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Giugno 2018

Allineati alla partenza

By | In evidenza

I livelli logici del cambiamento, elaborati dal ricercatore e studioso di Programmazione Neuro-Linguistica Robert Dilts sono uno degli strumenti per analizzare, comprendere e guidare il cambiamento e trarne il massimo, trasformandolo in crescita e miglioramento. Per comprenderli e spigarli meglio mi sono fatta aiutare dalla grande storia di Agostino Abbagnale, nome o meglio cognome storico del canottaggio italiano, che nel suo palmares può vantare 3 medaglie Olimpiche e 4 ai mondiali di canottaggio.

Il suo racconto è illuminante per comprendere quanto l’allineamento tra i livelli logici sia cruciale. Agostino, che proviene dalla nota famiglia Abbagnale della quale ricordiamo le storiche vittorie olimpiche dei fratelli Carmine e Giuseppe, ha iniziato a vogare proprio perché i fratelli (che nei livelli logici possono essere sia l’ambiente sia lo “spirito”) già lo facevano, e lo zio Giuseppe La Mura “si era portato dietro praticamente tutti i parenti”.

Agostino racconta: “Il primo contatto per me è stato emozionante, una sensazione doppia. Bella da una parte perché mi trovavo nella stessa situazione in cui avevo visto i miei tre fratelli (spirito), sgradevole dall’altra perché in barca non c’era stabilità (ambiente) e mi sono trovato ad essere un pezzo di legno rigido, non riuscivo a muovermi per paura di andare a finire in acqua (capacità). La prima cosa che ricordo di aver detto è stata – ma chi me l’ha fatto fare!? (convinzioni/valori)”.

“Non avevo mai praticato nessuno sport, nessuna attività, quindi per me da una parte era emozionante e dall’altra sentivo proprio la paura (capacità). Ero però tanto affascinato da questo sport e grazie a questo ho superato la paura. Dopo un po’ di tempo mi sono reso conto che era una cosa mia, non subito, dopo i primi anni. E’ successo quando ho cominciato a voler interpretare il canottaggio come un modo per affermarmi e per trovare un mio spazio (identità). Magari all’inizio l’ho preso anche un pochino come un gioco e come un modo per fare amicizia con i miei compagni (spirito), poi durante gli allenamenti si parlava di mettersi a fare con impegno quello che bisognava fare e dopo le prime sgridate da parte di mio zio, mi sono rimesso in riga e ho detto – o lo faccio o lascio perdere! – Poi ho cominciato a gareggiare e alcune volte vincevo. Mi dava sicurezza, mi dava la possibilità di essere me stesso (identità). Affrontavo una sfida duplice: una verso gli avversari, l’altra verso me stesso. La lezione più importante che ho imparato attraverso il mio sport è quella di credere in me stesso, perseverare e poi ripartire e non darsi per vinto. Il canottaggio è qualcosa che sono (identità e spirito)”.

Agostino ha attraversato tutti i livelli. Il suo ambiente costellato di persone dedite al canottaggio, gli spazi idonei per allenarsi, e i giusti stimoli del gruppo e dell’allenatore. Ha cominciato modificando piccoli comportamenti e poi ha acquisito nuove competenze sia tecniche sia emotive, e dopo qualche anno credeva in quello che faceva e “la sentiva una cosa sua”, tanto da diventare qualcosa che era e che è. Un’identità così forte che oggi è anche oltre lui stesso, nel suo ruolo di responsabile tecnico del College remiero di Piediluco.

Essere allineati a tuti i livelli conferisce una solidità unica. E’ un processo da ripetere periodicamente, una messa a punto da svolgere sotto la guida di chi sa come farlo poiché l’esercizio di allineamento è tra i più complessi e difficili da fare da soli: ecco perché è meglio farlo con un mental coach. I preparatori mentali più bravi sanno che se viene svolto bene e con attenzione porta risultati straordinari. È un po’ come fare la convergenza alle gomme della tua auto: fatto questo allineamento andrai diritto anche se non tieni le mani sul volante.

Allineandoti capirai cosa fare (comportamenti) nelle situazioni (ambiente), se/cosa migliorare (capacità), perché farlo (convinzioni/valori), chi essere/diventare (identità) con il supporto di chi o per quale scopo più grande (“spiritualità”).

