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Settembre 2018

3 errori da evitare in fase di vendita

By | In evidenza

Poco prima dell’estate sono stato ospite di un evento di formazione in una azienda che fa molta vendita al dettaglio. Molti tra i dipendenti sono dei venditori, alcuni anche con molti anni di esperienza. Parlando con loro abbiamo deciso fare un gioco: stilare la classifica degli errori più gravi che si possano fare durante una vendita.

Ad esempio, abbiamo sfatato i miti del mirroring: il rispecchiamento in PNL non significa scimmiottare le mosse dell’altro ma cercare davvero di comprendere come comunica con il corpo, oltre che con la voce e le parole. In effetti abbiamo affrontato molti luoghi comuni della vendita che meriterebbero un post a parte!

Nel nostro gioco sono emersi alcuni elementi, errori pratici e teorici molto diffusi ma non banali, che solo con un lavoro attento e di gruppo si possono individuare. Ho deciso quindi di riportare i tre errori più comuni in fase di vendita:

 

  1. Non capire quando il cliente è pronto per chiudere l’affare. A volte ci si dilunga troppo, seguendo magari uno script imparato a memoria. Non si calibra la persona di fronte, vedendo le sue reazioni. Se si rimane concentrati sulla persona che si ha di fronte, è molto più semplice cogliere il momento in cui è possibile (e necessario) chiudere la vendita.

 

  1. Proporre un upgrade quando non è ancora chiusa la vendita. Anche in questo caso la scelta del tempo giusto per proporre un servizio migliore o altri aggiuntivi è fondamentale. In alcuni casi può essere persino controproducente perché induce nel cliente nuove emozioni. Per chiudere l’accordo è bene che queste emozioni siano molto positive!

 

  1. Hai una sola parola. Non è un errore questo: è un dato di fatto, e a volte si tende a dimenticarlo. Negli affari la reputazione è tutto e come dice Warren Buffett “ci vogliono 20 anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se ci pensi, farai le cose in modo diverso”.

Infine, un consiglio più generale, sia per chi fa il venditore sia per chi è a capo dell’impresa che produce: fai le cose al meglio. Non cercare di essere il più economico sul mercato, fai di tutto per essere il migliore. Se credi fino in fondo nel tuo prodotto o nel tuo servizio, offrilo al mercato nel miglior modo possibile. Con venditori attenti alle esigenze, una assistenza puntuale e tutta la passione per ciò che fai.

E tu, quali ritieni che siano gli errori più gravi da evitare in fase di vendita?

3 espressioni da non utilizzare mai in una riunione

By | In evidenza

Settembre è volato e già si avvicina Ottobre. Per chiunque lavori in una azienda, significa che è tornato il tempo delle famigerate riunioni! Nonostante riscuotano sempre meno successo, restano uno degli strumenti più utilizzati da dirigenti e manager per veicolare idee e informazioni, far partire nuovi progetti e coinvolgere i dipendenti nelle scelte strategiche. I motivi di maggiore insoddisfazione nei confronti delle riunioni riguardano la durata, il coinvolgimento delle persone sbagliate e l’effettiva importanza dell’argomento trattato.

Poi, in ogni riunione c’è sempre qualcuno che si è alzato con la luna storta e gli insoddisfatti cronici. Ma può capitare a tutti di non essere al massimo della forma e perdere un po’ lo stato. La PNL può sicuramente aiutarti in questo, permettendoti di creare un’ancora da attivare al momento opportuno. Se non conosci le ancore in Programmazione Neuro-Linguistica, ti invito a partecipare al prossimo Basi di PNL per capire quanto possano esserti utili.

