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Maggio 2018

Supera facilmente i blocchi mentali – Parte II

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A tutti è capitato almeno una volta di percepire un blocco a uno o più livelli: in una situazione, nelle proprie convinzioni, sul lavoro o più in generale nella vita. Qualunque sia il livello, è logico pensare che se percepisci il blocco è perché vorresti andare oltre, e restare bloccato non ti fa sentire bene con te stesso. Tutto questo, se ti impegni a fare la tua parte, può cambiare fin da subito, a partire da una semplice considerazione: qualunque cosa tu pensi, hai sempre una scelta.

La scelta tra rimanere bloccati o andare avanti è e sarà sempre nelle tue mani. Sentirti bloccato è uno schema mentale che può impedirti di agire e paralizzarti dal procedere in avanti, alimentando una spirale di inazione.

Come puoi affrontare questi blocchi in modo efficace?

Con l’aiuto dei Livelli logici di Robert Dilts – uno dei più grandi ricercatori, consulenti e formatori in ambito di Programmazione Neuro-Linguistica – ho elaborato un piano di fuga dai tuoi blocchi che puoi mettere in pratica fin da subito. Nel primo post (https://www.extraordinary.it/supera-facilmente-i-blocchi-mentali-parte-i/) abbiamo affrontato tre tipologie di blocco nei primi tre livelli logici, qui affrontiamo in questo secondo articolo, le seconde tre tipologie di blocchi, nei tre livelli logici più alti:

 

Valori/Convinzioni

Per quando sei bloccato nel tuo pensiero

Se entri in un loop, prendilo come un segno che è tempo di fare un cambiamento significativo. Crescita e cambiamento possono essere dolorosi, ma nulla è tanto doloroso quanto rimanere bloccati. Come dice John Grinder, co-fondatore della PNL, non esistono convinzioni limitanti e convinzioni potenzianti: tutte le convinzioni sono limitanti! E’ necessario quindi sviluppare quelle che limitino positivamente le tue interferenze e ti permettano di andare diritto verso l’obiettivo. Allo stesso modo puoi coltivare i valori più funzionali al tuo sviluppo e alla tua crescita e superare i tuoi schemi di pensiero, andando oltre.

Identità

Per quando sei bloccato da quello che gli altri pensano di te

Non sei responsabile di ciò che gli altri dicono di te o da come la pensano riguardo alle tue scelte. Se ti trovi costantemente a cercare di dimostrare il tuo valore a qualcun altro, stai perdendo il tuo tempo e sprecando energie che potresti utilizzare per costruire la vita che desideri. Il tuo successo non viene da ciò che gli altri pensano di te; viene solo da te, dalla qualità dei tuoi pensieri e da ciò che pensi di te stesso. Trova te stesso, crea te stesso e la tua vita e fai tutto il possibile per viverla pienamente.

Scopo

Per quando sei bloccato in attesa che qualcun altro agisca al posto tuo

Ok, puoi fare affidamento sugli altri per molte cose, ma affidarsi agli altri per ottenere successo è una completa, totale, perdita di tempo. L’unica persona che può farti percepire di aver raggiunto il successo sei tu. L’azione – e la realizzazione – deve sempre iniziare de te: individua il tuo scopo e fissa gli obiettivi che più ti portano vicino ad esso, agendo in questo modo realizzerai il progetto più bello: te stesso.

Scienza e meditazione

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In più di una occasione in passato mi sono soffermato sull’importanza di sviluppare abitudini utili per restare in forma. Se mi conosci e segui il mio lavoro sai che per me essere in forma e in salute ha un valore complessivo riguarda tanto il benessere fisico quanto quello psicologico o spirituale.

Da cosa nasce questa necessità di benessere?

La necessità di star bene e di ricaricarci nasce dal bisogno di ritrovare le nostre energie psicofisiche, quelle stesse energie che utilizziamo per vivere una vita piena e intensa. Ci sono diversi modi che possono essere messi in atto quotidianamente per aumentare il proprio benessere: correre, passeggiare nella natura o meditare.

La meditazione ha origini religiose e spirituali e se hai un interesse specifico per queste discipline, troverai certamente facilità nell’affrontare questa pratica. Ma se come in molta parte dell’occidente la secolarizzazione e il razionalismo sono diventate per te convinzioni profonde ritengo tu possa accedere ai benefici della meditazione con altri presupposti e trarne il meglio.