Se vuoi approfondire questi argomenti, puoi farlo con il libro di Claudio Belotti “Prendi in mano la TUA felicità”.

 

A presto,

Laura

Metti a punto i tuoi obiettivi in 3 semplici step!

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Metà di questo 2018 è trascorsa, finalmente sta arrivando l’estate e con il caldo torna anche a voglia di relax, al mare o in montagna, o anche in qualche città d’arte magari sfruttando una maggiore libertà che possiamo avere con i ritmi meno intensi di lavoro o per la maggior libertà dei figli, a scuole ormai chiuse.

A metà anno è anche il tempo giusto per dare un’occhiata ai propri obiettivi e mettere a punto qualcosa che magari non ha funzionato a dovere o archiviare qualcos’altro che ha funzionato fin troppo bene ed è già un risultato acquisito: è importante fare di tanto in tanto un aggiornamento di ciò che desideri in modo da avere sempre la mente sgombra per pensare a ciò che si vuole ancora ottenere.

Ti propongo di fare questo aggiornamento in tre step, guardando tre video. Se mi segui sai che ogni martedì sono in diretta alle 21 sulla mia pagina Facebook  per una diretta di circa un’ora nel corso della quale tratto molti temi differenti, analizzando attraverso gli strumenti che caratterizzano il mio stile di Coaching – la Programmazione Neuro-Linguistica e le Dinamiche a Spirale soprattutto – tutte quelle tematiche utili a rendere migliore la vita di tutti i giorni.

Primo step: Decidi di decidere

In questa diretta ti ricordo l’importanza di prendere una decisione e di farlo senza procrastinare, senza pensarci troppo: se diminuiamo il tempo che impieghiamo a decidere, vediamo prima gli effetti della nostra scelta e nel caso non ci piacciano, possiamo porvi rimedio. Scegli di scegliere, adesso!

Secondo step: Insisti e persisti fino a quando non vale la pena rinunciare

Questo concetto si ricollega perfettamente all’idea di prendere delle decisioni: dopo aver preso una decisione – potrebbe essere un obiettivo che avevi fissato e che a questo punto dell’anno non ha più lo stesso valore o la stessa priorità per te – devi allenare anche il muscolo che ti aiuta a riconoscere che quella decisione, quell’obiettivo, non sono più significativi o peggio persino controproducenti e puoi lasciarli andare per liberare energie e concentrazione per cose più importanti.

 

Terzo step: Senti la paura e fallo comunque

La paura, lo sappiamo, è la condizione necessaria per avere coraggio: senza paura non esiste il coraggio. Il coraggio infatti è la leva che utilizziamo per andare oltre la paura. Impara quindi a utilizzare questa leva per moltiplicare la tua efficacia, per sollevare il mondo e rimetterlo a posto proprio dove ti serve.

Una medaglia per sognare. La forza del collettivo e il talento al servizio del gruppo.

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L’Italia della pallavolo sordi ha incassato un’altra significativa medaglia d’argento. Questa volta a vincere sono state 11 ragazze, che hanno portato a casa questo importante risultato agli Europei U21, finiti oggi a Palermo.

Oggi ti parlo di loro e di come sono arrivate fino a qui.

Da questo racconto potrai portare a casa una lezione:
se vuoi arrivare lontano, la tua forza è nel collettivo.

Oggi ti racconto di 11 ragazze giovanissime (due di loro fanno ancora la scuola media), che hanno dimostrato una maturità che raramente si trova, persino negli adulti.
Loro sono arrivate già dal primo giorno con più speranza che paura, con la determinazione di un gruppo di combattenti, con la voglia di godersela e con l’attitudine della vera squadra.

Cominciamo con una premessa. L’anno scorso la Nazionale Italiana Pallavolo Sorde, giocando una decisiva partita in Turchia, ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi dedicate ai sordi.

Quella medaglia ha fatto una differenza sostanziale per tutto il movimento, perché il silenzio che queste ragazze avevano intorno allora, non era legato solo alla sordità.

In pochi sapevano che esiste una federazione sport sordi (FSSI), delle Olimpiadi e dei campionati solo per loro.
Grazie al risultato delle Olimpiadi tutto è cambiato.

Aziende illuminate come Cattolica Assicurazioni, only4team e teamsport-id hanno creduto in noi e questo ci ha permesso di avere materiali, più raduni e attenzione ai dettagli organizzativi.