In ogni caso, per ottenere il meglio da una riunione ci sono alcune espressioni che sarebbe sempre meglio evitare perché non aiutano a costruire un dialogo e stimolare nuove idee. In particolare, ti segnalo qui tre frasi da non dire mai (se ci tieni al risultato!):

  1. “Capisco ciò che dici ma…” Il ‘ma’ è congiunzione con valore avversativo. E una fonte di grandi casini! Dovresti diminuire l’uso del ‘ma’ quanto più possibile e limitarlo a quando davvero desideri sottolineare una distinzione rispetto al concetto precedente. Sostituiscilo con una ‘e’ ogni volta che puoi e quando non puoi, fai una domanda per chiarire il concetto.
  2. “Ti sbagli” È l’ultima risorsa, allora perché molti la usano come prima reazione? Se pensi che la persona o le persone con le quali stai parlando stiano affermando qualcosa di sbagliato, chiedi loro di chiarire: prima di affermare che qualcuno sbaglia, domandati se tu hai capito bene.
  3. “Nessuno è d’accordo con te” Far valere il peso del gruppo non è mai una valida ragione per bocciare un’idea, anzi spesso crea i presupposti contrari. Se si vuole bocciare un’idea è più produttivo farlo attraverso un’idea migliore: è una opzione win/win. E se è un’idea condivisa da tutti, è ancor meglio.

Le riunioni sono un male necessario ma con l’impegno di tutti possono diventare uno strumento molto costruttivo. Per migliorare l’esperienza, comunque, c’è un trucco. È utilizzato anche da Robert Dilts nelle riunioni che fa nelle aziende della Silicon Valley: se vuoi ridurre la durata delle riunioni e aumentare il numero di decisioni prese, fai le riunioni in piedi. I risultati sono garantiti!

La felicità è un menù variegato

By | In evidenza

In un recente studio dell’università di Leipzig in Germania i ricercatori hanno seguito per un intero anno un gruppo di oltre mille persone per scoprire quanto si sentissero felici. Il risultato è che hanno scoperto che non tutte le strade portano alla felicità.

Nella ricerca, i soggetti hanno indicato il proprio livello di soddisfazione su una scala da 0 a 10, e poi hanno scritto i propri propositi su come mantenere o aumentare la soddisfazione di vita nell’anno successivo. Dopo un anno, hanno riferito di nuovo la propria soddisfazione di vita e hanno risposto ad alcune domande su come avevano trascorso il proprio tempo.

Gli studiosi di Leipzig hanno potuto distinguere tra due diversi tipi di strategie per aumentare la felicità: sociale e individuale. Alcuni obiettivi, come vedere più spesso gli amici o la famiglia, fare volontariato e aiutare persone bisognose, avrebbero messo in contatto i partecipanti con le altre persone. Altre tipologie di obiettivi come rimanere in buona salute, trovare un lavoro migliore o smettere di fumare non implicavano necessariamente passare del tempo con altre persone.

A conclusione dello studio chi ha scritto almeno una strategia sociale aveva trascorso più tempo a socializzare e al termine dell’anno ha dichiarato di essere diventato più soddisfatto della propria vita. Erano persone che si erano impegnate a insegnare al proprio figlio a nuotare o erano andate a fare un viaggio con il loro partner o avevano investito del tempo per incontrare nuove persone.

Nello stesso periodo le persone che si erano concentrate sugli obiettivi individuali non avevano migliorato la propria soddisfazione di vita durante l’anno. La cosa più sorprendente è stata che le persone troppo concentrate su loro stesse erano risultate ancora meno efficaci nel migliorare la propria felicità delle persone che non avevano alcun piano d’azione!

In pratica è emerso da questo studio che le persone che perseguono intensamente la felicità non sono sempre più soddisfatte, se non nel momento in cui includono la creazione di connessioni sociali nella propria ricerca del benessere. E questo è vero anche nei bambini che con una più ricca rete di connessioni crescono come adulti più felici.