I molti benefici della meditazione sono ormai riconosciuti dalla scienza medica e possono essere visti chiaramente con scansioni del cervello durante la pratica, evidenziando tutti gli effetti e le modificazioni che avvengono prima durante e dopo la meditazione.

Ti propongo quindi tre motivi per meditare (più un consiglio su come farlo) puramente logici e razionali per scegliere la meditazione come forma di ricarica:

1 Migliora la concentrazione

Poiché la meditazione è una pratica che focalizza la nostra attenzione questo influisce direttamente sulla tua concentrazione, anche quando non mediti. È un effetto duraturo che si acquisisce dando regolarità alla pratica della meditazione. L’attenzione focalizzata è molto simile a un muscolo che va rafforzato attraverso l’esercizio.

2 Diminuisce l’ansia

Più mediti, minore è l’ansia che provi. Si è scoperto che questo avviene perché stiamo effettivamente allentando le connessioni di particolari percorsi neurali. C’è una sezione del nostro cervello, la corteccia prefrontale mediale, che elabora le informazioni relative a noi stessi e alle nostre esperienze. Normalmente le connessioni neurali della sensazione corporale e dei centri di paura del cervello verso di essa sono molto forti. Quando provi una sensazione spaventosa o sconvolgente, si scatena una forte reazione facendoti sentire spaventato e sotto attacco. Quando mediti, in pratici, indebolisci questa connessione neurale e ne attenui gli effetti.

3 Migliora la memoria

Un recente studio ha dimostrato che le persone che praticano la meditazione consapevole sono in grado di regolare l’onda cerebrale che scherma le distrazioni e aumenta la produttività più rapidamente di coloro che non meditano. Questa capacità di ignorare le distrazioni potrebbe spiegare il miglioramento della capacità di ricordare e incorporare rapidamente nuovi fatti.

Infine un consiglio pratico su come iniziare la meditazione: ci sono molti modi ma se sei una persona particolarmente logica (e magari tecnologica) esistono ormai diverse applicazioni per smartphone anche gratuite, molto funzionali per farsi guidare da zero. Altrimenti potresti anche scegliere di affidarti alla guida di una persona, rivolgendoti a un centro di meditazione. Oppure fare la cosa più semplice di tutte: prenditi dieci minuti al giorno, siediti comodo, resta in silenzio e concentrati su di una frase o un pensiero che siano per te rilassanti e positivi. Dieci minuti nei quali lasci tutto fuori e rallenti il ritmo, ritrovando pace e serenità.

3 consigli per avere convinzioni potenzianti.

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Il tema centrale del mio ultimo libro Super You è la valorizzazione dei propri talenti.

Valorizzare i propri talenti significa portare la flessibilità, la propria flessibilità, a un livello superiore.

Infatti quando agisci in coerenza e assecondando la tua naturale inclinazione a far bene qualcosa, riesci a fare molto di più e molto meglio e molto spesso questo è anche ciò che fa davvero la differenza nella vita.

Estendendo il concetto della valorizzazione del talento, posso affermare che la chiave per raggiungere il successo, il tuo successo alle tue condizioni, è quello di sviluppare in modo sistematico ciò che funziona per te. Qualunque cosa sia.

In Programmazione Neuro-Linguistica e in particolar modo nel lavoro di John Grinder leggiamo che qualsiasi tipo di convinzione, di per sé, è una convinzione limitante perché limita la percezione della realtà oggettiva. Sebbene ogni coach ti inviti – io stesso lo faccio – a creare le tue convinzioni potenzianti queste comunque delimitano la tua visione. Ed è un bene: ti serve per dare una direzione alla tua vita – direzione che puoi cambiare quando non ti soddisfa più – e che segue le tue priorità e i tuoi valori.

Ti propongo 3 consigli (più uno) per scegliere le tue convinzioni in modo che siano davvero potenzianti:

Se qualcosa ti sembra sbagliato, probabilmente lo è. A prescindere da come appare agli altri. E quando senti la forza della tua passione, seguila, non importa quanto possa sembrare folle agli altri.

Non esiste un solo percorso per il successo. Il successo stesso non esiste, esiste il tuo, quindi puoi rilassarti perché c’è un numero infinito di strade e vie per raggiungere il TUO successo. Individua il tuo scopo, fissa i tuoi obiettivi, segui i tuoi valori e individuerai facilmente le convinzioni che possono portarti dove desideri.

