioni e, alla fine, ho ricevuto l’onore e il privilegio di poter indossare sulla giacca la stessa spilla d’oro, il simbolo che li contraddistingueva.

Proprio lì alla base NASA/Houston ho avuto l’occasione di conoscere di persona il grande Neil Amstrong. Era il 1999 e lui era nel sito per le visite mediche annuali. Gli chiesero di venire a parlare un paio d’ore alla nuova classe di astronauti in addestramento (la nostra) e accettò di buon grado. A noi dissero che si trattò di un evento eccezionale per via dei suoi tanti impegni. Avremmo dovuto lasciarlo parlare riservando le domande per la fine; e solo se ce ne fosse stato tempo. E poi si raccomandarono: in ogni caso, niente foto o autografi!

A quel punto l’emozione e l’impazienza salirono alle stelle. Neil Armstrong si presentò di fronte a noi e noi tutti immaginavamo un racconto sull’allunaggio. Invece cominciò a parlare dell’X-15, il progetto che alla fine degli anni 50 ha portato l’aviazione a rompere il muro del suono. Era chiaramente fiero di aver partecipato a quel progetto. Ci raccontò storie e aneddoti incredibili su come si erano trovati di fronte a situazioni imprevedibili e come le avevano superate dando fondo a tutte le loro capacità di piloti, unite alle analisi e alle intuizioni degli ingegneri, lui a pieno titolo uno di loro. Ci parlò della progressione dei voli che li portavano sempre più in alto e sempre più veloci.

Il punto più alto del suo strabiliante racconto – che ci tenne incantati e rapiti per quasi tutte le due ore a sua disposizione – lo raggiunse quando ci parlò in dettaglio di uno di questi voli. Accadde tutto dopo che ebbe stabilito il record d’altezza. In fase di rientro volle testare le capacità del sistema di controllo del velivolo. Questo rispose in modo del tutto inaspettato: invece di scendere riprese a guadagnar quota, quasi fuori controllo, portandolo altissimo nel cielo sopra la base di Edwards. Neil si trovò nell’impossibilità di atterrare sull’unica pista possibile.

Per descriverci le forze in gioco sull’aereo in quel momento, si girò e fece un disegno su di una di quelle lavagne a fogli che si trovano spesso all’interno delle aule di studio e che qualcuno aveva opportunamente preparato per l’occasione. Con l’aiuto di questo schizzo descrisse nei minimi dettagli come, improvvisando sul momento, inventò una manovra complessa mai tentata prima. Con questo lampo di genio riuscì a tornare in controllo del mezzo e farlo cabrare verso Edwards e atterrare come se nulla fosse successo. Non senza aver stabilito anche il record di durata per un volo con l’X-15!

In quel momento si interruppe di parlare e vidi nitidamente i suoi occhi brillare; il suo sorriso era di chi andava fiero di aver fatto la differenza. Poi, gettando uno sguardo all’orologio e vide che non era rimasto molto tempo. Tornò a rivolgersi a noi e disse semplicemente qualcosa del tipo: “Dopo il progetto X-15 ho lavorato per il progetto Apollo della NASA, progetto che ci ha portato sulla Luna. Mi sono rimasti una decina di minuti. Avete domande?”

Ci impegnammo al massimo per fargli dire tutto il possibile in quei dieci minuti. Ci confessò che secondo lui il Progetto Apollo fosse un progetto complesso e ambizioso sostanzialmente basato su un grosso lavoro corale dove ognuno aveva un ruolo importante. Questa umiltà mi colpì: il grande Neil Armstrong considerava il suo apporto paragonabile a quello degli altri e provava un certo fastidio quando i media o le persone comuni semplificavano il tutto facendo sembrare che sulla luna ci fosse andato da solo. Fra di noi, qualcuno molto coraggioso, capendo che il suo tempo a nostra disposizione era scaduto, si provò nel domandargli se potevamo fare una foto di gruppo. Cosa che ovviamente accettò di fare ben volentieri.