In realtà c’è anche un piccolo trucco. Ed è una buona notizia, perché puoi usarlo anche tu fin da subito per migliorare il tuo benessere. I ricercatori hanno notato che gli obiettivi sociali sono più soddisfacenti, perché semplicemente sono più facili da raggiungere. Ad esempio, basta poco per riuscire a passare più tempo con gli amici, mentre per mangiare sano (e vedere dei risultati apprezzabili) è richiesto un impegno costante e ripetuto. Le persone che si concentrano su obiettivi sociali potrebbero semplicemente raggiungerle più spesso, ricavando un flusso più costante di sensazioni positive.

Questa è sicuramente una ragione in più creare un menù di attività differenti nella propria vita (se non lo hai ancora letto ti consiglio di scaricare l’e-book gratuito “Come gestire le difficoltà della vita” in cui ti parlo proprio di questo) e trovare un equilibrio tra ciò che facciamo per noi stessi e ciò che facciamo per gli altri.

Tre consigli (più uno) per dare risorse utili ai propri figli

By | In evidenza

Durante questa estate ho passato alcune fantastiche settimane al mare in compagnia delle mie splendide figlie. Sono stati momenti rilassanti e divertenti e loro, che sono sempre più grandi e mature, richiedono sempre meno gestione e una presenza differente rispetto al passato. La loro crescita è un processo meraviglioso che mi rende molto orgoglioso. Spesso capita che alcune persone, tra i partecipanti ai corsi o fra i miei clienti di Coaching, anch’essi genitore, mi chiedano come risolvere problemi e conflitti con i propri figli.

Lo stesso Bandler, parlando dell’educazione dei figli dice spesso che soprattutto nell’adolescenza non c’è PNL che tenga: bisogna solo tenere duro e aspettare che passi la tempesta! Qualcosa comunque si può fare per dare ai propri figli un set di risorse utili per affrontare la crescita con uno spirito e una mentalità positive.

Ci sono almeno tre consigli (più uno) che ritengo utili per esperienza personale:

  1. Insegnagli ad agire positivamente. L’azione è uno dei motori principali della crescita. Insegnare ai propri figli ad agire positivamente significa permetter loro di imparare a superare circostanze difficili – una sconfitta nello sport, un brutto voto, una brutta figura – in modo efficace. Con le difficoltà ci si confronta, da esse si impara e poi si va avanti.
  2. Aiutali a trovare i loro spazi. Posso dirlo anche in maniera più diretta: non metterli al centro del mondo. Altrimenti ci sono ottime probabilità di far crescere degli adulti che pensano che tutto gli sia dovuto. Insegnali a dare prima di chiedere e a domandarsi cosa possono offrire prima di cosa possono chiedere.
  3. Trasmettigli i tuoi valori. Tieni ben presente la tua scala di valori e rispettala, rimanendole fedele. Alcuni valori passeranno direttamente ai tuoi figli, altri no. Ma avrai la certezza che i tuoi figli rispetteranno i propri valori grazie al tuo esempio e questo darà loro modo di crescere come persone felici.

Infine, il consiglio che ha unito benissimo la mia identità di genitore e quella di Coach: insegna ai tuoi figli a desiderare sempre di voler diventare la migliore versione di sé stessi. Tienili lontano dalla ricerca della perfezione e stanne lontano anche tu! L’asticella del giudizio deve essere tarata su sé stessi ed è l’insegnamento più importante da trasmettere per aiutarli a crearsi una forte autostima e una coscienza delle proprie capacità.

La dote rara del leader

By | In evidenza

Mi occupo spesso e volentieri di leadership. Per me la leadership è una vera e propria filosofia di vita, cioè un modo di vivere basato su principi. Me ne sono occupato in audiolibri come “Come diventare un leader di successo” e in uno dei miei preferiti in assoluto “Jedi Leadership”. Ma non sono il solo a nutrire un così grande interesse per una delle espressioni più alte dell’essere umano. Il leader e la leadership contano infatti ogni anno numerosi studi, volti a definire in maniera sempre più precisa di cosa si tratti.