La tua rete di conoscenze è una delle cose più preziose che possiedi. Ed è per questo che dovresti considerare il networking come parte integrante della descrizione del tuo lavoro, qualunque sia il tuo ruolo. E ricorda che è tra conoscere e farsi conoscere, la seconda opzione è la migliore quindi cura la tua reputazione.

Infine ricorda che sei tu a stabilire il tuo successo, la tua definizione di successo, e ciò che puoi fare per ottenerlo, solo lavorando su te stesso e scegliendo di migliorare.

Un trucco Jedi per sconfiggere la paura.

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Se mi segui sulla mia pagina Facebook, forse avrai visto uno dei miei recenti Post It nei quali ti parlo della paura e del fatto che se vuoi, puoi trasformarla da fine – un punto che ti blocca quando vorresti andare oltre – a mezzo cioè una leva motivazionale per crescere: rendi la paura la tua serva, non la tua padrona!

Al di là della semplice esortazione credo che valga davvero la pena dedicare del tempo a studiare le tue paure – senza rimuginarci sopra – per comprendere cosa ti frena e cosa ti motiva davvero.

Da quando ho realizzato uno degli audiolibri più originali e apprezzati che abbia mai fatto sulla leadership – prendendo a modello l’ordine dei Jedi e la sua organizzazione tratteggiata nei film di Star Wars da George Lucas – più volte sono tornato sul tema prendendo spunti e facendo riflessioni sulla filosofia di questa straordinaria saga.

Quando ho scritto quel Post It, mi è tornata in mente una frase che il maestro Yoda pronuncia nel secondo film della saga, l’episodio V: “Nominata deve essere la paura, prima di poterla bandire”. Questa tecnica Jedi può essere molto utile per trasformare la paura da una debolezza a una forza. Infatti la paura è un segnale del nostro corpo, della nostra mente che vuole proteggerci da una minaccia, da un pericolo o da un danno.

Quindi, quando si presenta la paura, parlale. Chiedile cosa sta facendo per te. Qual è la ragione per la quale ti sta bloccando. Da cosa ti vuole proteggere e trova un accordo con la tua paura per fare almeno un piccolo passo verso l’oggetto della paura, verso il risultato dal quale ti tiene lontano, verso l’azione che non vuole farti fare.

Ricorda quello che dice Anthony Robbins: se ti fa paura, vuol dire che ne hai bisogno.

Google leadership.

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Qualche settimana fa ha fatto notizia una ricerca realizzata da Google per identificare i dieci migliori comportamenti che rendono straordinari i propri manager.

Ciò che emerso da questa ricerca è molto interessante e per quanto sia stata realizzata in un ambito autoreferenziale (Google si chiede cosa rende grande un manager di Google dentro Google) offre moltissimi spunti di riflessione a chiunque sia interessato a comprendere cosa funziona e cosa non funziona in azienda quando si gestiscono grandi team, molte persone, tanti compiti differenti.

In sintesi, i dieci comportamenti di un grande manager (di Google) sono questi:

  1. È un buon coach.
  2. Trasferisce poteri decisionali ai team e non si occupa di gestire le piccole cose.
  3. Crea un ambiente di gruppo inclusivo, dimostrando preoccupazione per il successo e il benessere.
  4. È produttivo e orientato ai risultati.
  5. È un buon comunicatore: ascolta e condivide le informazioni.
  6. Supporta lo sviluppo della carriera e discute le prestazioni.
  7. Ha una chiara visione/strategia per il team.
  8. Ha competenze tecniche chiave per aiutare a consigliare la squadra.
  9. Collabora con Google.
  10. Ha grandi capacità decisionali.

Leggendo questa lista la prima considerazione potrebbe anche quella definitiva: tutti i comportamenti che rendono grande un leader non si riferiscono al manager stesso, a ciò che fa per sé e la sua carriera ma a ciò che può fare per gli altri. E già questo sarebbe sufficiente per chi desidera cambiare stile di leadership, qual è la direzione in cui andare. Desidero soffermarmi su tre punti in particolare perché a mio avviso sono più interessanti degli altri.

Il primo punto è ovviamente “E’ un buon coach”.