Quest’anno infatti i riflettori erano già lì, dal primo raduno.

Paradossalmente, e proprio per questo, all’inizio per le ragazze dell’U21 non è stato semplice.

Immagina di trovarti adolescente a raccogliere il risultato di qualcun altro, circondata da macchine fotografiche, incitazioni, responsabilità e soprattutto aspettative.
Al primo impatto le ragazze sembravano un po’ confuse e molte si incontravano per la prima volta.
Eppure è bastato un raduno per cambiare la percezione, per far dimenticare cosa volesse il mondo fuori e per trasformare 11 individui in una squadra.
Questo è avvenuto grazie alla convinzione condivisa che loro hanno qualcosa in più.

Infatti, quando ho chiesto negli incontri individuali quale fosse il loro più grande punto di forza, con mio grande stupore, ho ricevuto da tutte la stessa risposta:

“Noi abbiamo qualcosa in comune e insieme possiamo costruire tanto, perché siamo simili”.

Si scopre così la ricetta segreta: la loro “differenza”, la sentono come uguaglianza. Come supereroine, hanno riconosciuto nella loro caratteristica comune un superpotere.

Quasi tutte le loro affermazioni non erano tanto focalizzate sulla capacità tecnica, o sui limiti del non sentire, ma guidate dall’idea che sono unite, complici, capaci di sostenersi, capirsi e nutrirsi come collettivo.
Così, mentre un team tecnico preparato, instancabile e appassionato le ha accompagnate con cura e dedizione, loro hanno scelto di seguire un cammino che dovrebbe essere il sentiero di ogni Team che funziona davvero: la consapevolezza dell’interdipendenza.

Ci sono stati naturalmente momenti di tensione, cadute e non solo fisiche, ma mai una volta queste ragazze si sono autoescluse o fermate. Si sono invece messe con costanza e flessibilità autenticamente in gioco e a disposizione delle altre. E questo ha fatto la differenza.

La medaglia è stata d’argento, lo so. E chi fa agonismo sa che c’è una differenza tra arrivare primi e tirare fuori il meglio del proprio potenziale.

Credo che queste ragazze l’abbiano fatto.

Quindi quale è la lezione?
Cosa ha permesso a questa squadra di tirare fuori il suo meglio?

Si tratta di un’alchimia tra tecnica, tattica, benessere fisico e mente.
Quindi ora ti lascio qui di seguito la ricetta, come in un laboratorio di chimica, di un Team Vincente.

Tutte le ragazze:

  1. Hanno uno scopo significativo e condiviso
  2. Contribuiscono con trasparenza ed apertura alle esperienze
  3. Condividono decisioni e attitudine
  4. Mettono al servizio del Team i propri talenti e ne riconoscono la complementarietà, per creare interdipendenza
  5. Rinforzano i punti di forza degli altri
  6. Si prendono responsabilità comuni
  7. Agiscono in modo coerente ed ecologico

Ogni azione così contribuisce a creare opportunità e risultati tangibili.

Da parte mia ringrazio per quanto io stessa ho imparato da questa esperienza e lascio a te in queste righe il sapore della vittoria.

Ti auguro di trovare forza e ispirazione nel collettivo con il tuo Team e di sentire nel raggiungere un tuo traguardo la stessa straordinaria gratitudine.

 

Tutto il meglio

Laura

Le molte identità del campione

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Massimiliano Rosolino, è un campione e da nuotatore ha raggiunto importanti risultati e una grande notorietà. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney nel 2000 e oro mondiale a Fukuoka nel 2001, con le sue vittorie ha fatto sognare l’Italia e ci ha regalato prestigio in uno sport dove la competizione è massima e il divario ai vertici spesso infinitesimale. Nel nostro incontro, avvenuto ormai qualche anno fa, ci ha detto: “Sull’Olimpo siamo tutti uguali e lo siamo sull’Olimpo come lo siamo anche in terra, questo deve capire la gente che fa sport. Si raggiunge un traguardo di eccellenza non quando sei meglio degli altri, ma quando sei con gli altri”.

Ci ha raccontato che quello che stava vivendo in quel momento era un periodo molto significativo della sua vita e che, dopo aver letteralmente vinto tutto, qualcosa era cambiato per lui. Per la prima volta nella sua vita di sportivo, gli è capitato di non aver voglia di allenarsi.