Alcune caratteristiche sono note e ampiamente condivise dai più: il leader per essere tale deve possedere tratti di intelligenza, autodisciplina, carisma e determinazione, in misure differenti.  Il vero leader inoltre è chi riesce a tenere insieme il gruppo e lo fa conquistandone la fiducia: stabilisce l’obiettivo e va verso di esso con tutto il team. In un recente studio pubblicato su Science dai ricercatori dell’Università di Zurigo è stato evidenziato come un altro tratto sia fondamentale per la definizione del leader: la disponibilità a prendere decisioni.

Il leader in questo senso infatti possiede una caratteristica rara. Una caratteristica cioè che non si trova facilmente nelle altre persone. La disponibilità ad assumersi responsabilità che influiscono sul lavoro o il destino del proprio gruppo definisce un tratto fondamentale della leadership. Si può trattare di decisioni molto diverse come schierare i soldati sul campo di battaglia o scegliere una scuola per i propri figli. Ma tutte condividono un attributo di base: assumersi la responsabilità per il risultato degli altri. Questa responsabilità quindi si può dire che ci riguarda tutti.

Infatti, in Programmazione Neuro-Linguistica crediamo che la responsabilità appartenga al singolo, a come agisce e reagisce a ciò che gli accade nella vita. Ed è proprio per questo che la definiamo “respons-abilità”, cioè la capacità di dare una risposta. Molto spesso è innanzitutto la capacità di comprendere la domanda della vita, le sfide di fronte alle quali ci pone e come poter trarre il meglio da ogni situazione. Il leader risponde con coraggio, dimostrando la propria capacità di gestire il margine di incertezza che ogni decisione porta cosa sé.

E per te quali sono gli elementi irrinunciabili nella definizione di un leader?

Tenersi stretti i migliori

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Diversi studi recenti hanno dimostrato quanto sia costoso per le imprese lasciarsi scappare i dipendenti migliori. Non ultimo, uno diffuso da Deloitte, ha calcolato che il costo derivato dalla perdita di un dipendente super bravo possa variare da decine di migliaia di dollari fino a 1,5-2,0 volte lo stipendio annuale del dipendente. Questo significa che la sostituzione di un dipendente che guadagna 50mila dollari, può arrivare a costarne anche 100mila.

In questo calcolo sono inclusi i costi della ricerca del personale, il tempo speso per i colloqui, le assunzioni, l’inserimento, le risorse sottratte alla produzione per la formazione, i tempi per allineare la produttività e gli inevitabili errori iniziali. Senza considerare la perdita a livello umano e l’impatto emotivo sul personale che l’abbandono di un dipendente di valore necessariamente causa.

Quando succede molti imprenditori reagiscono offrendo denaro e in molti casi ci rimangono male se il dipendente li rifiuta. Gli stessi studi dimostrano che, sebbene una retribuzione sotto la media possa sicuramente contribuire alla fuoriuscita dei dipendenti, una appena sopra la media non compenserà un cattivo posto di lavoro. I dipendenti ben pagati ma scontenti alla fine lasceranno comunque e faranno i loro soldi da qualche altra parte.

Bisogna quindi analizzare le motivazioni che portano i dipendenti migliori ad andarsene e fare in modo che quando accade non si inneschi una valanga. Il modo migliore per farlo è ascoltare il dipendente. Spesso si tratta di ascoltare un discorso d’addio già preparato, nel quale magari c’è qualche sassolino tolto dalla scarpa o nel quale l’ex dipendente sottolinea le proprie frustrazioni. Anche se è difficile aprirsi e accettare queste critiche, è fondamentale quando si perde – in questo caso un dipendente – non perdere la lezione.

Infine, è importante prendere questi feedback e analizzare la situazione, allargandola al resto dell’impresa: con l’aiuto delle Dinamiche a Spirale riesco a ottenere sempre ottimi risultati, tanto a livello personale quanto a livello di sistema. Mettendo a frutto anche una esperienza poco piacevole come le dimissioni di un dipendente di valore, si possono mettere in pratica soluzioni vincenti per tutti: si migliora l’ambiente di lavoro per gli altri dipendenti e si riducono i rischi di abbandono e i costi per le sostituzioni.