Lo dico da tanti anni, ne ha parlato l’università di Harvard, è sotto gli occhi di tutti: chiunque desideri fare impresa o si trovi a gestire un team o delle persone, ormai non può più prescindere dal possedere skill da coach o farsi affiancare da un coach professionista nella costruzione e gestione di una squadra vincente.

Il secondo punto “E’ un buon comunicatore” e la cosa interessante è che l’essere un buon comunicatore viene messo in relazione diretta con la capacità di ascolto! Non con la capacità di esprimersi o di fare networking.

Un leader, un comunicatore capace è una persona che sa calibrare i propri collaboratori e comprendere davvero ciò di cui hanno bisogno per potersi esprimere al meglio.

Il terzo punto è l’ultimo della lista e potrebbe sembrare in contraddizione con l’immagine che traspare dai punti precedenti: in realtà è perfettamente coerente e si trova appunto in fondo alla lista dei comportamenti importanti e va a concretizzare le capacità di ascolto, di analisi e di consiglio alla squadra, finalizzando un lavoro complesso che altrimenti rischierebbe di rimanere sospeso e un po’ aleatorio: un grande manager, come ogni grande leader, è respons-abile e dopo aver ascoltato dà la sua risposta.

Orgoglio e gratitudine

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Di recente mi è capitato di rivedere un’ interessante intervista al mio Maestro Anthony Robbins nel quale affrontava un problema molto frequente: gestire la vergogna.

La vergogna è un sentimento molto comune, appartiene a tutti e può creare dei limiti importanti al raggiungimento degli obiettivi che ci siamo prefissati. A volte infatti, come nel caso di molti altri sentimenti poco piacevoli, si tratta di un’emozione che scaturisce per tenerci al riparo dalle sofferenze e al sicuro dalle difficoltà.

Esistono molti modi di far fronte al proprio sentimento di vergogna e sicuramente tra i peggiori c’è quello di reprimerla. La vergogna non va nascosta sotto il tappeto come sporcizia, va gestita e bilanciata da un sentimento differente. E qual è il migliore? Ce lo spiega direttamente Tony:

“Il modo migliore per affrontare la vergogna è trovare ciò di cui sei più orgoglioso. Non sarai mai in grado di affrontare la vergogna in maniera diretta. Devi sopraffarla con il bene. Ogni giorno della tua vita ricevi notizie che ti spaventano e ti fanno male. Devi sviluppare la capacità di trovare il bene. Devi inondarti del bene.

Fai un esercizio semplice e pensa: di cosa sono più orgoglioso della mia vita? Per cosa sono grato? Devi letteralmente pensare a tre o quattro esempi di momenti, eventi e abilità delle quali sei orgoglioso e grato. Forse è qualcosa di cui eri fiero da bambino, forse è qualcosa di oggi, non importa. In questo modo, causerai ciò che è noto come un’ondata emotiva, un’inondazione di cose di cui sei fiero e grato. Ciò travolgerà la sensazione di vergogna. Non scomparirà se la analizzi. Quindi cerca il buono e concentralo per sovrastare la vergogna“.

Orgoglio e gratitudine sono due molle fortissime per la crescita personale e l’acquisizione di maggiore fiducia in sé!

Pilota automatico

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In una delle recenti dirette che ho tenuto sulla mia pagina Facebook ti ho parlato dell’importanza di disinserire il pilota automatico. Quella guida che ti porta ad andare dal punto A al punto B senza renderti conto del tragitto, quell’abitudine che ti porta a sederti ogni giorno nello stesso posto, a un corso come a tavola, e al quale affidi le attività “noiose” alle quali non vuoi pensare per non sprecare energie mentali.

Ma cosa succede quando fra le attività noiose entrano le attività più importanti della tua vita? Cosa accade se questa soglia si alza e inizi a vivere con il pilota automatico tutto il giorno, alzandoti, vestendoti, andando al lavoro e tornando a casa ogni giorno sempre nello stesso modo, compiendo le stesse azioni, gli stessi gesti?

Succede che ti annoi e inizi a trovare noiosa la vita perché il pilota automatico è comodo ma ti priva delle emozioni legate al viaggio, a ciò che succede andando dal punto A al punto B: e non serve andare dall’altra parte del mondo per accorgersi che succedono delle cose. Basta andare al lavoro e guardarsi attorno per scoprire che in ogni momento succedono cose straordinarie.