“In questo momento della carriera sono un marito, un padre, un adulto. Queste sono le mie ‘giustificazioni’ (dicendolo, disegna le virgolette nello spazio davanti a sé con le mani). “Adesso per me conta la forma fisica, perché nello sport ad alto livello soprattutto nel nuoto, bisogna trovare quei pochi giorni di sole, perché le ottime condizioni le raggiungi tre, quattro volte nell’anno e così è meglio fare i compiti. Mi concentro su questo e giorno dopo giorno e mi sento rigenerato. Questo cambiamento è una cosa che ho fatto fatica ad accettare, però adesso sta andando bene. Quando mi sono accorto che non avevo voglia ho cercato il gruppo, proprio io che sono sempre stato un solitario e che in tutto e per tutto faccio affidamento su quello che sono io, ho allungato il braccio, messo da parte l’orgoglio e accettato che venissero verso di me. Ora sono molto contento di questa cosa, credo che sia un dare e avere, certo sono il più ferrato del gruppo, ma ferrato nel senso che metto un po’ di equilibrio, nonostante adesso io abbia meno traguardi di loro. Così mi sono detto che se c’è un’opportunità voglio prendere quella e visto non ero pronto quest’anno a staccare la spina, nel dubbio faccio quello che serve.”

Massimiliano si è comportato da campione anche di fronte ad un passaggio che tutti gli atleti professionisti si trovano a gestire, prima o poi. Lui era il migliore e oggi si trova a dover ridimensionare i suoi obiettivi, ora la sfida è soprattutto con se stesso, e si sa, fronteggiare se stessi è più difficile che competere con gli altri. Massimiliano ha riconosciuto e accolto la situazione presente, quali sono gli ostacoli da superare oggi, le vecchie e le nuove risorse da usare per andare avanti, e ha trovato il modo di essere soddisfatto come atleta, come compagno di squadra, come compagno di vita, come padre e come persona. Questa è la lezione.

Quello che conta è che la tua performance sia allineata con chi sei e pensi di essere mentre fai quello che fai, e allora persiste la motivazione e la voglia di continuare, solo così c’è soddisfazione.

5 ragioni per le quali i collaboratori cercano un nuovo lavoro

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Una recente indagine del gruppo Gallup ha mostrato un aspetto molto interessante in quello che è il comportamento dei dipendenti statunitensi quando si tratta di prendere la decisione di cambiare lavoro e passare a un’altra azienda. Utilizzando i dati raccolti da più di 195.600 impiegati, Gallup ha chiesto ai dipendenti cosa cercassero principalmente a nel momento in cui si mettevano alla ricerca di un nuovo lavoro.

La risposta più comune è stata molto interessante e allo stesso tempo una grande conferma di quanto, in una società avanzata, siano i bisogni “alti” – come direbbe Anthony Robbins – a determinare le scelte nei singoli e nelle organizzazioni.

Al quinto posto infatti, tra gli elementi più importanti c’è l’opportunità di lavorare per un’azienda con un grande marchio o reputazione. Al quarto, l’aspetto economico: avere un aumento non arriva nemmeno sul podio delle cose più importanti per chi vuole cambiare lavoro. Al terzo posto una maggiore stabilità e sicurezza sul lavoro. Sappiamo bene, che la sicurezza è un elemento fondamentale ma per chiunque viva in un mondo che percepisce pieno di possibilità e opportunità, questo bisogno è soddisfatto in partenza. Al secondo posto, troviamo il bisogno di un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata e un migliore benessere personale: certo, chi non lo vorrebbe?

Al primo posto troviamo tra gli aspetti più desiderabili per oltre il sessanta per cento degli intervistati un bisogno fondamentale: la possibilità di fare ciò che sanno fare meglio, che unisce perfettamente gli aspetti chiave del bisogno di crescita e contributo. Chi se ne va dall’azienda – anche dalla tua, quindi – potrebbe farlo quindi perché non si sente sufficientemente valorizzato e impiegato per ciò che ritiene di saper fare meglio. Paradossale, vero? Si tratta di potenziale inutilizzato, un potenziale che desidera lavorare di più venendo collocato meglio nell’organizzazione.