3 domande (più una) per scoprire il potenziale dei candidati

By | In evidenza

Se hai una piccola azienda o una tua attività professionale in crescita ed espansione, avrai probabilmente vissuto quel momento fatidico in cui hai dovuto cercare un collaboratore. A volte ti sarai affidato al passaparola, altre volte a una agenzia, qualche volta avrai fatto ricorso agli annunci. In ciascun caso, a un certo punto, ti sarai trovato di fronte alla necessità di fare un colloquio. Cosa hai chiesto ai candidati? Sei stato soddisfatto dalle tue domande? Sì, perché prima di pensare alla qualità delle risposte dell’aspirante collaboratore, è necessario pensare alla qualità delle domande che poni.

Le tue domande infatti influenzano e in molti casi determinano le risposte. Migliori sono le domande – e questa se mi segui non dovrebbe suonarti come una novità! – migliore è la qualità delle risposte che ottieni. Questo accade per due ragioni: la prima è che una domanda più precisa genera una risposta più precisa, da parte di chi sa rispondere ovviamente. La seconda è che anche una risposta elusiva o una mancata risposta di fronte a una domanda specifica, sono risposte utili per valutare la candidatura.

Vediamo insieme 3 domande (più una) che possono aiutarti a svelare se le qualità e i punti deboli della persona che hai di fronte sono quelli giusti per il lavoro che vuoi che svolga per te. Ricorda: non cercare la perfezione, trova le giuste potenzialità!

  1. Hai mai svolto un’attività sul lavoro che ti ha fatto completamente perdere la cognizione del tempo? Porre questa domanda è un ottimo modo per ascoltare ciò di cui un candidato è appassionato nel lavoro che svolge o che ha svolto in passato. Potrebbe trattarsi di problem solving, di ascolto o lettura delle lamentele dei clienti, di attività che mostrano skill che non ti aspetteresti.
  2. Ti capita spesso di ricevere grandi complimenti per attività che per te sono facili? Spesso le persone tendono a sottovalutare ciò in cui sono realmente brave proprio per la facilità con la quale svolgono il compito e si trovano a stupirsi per i complimenti ricevuti. Quei talenti sono anche quelli che più facilmente si omettono nel curriculum o durante un colloquio. Aiuta la persona a scoprirli e potresti trovare un tesoro.
  3. Quando eri un bambino, quale attività ti entusiasmava di più a scuola? Stimola il ricordo di una passione sincera, una passione che negli anni può aver cambiato forma ma è sempre presente in attesa che venga riscoperta e valorizzata. Possono emergere passioni per il lavoro di gruppo o la capacità di fare squadra, valori come la solidarietà e l’amicizia ed è molto utile saperlo.

Infine, la domanda che secondo me è la più importante di tutte: Perché fai quello che fai? Una domanda aperta, vaga e allo stesso tempo molto specifica. Aiuta la persona a tirare fuori il suo scopo e tu hai la possibilità di confrontarlo con il tuo. Immagina di trovare un candidato con valori, convinzioni, identità e scopo allineati ai tuoi e a quelli della tua azienda… Come potrebbe funzionare meglio un rapporto di lavoro?

A chi servono le fake news

By | In evidenza

Le fake news sono notizie false presentate in maniera verosimile per propagandare o vendere una verità distorta. Questo fenomeno che ha avuto una grande visibilità negli ultimi mesi esiste da sempre e si è ingigantito con il web. Il motivo è semplice: gran parte dei modelli di business del web sono basati sul click. Più si clicca un sito più si incrementa il valore della pubblicità che esso mostra. In altri casi, la motivazione che porta a creare delle fake news può essere quella della propaganda o della concorrenza sleale.