Quando uscì dall’aula avemmo come l’impressione che uscisse ben più di una persona e con lui varcò la soglia dell’aula la storia in persona. Subito dopo di lui, tutti uscirono dall’aula. Solo la persona che aveva opportunamente preparato la lavagna a fogli rimase lì a guardare quello schizzo disegnato da Neil Armstrong. Avvicinandosi a quel disegno storico ebbe cura di arrotolarlo e conservarlo con il rispetto, l’ammirazione e la devozione che i grandi meritano per le loro – piccole o grandi – opere. Oggi quel foglio è ancora gelosamente custodito, nella mia casa. Non fui mai più felice come in quel momento di aver avuto l’idea di preparare quella lavagna.

Oltre all’orgoglio, alla passione e alla gratitudine per aver preso parte a quel programma e aver avuto la possibilità di esplorare lo spazio, riconosco oggi come allora il grande valore umano e professionale di quella generazione di astronauti. Facendo mie le parole che pronunciò il presidente statunitense John Kennedy nel 1962 quando lanciò la corsa allo spazio ho la certezza che “più cresce il nostro sapere, più evidente ci appare la nostra ignoranza”. E la lezione di Neil Armstrong – come di tutti quelli che insieme a lui lavorarono al progetto Apollo – fu proprio questa enorme fiducia nella scienza e nel valore della scoperta.

Ciascuno si mise a disposizione per fare la sua parte e tutti insieme per andare oltre le capacità dei singoli, per ottenere un risultato mai avuto prima di allora. Tutti infatti erano consapevoli che era impossibile prevedere l’imprevedibile e che ci sarebbero state delle sfide da affrontare, come singoli e come squadra. Proprio per questo ognuno fu pronto a fare la sua parte, a mettersi a disposizione degli altri in nome di qualcosa di più grande. Qualcosa di umano che oggi appartiene, in forma di sapere, a tutta l’umanità.

Paolo Nespoli

Sviluppa una mentalità da Coach (e diventa un punto di riferimento in azienda)

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Si dice che sul lavoro nessuno sia indispensabile. E in effetti se ti è capitato di vivere la situazione in cui un dipendente in azienda si dimette, sai che raramente si va incontro a sconvolgimenti epocali. Le aziende, anche le meno strutturate, sono organizzazioni complesse ed è sufficiente che ci sia un leader capace di guidare il gruppo attraverso queste piccole (o grandi) transizioni e il gioco è fatto.

Quel leader puoi essere tu. Quindi, per fare il massimo per renderti indispensabile, o almeno, quanto più importante per la tua azienda è necessario che tu dia un valore maggiore al tuo lavoro e ti garantisca un apprezzamento che può tradursi in benefit, in una promozione e un aumento di stipendio.

Il modo migliore per aumentare il proprio valore sul luogo di lavoro, cioè dare – e far percepire – un valore superiore a quanto si viene retribuiti è quello di sviluppare alcune caratteristiche da Coach. Vediamo insieme quali:

1- Prenditi cura degli altri. Ascoltare le persone e le loro necessità, spesso, è un lavoro che richiede pochissimi minuti e che può fare una differenza enorme per tante persone che magari non hanno la possibilità di esporre i propri bisogni alla direzione aziendale. Scoprirai che ascoltare le persone le aiuta a identificare meglio i propri problemi. Una volta identificati i problemi puoi, da bravo Coach, aiutare a identificare anche le risorse. Può sembrarti poco, ma per molti è tanto.

2- Crea significato. Il significato è ciò che motiva le persone in un modo straordinario. Il significato infatti passa attraverso azioni che rendono limpido lo scopo dell’organizzazione e lo mettono in relazione con i valori della stessa persona, con i suoi obiettivi, talvolta perfino con il suo scopo. Creare significato significa anche investire nella crescita e nello sviluppo personale e aiutare a promuovere il senso di competenza e di autostima. E quando aiuti a crescere, cresci anche tu.

3- Diventa un problem solver. Una volta che hai aiutato gli altri a capire di cosa hanno bisogno aiuta la tua azienda a creare una visione, una prospettiva nuova. Da Coach hai una grande opportunità: puoi ascoltare problematiche o individuare falle nei processi che i dirigenti ai livelli più alti non possono riscontrare, proprio perché sono distanti da questi meccanismi. Porta le tue proposte e le tue soluzioni. In questo modo ti troverai spesso in soluzioni win/win: dai alla tua azienda un processo migliore e alle persone che lavorano in quel processo un miglioramento tangibile.