Certamente è possibile fare qualcosa per cambiare questa situazione e auspicabilmente la prima azione è quella di iniziare ad ascoltare i propri dipendenti, magari anche con la guida di un Coach, per valorizzare quello che oggi più di ogni altra cosa – più del credito, più della ricerca, più dell’intelligenza artificiale – è il capitale più prezioso per una azienda: quello umano.

 

3 ottime idee (più una) per avviare una azienda di successo

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Se stai crescendo e migliorando con l’obiettivo di metterti in proprio o hai appena iniziato la tua avventura imprenditoriale, questo post è per te! Sì, credo che il momento in cui decidi di iniziare a lavorare per conto tuo, a essere il capo di te stesso, sia uno dei momenti più belli (ed emozionanti!) che la vita possa offrire.

Avere il 100% delle responsabilità del proprio lavoro è una scommessa sulla propria identità, sulle proprie convinzioni e sulla volontà che hai di perseguire il tuo scopo, creando lavoro e ricchezza e allo stesso tempo realizzando qualcosa che sia più di un semplice metodo per portare a casa i soldi per vivere. Leadership, ispirazione, motivazione, supporto: molti grandi professionisti e imprenditori hanno queste e tante altre qualità e forse già ti starai chiedendo se sei all’altezza.

Risposta breve: sì, lo sei! Risposta lunga: sì, lo sei se ti ricordi di giudicarti secondo i tuoi valori e secondo il tuo standard, non quello di qualcun altro. Sia quindi che tu sia un professionista che ha con sé magari solo qualche collaboratore, sia che tu sia un imprenditore che dà il lavoro e uno stipendio ad altre persone – che si chiamano dipendenti proprio perché dipendono dalla tua visione imprenditoriale – ci sono almeno tre idee (più una) che devi tenere a mente, fin dall’inizio:

Continua a crescere, studiare, imparare e migliorare: questo ti terrà vivo, attivo e anche felice di ciò che stai facendo. E ricordati di applicare lo stesso metodo con le persone che lavorano con te: la crescita e il miglioramento possono davvero fare la differenza tra un dipendente motivato e produttivo e un dipendente frustrato e insoddisfatto.

Vivi il business con passione: o meglio, ricordati sempre qual è la passione che ti ha spinto verso l’impresa quando hai iniziato. È inevitabile che il tuo nuovo ruolo ti porti lontano da alcuni degli aspetti del business che più ti appassionano, ma non perdere di vista i motivi per cui hai intrapreso l’attività. La tua azienda e il tuo business hanno bisogno di te a 360°.

Chiedi aiuto quando serve: circondati di persone che sappiano comprendere gli sforzi che fai e sulle quali puoi contare nel momento del bisogno. Coinvolgere nel processo decisionale i propri collaboratori aumenta sia la responsabilità, che la passione, nei confronti del lavoro e dell’azienda e a volte basta anche solo la semplice richiesta di un parere.

Infine ricorda sempre la cosa più importante: divertiti. Anche se spesso siamo portati – per cultura o formazione – a mantenere separato lavoro e divertimento, è molto importante che ciò che fai, dove lo fai e le persone con le quali lo fai ti aiutino a mantenere l’entusiasmo nel tuo lavoro: ricorda, l’entusiasmo crea fiducia e unisce i team. Anche se il lavoro è una cosa seria, essere entusiasti e divertirsi aiuta a raggiungere obiettivi e risultati in modo molto più semplice.

La soluzione, subito!

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Alcuni anni fa, lavorando in una sessione di Coaching una persona mi ha lanciato una interessante sfida: a suo avviso – almeno una o due volte al giorno – questa persona metteva in atto dei comportamenti che la auto-sabotavano: stava lavorando in treno sul portatile e si rendeva conto che aveva dimenticato il caricabatterie a casa. Organizzava una giornata fuori con la famiglia e trovava un motivo per litigare con il partner. Voleva con tutte le sue forze spezzare questo meccanismo ma non sapeva come fare.

Come saprai se mi segui e conosci il mio lavoro, prima di fissare qualsiasi obiettivo inizio sempre a lavorare sullo scopo. E per trovare la via per aiutarla a smettere di sabotare se stessa, era necessario prima di tutto riconoscere la sua strada e quando la stava seguendo. Cioè aiutarla a individuare i momenti in cui non si auto-sabotava e capire in cosa erano differenti dagli altri.