In nessun caso le fake news – in italiano l’equivalente è il poco usato fattoidi – sono qualcosa di positivo. Sia che si tratti di disinformazione, sia che si tratti di propaganda o di una turbativa del mercato, chi le produce lo fa mettendo in atto un comportamento scorretto per trarre un profitto a discapito di chi lavora seriamente, con onestà, coscienza e qualità. Ma cosa sono e come si riconoscono? Le fake news sono notizie o informazioni che vengono presentate in modo inadeguato in modo da lasciare un’impressione che non si otterrebbe se si avesse la storia completa.

Le notizie false confondono fatti e opinioni.

Le scuole di giornalismo, soprattutto quella anglosassone, insegnavano la differenza tra il linguaggio descrittivo e quello valutativo e a tenere ben separate le opinioni da fatti. Questo avviene spesso quando chi produce fake news aggiunge alcune parole per aiutare a “spiegare” qualcosa. Ma quella spiegazione è una lettura del pensiero e la migliore cura per questo è il Meta-Modello che la PNL ha introdotto nel 1975.

Le opinioni non sono notizie, sono commenti

Presentare la propria opinione come un fatto in ogni caso è uno dei metodi più semplici per influenzare l’opinione di chi ascolta. Chi presenta i propri commenti come se fossero dei fatti e come se stesse riportando delle notizie crea delle fake news. Quando si legge un testo o si ascolta una persona parlare di una notizia, è sempre necessario chiedersi da quale punto di vista sono presentati questi “fatti” e bisogna capire l’interesse che ha nel presentarli come tali. Che si tratti di un incidente stradale o di un testo che descrive un prodotto o un servizio da acquistare è sempre bene fare ricerche e andare alle fonti.

Le fake news tendono a sensazionalizzare e drammatizzare eccessivamente un evento.

Come tutti sappiamo già, le “notizie” sui media e in particolare quelle veicolate dai social network tendono a concentrarsi sul negativo perché “le notizie negative vendono”. Le notizie negative attirano la nostra attenzione in un modo in cui le notizie positive non riescono a suscitare una uguale curiosità. Quindi non sorprende affatto che le notizie diventino false a causa di questo fattore, dato che viene data troppa enfasi. In un mondo dove l’offerta abbonda (di informazione, di beni e servizi, di formazione), talvolta ci sono persone che per emergere ricorrono all’uso di mezzi poco etici.

Oggi come oggi, soprattutto nel web, dove ciascuno può dire la propria senza particolari filtri è sempre più necessario allenarsi a distinguere ciò che è vero da ciò che è verosimile o falso. Molto di ciò che leggiamo in giro è propaganda, commenti, alcune letture mentali e tante opinioni personali. Bisogna quindi diventare perspicaci e imparare a metamodellare. Allo stesso tempo bisogna pensare in modo critico ed efficace a ciò che si legge, con la curiosità di approfondire e verificare, soprattutto se ci sta a cuore quello che stiamo leggendo.

Il gioco del carisma

By | In evidenza

Una delle principali funzioni della Programmazione Neuro-Linguistica è il modellamento dell’eccellenza. Il modeling infatti è il meccanismo elaborato da Richard Bandler e John Grinder per capire e replicare il modo in cui le persone che eccellono in una attività a fare quello che fanno e replicarlo.

Qualche settimana fa, mentre ero in sessione con un cliente, lui mi ha chiesto cosa avrebbe potuto fare per risultare più simpatico e attraente agli occhi dei suoi dipendenti e dei collaboratori della sua azienda. Così mi è venuto in mente di fargli fare un gioco, ispirato al concetto del modeling. Si tratta di estrarre le caratteristiche fondamentali di quello che possiamo chiamare carisma o charme da una o più persone che ammiri e ti ispirano. Qui di seguito ti riporto il risultato del gioco al quale ognuno può ispirarsi per trovare un modo personalizzato per sprigionare il proprio carisma in tre semplici passi (più uno):

1. Offrire il cento per cento dell’attenzione: guardare in giro alla ricerca di qualcuno o qualcosa è una ottima tecnica per apparire indaffarato e ignorare una persona con la quale non si desidera avere una conversazione. Dedicarle il massimo dell’attenzione invece è esattamente ciò che serve per farla sentire al centro del mondo. Le persone carismatiche fanno sentire gli altri al centro del mondo.