Per sviluppare le tue abilità di Coach ci sono molti modi. Il Coaching secondo Claudio Belotti  può essere quello giusto per te. Sia che tu stia iniziando da zero, sia che tu abbia già delle competenze da Coach. E’ un corso di quattro giorni durante i quali ti mostro in modo semplice e pratico le migliori tecniche e analizziamo insieme il lavoro dei miei più grandi maestri contemporanei come Richard Bandler, Anthony Robbins o Robert Dilts o dei miei grandi mentori del passato come Milton H. Erickson o Virginia Satir.

Quando ti iscrivi all’edizione del Coaching secondo Claudio Belotti 2019 ,ricevi subito in omaggio l’accesso al portale esclusivo “One Hand Coaching”, interamente dedicato al mio metodo di Coaching.

Porta con te la paura oltre l’ostacolo

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Ogni tipo di crescita personale avviene al di fuori della propria zona di comfort. Una nuova sfida lavorativa, un public speaking, il lancio di un prodotto, una nuova iniziativa imprenditoriale o mettersi in proprio e mollare dopo tanti anni il lavoro da dipendente. Situazioni come queste – importanti professionalmente e personalmente – ce ne sono, sempre. Una facile risposta a queste situazioni è la procrastinazione o più spesso la fuga!

Naturalmente questi eventi, che possono essere percepiti come spiacevoli sono anche necessari. Sono necessari per crescere: come dice il grande studioso americano Joseph Campbell “La caverna nella quale hai paura ad entrare, ha il tesoro che stai cercando”. Man mano che cresciamo e impariamo a fare il nostro lavoro ci troviamo costantemente di fronte a situazioni in cui dobbiamo modificare il nostro comportamento e aggiornare il nostro software. E questo vale per tutti. Senza il coraggio di fare il salto, possiamo perdere importanti opportunità di crescita.

Come si fa quindi a portare la paura oltre l’ostacolo e conquistare il premio desiderato?

In primo luogo, alleati con la tua paura. Il coraggio non è assenza di paura. Il coraggio è la capacità di riconoscere la paura, ringraziarla per la sua funzione di guardiana che esercita nei nostri confronti e darci la spinta per andare oltre. Sii chiaro con te stesso su quelli che sono i tuoi timori. Poi fai un inventario delle scuse che tendi a utilizzare per procrastinare o evitare situazioni al di fuori della tua zona di comfort e chiediti se sono legittime. In che modo? Se qualcun altro ti fornisse le stesse scuse sul suo comportamento, le riterresti legittime per declinare?

In seconda battuta rendi il comportamento tuo. Come Coach lavoro spesso con persone che lottano per uscire dalla propria zona di comfort sul lavoro e nella vita di tutti i giorni e quello che ho imparato è che spesso hanno molto più margine di manovra di quanto credono per rendere una attività temuta, più vicina a sé. Spesso è possibile trovare il modo di modificare ciò che devi fare per renderlo piacevole e vicino al tuo modo di essere e di lavorare, così da ridurre al minimo il disagio o trovarlo addirittura divertente.

Infine, bisogna… Buttarsi! E uscire dalla propria zona di comfort. Sai qual è il momento giusto per fare una cosa che non hai voglia di fare? Adesso. Falla subito. Prima lo fai e prima scopri che ciò che temevi inizialmente, non è così male come pensavi. Anzi, è quasi divertente.

Il segreto, ammesso che ce ne sia uno, è iniziare a piccoli passi. La prima uscita dalla zona di comfort per fare un public speaking, non deve essere necessariamente di fronte a una platea di cinquemila persone! Esci e parla in pubblico fra colleghi o conoscenti. La prima iniziativa aziendale o il primo passo in proprio non deve essere al top, se non te la senti di fare il grande salto.