Possiamo ritrovare il piacere di lavorare e vivere l’esperienza quotidiana con maggiore consapevolezza con tre semplici strategie (più una):

  1. Vivi a pieno il tuo scopo. Tutti meritano di sentire che con il proprio lavoro stanno contribuendo a qualcosa di significativo, innanzitutto per loro. Quando non sei chiaro sul tuo scopo, inizi a pensare che dovresti fare cose per cambiare il mondo nei fine settimana o al di fuori del lavoro per compensare la mancanza di soddisfazione che stai vivendo. Sfruttando il tuo scopo anche sul lavoro potrai iniziare a sperimentare la tua via verso la realizzazione, che svolge un ruolo significativo nel riconoscimento della propria felicità.
  2. Valorizza i tuoi punti di forza. Il talento che esprimi con maggiore forza e costanza sul luogo di lavoro è il talento che, espresso a pieno ti porterà lontano. Se lo valorizzi utilizzando e puntando su di esso certamente terrai sveglia e attiva la tua mente facendo ciò che ti piace e appassiona.
  3. Definisci la tua idea di successo. Pensa a quale è la tua versione di successo, scrivila e assicurati che il tuo lavoro e la tua carriera ti stiano dando il tipo di successo che è importante per te.

Se tutto questo non dovesse essere sufficiente valuta la possibilità di cambiare, crescere e migliorare. E’ l’opzione più complessa e richiede valutazioni che è meglio fare con un amico, una persona di cui ti fidi, un coach professionista: se sei davvero pronto a crescere, se è ciò che desideri il momento giusto per ottenerlo è adesso.

Tre caratteristiche di un grande public speaking

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Quando cerchi informazioni sui corsi di public speaking trovi sempre aziende di formazione e formatori che partono dall’aspetto teorico e pratico della tecnica, del come si parla in pubblico. Questo approccio va bene per chi desidera apprendere solo il meccanismo. Per diventare creatori straordinari di esperienze per il pubblico non ci si può fermare alla formuletta o sperare di essere notati da un pubblico particolarmente sensibile al proprio fascino.

Nel corso degli anni, con l’esperienza fatta sia in prima persona sia attraverso le edizioni del corso “Comunicare con il pubblico straordinariamente“, ho individuato tre caratteristiche (più una) che tutti i grandi speaker devono avere per poter rendere interessante e brillante il proprio discorso e nessuna di queste ha a che fare con la tecnica! Incredibile, vero? Vediamo insieme quali sono:

  1. Trova la tua passione in ciò che racconti – Quando parli delle tue passioni hai notato una differenza nel tono della tua voce e nella postura del tuo corpo? La prossima volta che parli di qualcosa che ti appassiona, facci attenzione e cerca di inserire un po’ di quella passione in ogni discorso: renderai i tuoi interventi più divertenti e vivaci.
  2. Sviluppa una genuina curiosità per la vita – Sii curioso e imparerai un’enorme quantità di cose sulle altre persone. Questo ti aiuterà a creare legami e fiducia. Quando le persone sentono di poter sviluppare una vera relazione con te, sono più propensi ad apprezzare ciò che hai da dire.
  3. Espandi i tuoi orizzonti – Se fai sempre le stesse cose più e più volte, può diventare davvero noioso. Prova una nuova attività che non hai mai fatto prima, come una lezione di sci d’acqua, un corso di cucina o un concerto di musica classica.

Infine un ultimo consiglio che spesso viene sottovalutato dai più: quando tieni un discorso, sii presente a te stesso, vivi il momento, il qui e ora della situazione. Le persone provano naturale trasporto verso chi è presente nel momento e mette passione in quello che fa e tutto ciò contribuisce a rendere il tuo public speaking indimenticabile.

Un linguaggio universale.

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Recentemente mi è capitato di leggere un interessantissimo studio, realizzato da Samuel Mehr, ricercatore dell’università di Harvard, e pubblicato su “Current Biology“. Questo studio affronta una delle tematiche più belle al mondo: il rapporto fra musica ed emozioni.

In particolare, gli studiosi di Harvard si sono posti l’ambizioso obiettivo di provare la veridicità di un assunto molto famoso e cioè che la musica è un linguaggio universale. La base della ricerca infatti era volta a dimostrare come ci sia una correlazione tra forma e funzione in musica, cioè la funzione originale – l’intenzione con la quale è stata scritta una determinata canzone – sia riconoscibile da chiunque la ascolti, anche non appartenente alla medesima cultura che l’ha creata.