Alcune volte era consapevole degli auto-sabotaggi, come quando si trovava a procrastinare una risoluzione prima di decidersi ad affrontare una difficoltà, in modo che se ne occupasse il più tardi possibile – anche di fronte alla certezza che sarebbe diventata una questione ben più grande e complessa da sistemare. Quindi, una volta individuato lo scopo e stabiliti obiettivi (ben formati) è stato molto semplice andare a intervenire dove percepiva i problemi, cioè nei comportamenti, e affiancarli o sostituirli con comportamenti nuovi più efficaci.

Se l’auto-sabotaggio avviene sotto forma di procrastinazione, ad esempio, un metodo molto efficace può essere quello dello spezzettamento: riducendo il problema che non si vuole affrontare subito in problemi più piccoli da affrontare e risolvere una parte per volta; in questo modo è più facile iniziare subito a risolvere il problema e avvicinarsi alla soluzione. Oppure, mettendo in campo soluzioni più creative, come fare una lista di priorità o nominare un controllore, una persona, un amico, il tuo Coach, che verifichi il progresso. Nel Coaching, infatti, tecnica e intuito procedono di pari passo e un Coach straordinario è un Coach capace di trovare soluzioni creative e divertenti anche ai problemi più semplici!

3 modi più uno di sorridere allo stress.

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Diverso tempo fa, nel corso di una sessione di coaching con un cliente – manager di una importante azienda lombarda – stavamo lavorando sulla gestione dello stress e gli ho posto una domanda molto semplice:

tu cosa fai per divertirti?

Mi ha guardato come fosse sbarcato in quel momento di fronte a lui un alieno. Lui, manager molto preparato, capace di prendere decisioni a una velocità e un ritmo incredibile, non sapeva individuare cosa lo divertiva.

Questo mi ha dato uno spunto importante per fare una riflessione che forse può esserti utile: uno dei modi migliori per combattere lo stress è sicuramente quello di bilanciarlo attraverso un menù di attività che ti ricaricano di energie. Ho tre consigli (più uno) per trovare le attività che ti divertono e ricaricano:

1 Diventa il tipo di persona con la quale vorresti trascorrere del tempo.

Chi è la persona più interessante che conosci? Più divertente? Il più strano? Queste sono le persone con cui vuoi uscire perché rispondono a un tratto del tuo carattere, dei tuoi interessi o più semplicemente che rispondono a una tua aspirazione. Se non riesci a individuare da solo qualcosa che ti diverte, pensa a quello che ti diverte negli altri e usalo per ispirarti.

2 Diversifica le fonti di informazione.

Scegli giornali, siti e riviste che non corrispondono al tuo punto di vista. Non fossilizzarti su di un solo punto di vista, anche perché potrebbe non essere più quello che ti rispecchia davvero. Molto spesso diamo per scontato che le cose che ci sono sempre piaciute, ci piacciano ancora. A volte non è così… Scoprilo, esplora!

3 Fai quello che non faresti.

Corri il rischio di annoiarti! Vai a vedere un film che non vedresti, un concerto di una band che non conosci, prova un tipo di cucina che non hai mai assaggiato. Nella peggiore delle ipotesi, se il film è noioso, il concerto è lungo, la cucina non di tuo gusto… avrai una bella storia da raccontare e aneddoti per ridere della tua esperienza, in compagnia.

Infine ricorda che spesso le persone che non sanno come divertirsi sono semplicemente ferme sulla propria pigrizia. Cedono facilmente alla routine, alle abitudini, al comfort. Magari guardano la TV dopo il lavoro e passano su Facebook ore ogni giorno; quando conversano parlano del tempo e non hanno mai buone domande. La soluzione? Muoversi ed essere curiosi. Non temere di parlare con le persone, di uscire e scoprire cosa si dice in giro. Divertirsi non è un fine ma un mezzo per scoprire il mondo.

L’abitudine di etichettare

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L’abitudine di etichettare un comportamento negativo in un certo modo è alla base della creazione delle più diffuse convinzioni limitanti che abbiamo e che con il tempo si trasformano in vere e proprie identità. Qualche volta sei stanco e ti capita di rimandare un lavoro e finisci con il definirti un procrastinatore. Succede qualche altra volta e, distrattamente, parlando con un amico o un famigliare ti trovi a dire “sono un procrastinatore”. Dal comportamento all’identità il passo è breve.