Quasi certamente farai degli errori e in effetti, questo è l’unico modo per imparare. Ricorda solo una cosa: quando perdi, non perdere la lezione. E anche se fuori dalla tua zona di comfort senti lo smarrimento e l’incertezza, ti accorgerai presto che quella zona si espande rapidamente e torna ad includerti al suo interno prestissimo e molto prima che tu possa rendertene conto, sei di nuovo a tuo agio, più forte, più saggio, più grande e più esperto di prima.

3 semplici mosse per smettere di auto-sabotarti

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“Se impostate i vostri standard ma non credete veramente di riuscire a rispettarli, vi sabotate da soli.”

Anthony Robbins

Il mondo del lavoro si sa, è competitivo. Ed è anche giusto che sia così. Quando la competizione è sana, le cose tendono a migliorare per tutti perché si innesca un circolo virtuoso nel quale si gareggia a fare meglio. A volte invece l’ostacolo più grande da superare è quello che ti metti da solo. L’auto-sabotaggio è più frequente di quanto pensi ed è spesso inconscio.

La maggior parte delle persone si auto-sabota perché:

1- Pensa che non sia possibile fare ciò che desidera fare

2- Pensa di non avere la capacità di gestire novità e cambiamenti. E persino miglioramenti

3- Non crede di meritare il successo o sottovaluta le proprie capacità

4- Non ha uno scopo chiaro e non pensa per obiettivi quando pianifica e per conseguenze quando agisce

5- Si tiene lontano dal fastidio immediato (e temporaneo) che richiede ogni crescita e ogni uscita dalla propria zona di comfort

Quando si fissano questi ostacoli mentali nascono dei comportamenti disfunzionali che ti tengono lontano da qualunque crescita. Infatti, in PNL non si valuta il valore di una persona ma l’appropriatezza di un comportamento e la sua funzionalità rispetto alla vita che si vive.

La prima cosa da riconoscere è che cambiare questi comportamenti è possibile.

Dunque, vediamo come dare addio all’auto-sabotaggio in tre mosse:

1- Datti delle (piccole) sfide. L’idea è che, mentre conquisti queste vittorie, acquisisci sicurezza e ti rendi conto che vincere è piacevole, più piacevole che stare fermo a non far niente. Prendici gusto e vai avanti aumentando di volta in volta il grado della sfida, costruendo passo passo il tuo albo d’oro di sicurezze.

2- Chiarisci il tuo perchè. Quando hai priorità contrastanti difficilmente riesci a individuare la direzione da seguire: individua e abbraccia il tuo perché e queste difficoltà scompariranno. Se sai perché vuoi ciò che vuoi e perché fai ciò che fai, individuare le tue priorità sarà semplice e raggiungerai molti più obiettivi importanti per te. Ricorda quello che dice il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche “chi ha un perché abbastanza forte, può superare qualsiasi come”.

3- Circondati di persone straordinarie. L’idea qui non è solo quella di aumentare le amicizie e le frequentazioni: qui si tratta proprio di espandere il numero di persone che possono darti nuove prospettive, nuove sfide e nuove opportunità. Quando hai nuove prospettive puoi avere una maggiore chiarezza su chi sei, su cosa puoi fare e su cosa potrebbe essere utile per te. E una volta che hai questa chiarezza, è più facile farti seguire.

La prima caratteristica del successo

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Di tutti i tratti caratteriali che ognuno di noi può possedere, il più importante – quello maggiormente correlato al successo – è la fiducia in sé. Questo cosa significa? Avere una fiducia totale nei tuoi mezzi ti porterà dove vuoi? Non esattamente. Proprio per questa ragione è importante sviluppare una adeguata fiducia in sé stessi.

Come molti aspetti dello sviluppo personale, anche questo è un passo semplice ma non facile. Bisogna individuare le condizioni giuste in cui è utile puntare tutto sulla propria visione, sulle proprie idee e i propri mezzi e dividerle dalle situazioni in cui è necessario affidarsi agli altri. Anche questa in fondo è fiducia in sé.

E come si costruisce la fiducia in sé? Innanzitutto facendo attenzione alle cose giuste. Tutti siamo influenzati dai bias, quei meccanismi, quelle scorciatoie del pensiero che la nostra mente utilizza per massimizzare l’efficienza a discapito soprattutto della varietà. Infatti i bias aiutano a rispondere velocemente sulla base dell’esperienza attraverso generalizzazioni, cancellazioni e distorsioni.