2. Ascoltare più che parlare: parlare sopra, interrompere e intervenire in continuazione inserendosi nel discorso degli altri è uno dei comportamenti più fastidiosi che si possano mettere in atto. Ascoltare con attenzione ciò che l’interlocutore ha da dire è segno di grandezza. In molti casi oltretutto è anche utile: ascoltando fino in fondo le persone, spesso, esauriscono la carica che sostiene i loro argomenti e alla fine del discorso sono già soddisfatte per aver espresso la propria idea. Le persone carismatiche ascoltano e lo fanno per capire non per controbattere.

3. Essere gentili, per il gusto di esserlo: riservare una certa durezza, una frase sprezzante o un tono seccato al proprio interlocutore serve a mantenere una certa distanza. Compiere un atto di gentilezza deliberato è utile a rendere speciale la giornata di qualcuno. Le persone carismatiche sono gentili senza aspettarsi nulla in cambio.

Infine, quella che forse è la caratteristica più utile: pensare le parole prima di pronunciarle. Le parole che usi influenzano l’atteggiamento degli altri. Vogliamo tutti essere parte di un gruppo di pari composto da persone felici, entusiaste e soddisfatte. Le parole che usi ogni giorno con gli altri possono aiutarli a sentirsi meglio con sé stessi e anche a farti sentire meglio con te stesso.

L’efficacia oltre le parole

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Comunicare con il pubblico ha molti significati e una sola formula per farlo: straordinariamente!
Il pubblico è chiunque ti guarda, ti ascolta e in misure differenti ti giudica. Anche se non è importante preoccuparsi dell’opinione degli altri, può essere utile trasmettere l’impressione migliore durante la performance, sia in ambito lavorativo che personale.

Come saprai quando frequenterai il corso Comunicare con il pubblico straordinariamente, la tua comunicazione non è fatta solo di parole e l’efficacia si misura da quanto riesci a integrare l’utilizzo del paraverbale e del non verbale per esprimere idee, concetti ed emozioni.

La postura è molto importante e lo sono anche i gesti, semplici e ben visibili, ad aiutarti a mostrare alle altre persone alcuni punti fermi nel tuo discorso. Per iniziare a migliorare la tua comunicazione in pubblico metti in pratica questi 3 semplici punti:

1. Postura eretta: stare dritto non ti farà solo apparire meglio di fronte al tuo pubblico, ai tuoi dipendenti o collaboratori. Aumenterà la tua fiducia in te stesso e la sicurezza nei tuoi mezzi.

2. Mantieni un buon contatto visivo: mantenere il contatto visivo serve a mostrare attenzione e onestà. Non serve guardare negli occhi ogni persona, basta rivolgere lo sguardo all’altezza del viso per ottenere un risultato garantito.

3. Mostra le mani: non tenerle mai in tasca, dietro la schiena o nascoste fra le braccia conserte. Questi gesti sono comprensibili, ma proiettano anche un’immagine negativa. Permetti alle persone di fidarsi di te con gesti che sottolineino le tue idee, la tua visione e le tue emozioni.

Quando si tratta di essere effettivamente un comunicatore straordinario padroneggiare molte tecniche può essere davvero utile e l’unico modo per ottenere questo risultato è esercitarsi. Da soli, in ufficio, a casa, per un brindisi con gli amici: ogni occasione è buona per fare esperienza e l’esperienza è ciò che davvero fa la differenza.