Quando un’etichetta ti definisce in modo fisso, crei una convinzione che a lungo andare non sei più in grado di individuare come tale, perché scompare nei meandri della mente e delle abitudini. Etichettarsi, soprattutto negativamente, è spesso fonte di stress e porta frequentemente una grande frustrazione. E’ molto importante per questo dare il giusto peso e il corretto spazio alle parole e in particolare ai verbi che utilizziamo quando ci parliamo.

Io credo profondamente nel fatto che ogni persona faccia sempre il massimo con le risorse che in quel momento ha – o che pensa di avere – a disposizione e proprio per questo ritengo che nessuno debba qualificarsi, etichettarsi in base a un comportamento sbagliato (in un determinato contesto). Mi spiego meglio: una volta che abbiamo deciso che un comportamento è negativo dobbiamo cercare di tenerlo confinato in quel livello, senza portarlo altrove e migliorarlo in quanto tale.

Quando ti dici “io sono…” invece di “io faccio…” hai trasportato un comportamento a un livello di identità che può essere molto dannoso, in termini funzionali. Evita di vedere le tue scelte comportamentali come difetti irrimediabili. Quando ti comporti in un modo che non ti piace, non accettarlo come se non avessi altra scelta. C’è una ragione per quel comportamento ma la cosa da tenere bene a mente è che tu non sei quel comportamento. Si tratta di cogliere l’opportunità e trovare la motivazione giusta per migliorare in quell’ambito.

Le parole hanno il potere di creare la tua realtà, anche le parole che pronunci solo nella tua mente; anzi, quelle sono le più efficaci – nel bene o nel male – perché sono con te ogni minuto del giorno. E’ la differenza che passa tra “sono stupido perché non capisco come si fa” e “non capisco come si fa perché non ho ancora tutti gli elementi per farlo”. Può sembrare quasi banale ma nella realtà dei fatti fa una grandissima differenza perché nessuno nasce con queste identità, sei tu a crearle attraverso quelle che di volta in volta vivi come esperienze negative ed è – letteralmente – nelle tue mani, la capacità di crescere e migliorare.

3 abitudini (più una) per portare felicità nella propria vita

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La felicità non è un luogo o una meta. Non si cerca, non si raggiunge. La felicità è in noi, si riconosce e si trova proprio quando si smette di cercarla. La felicità è una emanazione della gratitudine ed è figlia della crescita e del miglioramento. La gratitudine e la crescita infatti sono pilastri fondamentali della felicità (e non perché lo dico io) ci sono studi scientifici, grandi filosofie e religioni che lo hanno compreso attraverso la ricerca o intuito attraverso la pratica.

Tra le tante idee e attività che si possono sviluppare per portare felicità nella propria esistenza ne ho individuate tre (più una) che puoi adottare subito e rendere migliore la tua vita:

Sii paziente

La pazienza è una virtù che aiuta a essere rilassati e a riflettere sulle cose quando vanno male. Le persone pazienti tendono a sperimentare meno emozioni negative e possono far fronte meglio a situazioni stressanti. Inoltre, le persone pazienti provano più gratitudine e più connessione con gli altri.

Sii gentile

La gentilezza genera gentilezza e si diffonde a macchia d’olio. Ovviamente, come effetto più evidente, migliora la collaborazione e influisce positivamente sulla produttività in azienda. Nella vita di tutti i giorni la gentilezza è una cura per l’anima e ci spinge a far del bene in modo disinteressato.

Sii fedele

Non parlo della fedeltà coniugale, anche se pure quella aiuta: parlo dell’essere fedele a te stesso. Credere significa essere fedele al tuo scopo, essere fedele cioè a quello che è importante per te, a prescindere da ciò ti sta accadendo in un momento specifico.

Infine il mio invito più sentito è quello all’integrità: sii integro. Nel senso di non essere a pezzi, essere un tutt’uno. Lo ha detto di recente anche Warren Buffet a proposito delle qualità che cerca in una persona da assumere; secondo lui sono importanti “tre qualità, in una persona: intelligenza, energia e integrità, e se non ha l’ultima, non preoccuparti nemmeno delle prime due”.