Questo dimostrerebbe che in musica esistono una serie di schemi che non hanno a che fare con la cultura di riferimento ma sono immediatamente individuabili da chiunque. In pratica 750 utenti di Internet in 60 paesi hanno ascoltato brevi brani di canzoni, valutando la funzione di ciascuna canzone su sei dimensioni (ad es. ninna nanna, canzone per ballare).

La cosa strabiliante è stata che nonostante la scarsa familiarità dei partecipanti con le società rappresentate (spesso si trattava di canti tribali, musica etnica), il campionamento casuale di ogni estratto, la brevissima durata e l’enorme diversità di questa musica, le valutazioni hanno dimostrato che le persone collegavano con grande accuratezza le funzioni della canzone sulla base della forma della canzone.

Io non so se questo studio dimostri effettivamente che la musica è un linguaggio universale in senso stretto ma certamente ci dice una cosa molto importante sugli elementi che rendono universalmente comprensibile la musica che sono relativi alla tonalità, al ritmo, alla velocità e sono proprio quelle stesse caratteristiche del Paraverbale che in PNL riteniamo importantissime per veicolare e interpretare un messaggio. A prescindere quindi dal risultato, questo studio dimostra una volta di più come tutti gli esseri umani siano uguali fra loro e per quanto ci siano persone sempre pronte a mettere gli uni contro gli altri sottolineando le differenze, sappiamo che le caratteristiche che ci uniscono sono molto più profonde e importanti.

Smartphone e figli.

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Uno dei principi fondamentali della Programmazione Neuro-Linguistica è che non esistono comportamenti sbagliati – in senso assoluto – solo situazioni nelle quali sono più o meno appropriati. Uno dei comportamenti dei figli che più di frequente viene ripreso dai genitori riguarda l’utilizzo dello smartphone e su di esso si sviluppano in casa vere e proprie battaglie.

Una ricerca condotta annualmente dalla American Psychological Association relativa ai livelli di benessere psicologico (misurato sull’autostima, sulla soddisfazione di vita e sulla felicità) ne ha evidenziato una improvvisa diminuzione dopo il 2012. Gli adolescenti che hanno trascorso più tempo online (social media, Internet, sms, videogiochi) e di fronte a schermi elettronici (smartphone, tablet o pc) e meno tempo su attività offline (interazione sociale in prima persona, sport ed esercizio fisico, compiti a casa, volontariato) avevano un basso livello di benessere psicologico.

Tutto ciò poteva essere intuibile: felicità e movimento sono strettamente correlati come lo sono il cattivo umore e lo scarso movimento. Ma la vera sorpresa è stata un’altra: gli adolescenti che trascorrevano una piccola quantità di tempo online erano i più felici. Il benessere psicologico infatti era inferiore negli anni in cui gli adolescenti passavano più tempo sugli schermi e più in alto negli anni in cui trascorrevano più tempo in altre attività offline ma il picco più alto lo si aveva proprio nella fase di transizione.

Ancor più sorprendente è il fatto che gli indicatori congiunturali ciclici come la disoccupazione non sono risultati significativamente correlati al benessere psicologico, suggerendo che la recessione innescatasi con la bolla immobiliare del 2007 non è stata la causa della diminuzione del benessere psicologico, che invece potrebbe essere, almeno in parte, dovuta alla rapida adozione degli smartphone e al successivo cambiamento nel comportamento degli adolescenti e nel tempo di utilizzo.

Quindi, quale può essere la soluzione per garantire maggior benessere psicologico ai nostri figli? Non è vietando l’utilizzo dello smartphone. Semmai gestendolo e regolandolo e soprattutto intervallandolo con altre attività, che coinvolgano – e qui viene la parte complessa – anche noi genitori. Quante volte infatti capita di fermarsi all’invettiva con i propri figli? “Staccati da quello schermo!” oppure “Lascia il telefono e trova altro da fare”. Non molto efficace, vero? La soluzione è nell’azione: inizia tu. Coinvolgi i tuoi figli in attività di gioco, in casa o meglio ancora all’aperto, dedicagli del tempo: non ci sono altri trucchi o segreti per rendere più sano il rapporto, anche quello con la tecnologia, e aumentare il loro benessere psicologico.