Grazie alla PNL e a strumenti come il Meta modello possiamo andare oltre i nostri stessi bias e dedicare attenzione a ciò che è davvero importante: le decisioni giuste che prendi, le esperienze positive che fai e costruire su di esse la nostra fiducia. Allo stesso modo prendi anche le scelte sbagliate, le esperienze negative e utilizzale al meglio per costruire fiducia: in fondo a ogni esperienza negativa c’è una versione di te che ce l’ha fatta, che ha superato la sfida. Ed è quella versione di te dalla quale puoi prendere fiducia.

Avere fiducia in te significa quindi che hai la consapevolezza di prendere buone decisioni e che quando prendi decisioni sbagliate hai le capacità per affrontare la situazione e trarne comunque il meglio. Poi è importante che ti concentri su ciò che fa la differenza per TE. Chi ha fiducia in sé non si sente obbligato a conformarsi per ottenere l’approvazione degli altri. Trova la tua differenza e fai quello che funziona per te. Se ottieni i risultati che desideri, bene. Se non li ottieni cerca altre soluzioni e lavora per migliorare ciò in cui sei già bravo (se vuoi qualche consiglio utile su come arrivare alla migliore versione di te ti consiglio il mio libro “Super You” [https://bit.ly/2X1qIdW). Più sarai bravo ed esperto in una attività che ami fare, maggiore sarà la fiducia che hai in te e nei tuoi mezzi.

Infine riconosci i tuoi limiti e utilizza le risorse che hai a disposizione per andare oltre questi limiti. Se non sei portato per la gestione finanziaria o per le questioni burocratiche, non gettare via tempo e fatica per fare una attività che ti annoia e stressa. Affida questo lavoro a qualcun altro, più portato o che ama farlo: le persone sicure di sé sono capaci di delegare queste attività perché sanno che con l’aiuto degli altri possono raggiungere risultati più grandi.

3 semplici strategie per aumentare il coinvolgimento dei dipendenti in azienda

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Quando in azienda si sceglie di aumentare il coinvolgimento dei dipendenti, lo si fa per migliorare sia il rendimento dei team che per aiutare le persone a raggiungere una maggiore soddisfazione a livello professionale e personale. Infatti, quando i bisogni primari sono soddisfatti (compreso quindi anche il bisogno finanziario), le due leve motivazionali più forti e comuni diventano la crescita e il contributo.

Quindi, per ottenere questo risultato i leader di organizzazioni e imprese possono invitare i propri collaboratori a credere in 3 almeno cose: a credere nella visione dell’azienda, a credere gli uni negli altri e a credere in sé stessi. E per farlo si rivolgono alle energie migliori di ciascuno e fanno in modo di convogliarle dove serve, parlando direttamente ai bisogni e ai sogni delle persone.

Il modo migliore e più semplice per aumentare il coinvolgimento è dedicare la giusta attenzione a questi 3 aspetti:

  • Dare segnali chiari: può capitare che i cambiamenti di mercato richiedano un rapido adattamento. A maggior ragione diventa fondamentale in questo senso avere dei punti fermi. La vision aziendale è il faro che può guidare queste trasformazioni. Anche la chiarezza nel processo decisionale ha un ruolo chiave. Se le persone all’interno dell’azienda sanno chi decide cosa, avranno maggiori possibilità di venire coinvolte. E anche quando non sarà possibile coinvolgerle, almeno sapranno perché è stata presa una determinata decisione.
  • Rendere personale la motivazione: chiedi alla persona che vuoi motivare, di dirti cosa la motiva. Certo non in maniera così diretta. Puoi utilizzare ad esempio la Ruota della vita: chiedi alla persona che vuoi motivare di disegnare all’interno di un cerchio gli spazi che riserva alle differenti attività nella propria vita e quanto è soddisfatta in ciascun ambito. Puoi scoprire ad esempio che una maggiore flessibilità negli orari – per stare di più con la famiglia – è una leva motivazionale ben più forte di un aumento di stipendio.
  • Condividere valori: un esercizio interessante per permettere alle persone di conoscersi meglio e sviluppare maggiore fiducia gli uni negli altri è aiutarli a condividere i propri valori. Non a tutti può far piacere parlare in modo diretto di queste cose. Quindi la cosa migliore da fare è lasciar parlare le esperienze. “Quali sono le esperienze di vita più importanti che ti hanno reso la persona che sei oggi?”. Questa domanda permette a tutti di arrivare al cuore dell’argomento e ai propri valori attraverso il racconto della propria storia.

Dai qualcosa in più ai tuoi figli

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Lasciare liberi di scegliere i propri figli è il modo migliore per aiutarli a crescere. Da genitori, soprattutto in Italia, pensiamo sempre di dover dare loro qualcos’altro, per essere dei bravi genitori. E non ci accontentiamo della pura e semplice libertà, che spesso, comunque è più facile a dirsi che a farsi. Vogliamo dare sempre qualcosa in più e corriamo il rischio che sia qualcosa di superfluo, che alla fine li vizia.

Dietro a questo comportamento c’è sempre una intenzione positiva. Tante volte capita che le persone che frequentano i miei corsi, soprattutto quelli più intensi e formativi come il Coaching secondo Claudio Belotti  vengano da me a fine lezione a chiedermi come possono trasmettere ai propri figli quello che loro hanno appena imparato, magari a trenta o quaranta anni, per dar ai figli un vantaggio competitivo. La risposta breve è che sostanzialmente non si può.

La risposta lunga è che si possono fare due cose: primo, dare il buon esempio, mettere in pratica tutto ciò che si ritiene importante per loro. Secondo, lasciare liberi i propri figli di commettere errori. Non lasciare che le tue convinzioni – le convinzioni ti ricordo che sono tutte limitanti, anche quelle “potenzianti” – influiscano sulla vita di tuo figlio. Altro discorso è tenerli fuori dai guai seri, dal pericolo di cattive compagnie, dalle dipendenze o da abitudini insane. Quello non è viziarli: è proteggerli.

Se mi conosci, sai che non ne faccio un discorso morale, è una questione puramente funzionale. Quindi, se proprio non riesci a resistere al desiderio di dare qualcosa in più ai tuoi figli dagli queste 3 cose:

  • La capacità di chiedere: come ci insegna la storia di Steve Jobs, spesso le occasioni si creano semplicemente chiedendo. E in questo senso, più si è giovani e più le persone sono ben disposte nel farti sperimentare. Steve Jobs ottenne il suo primo lavoro estivo a tredici anni presso la HP semplicemente chiamando e chiedendo di poter fare esperienza. Chi non chiede non sa (o non saprà mai quanto chi ha imparato a chiedere).
  • Il desiderio di imparare: “mamma perché devo andare a scuola?” o “papà perché devo studiare?” ti sembrano domande familiari? La risposta di molti genitori è spesso “perché sì!”. O peggio una descrizione di scenari tragici nei quali si minacciano lavori pesanti o una vita da disoccupati. Sappiamo bene che il lavoro non lo determina la scuola. Invece l’amore per lo studio e la conoscenza, la curiosità per il funzionamento delle cose, questi sì hanno un grande ruolo. Stimola la loro curiosità e aiuta i tuoi figli a scoprire e coltivare i propri talenti.
  • La volontà di migliorare: quando desideri fare un complimento a tuo figlio, assicurati di porre la giusta enfasi sul lavoro svolto per conseguire il risultato. Questo facilita lo sviluppo di una mentalità di crescita. L’intelligenza – spesso troppo lodata – è un metro di giudizio vago e un po’ pericoloso: se ti dico che sei intelligente quando fai bene, cosa pensi quando sbagli? Ecco, questo complimento potrebbe far nascere una convinzione molto limitante. Se ti dico che hai fatto un ottimo lavoro, che hai lavorato bene o studiato tanto o anche che si vede che hai un grande talento per una materia o una disciplina, ti sto dando un feedback doppiamente positivo: sei bravo quando ti impegni e conservi la possibilità di sbagliare.